Rituali, rumore e memoria: Firenze come cinema sonoro

Francesco Giomi rielabora una serie di registrazioni sul campo realizzate durante alcune manifestazioni tradizionali fiorentine

SB

15 febbraio 2026 • 4 minuti di lettura

Florentia (foto Simone Petracchi)
Florentia (foto Simone Petracchi)
Florentia
Florentia

Francesco Giomi

Florentia

Elli Records 2026

I campi musicali dell’interesse compositivo di Francesco Giomi non si limitano alla musica acusmatica e all’improvvisazione elettroacustica, ma si estendono in modo sostanziale alla musica concreta e al paesaggio sonoro. Florentia – antico nome latino della città di Firenze – prodotto da Tempo Reale, si fonda prevalentemente su una lunga serie di registrazioni sul campo realizzate nel 2018 durante due delle principali manifestazioni tradizionali fiorentine: lo Scoppio del Carro e il Calcio Storico.

Florentia (foto Simone Petracchi)
Florentia (foto Simone Petracchi)

I materiali raccolti vengono selezionati, editati e riorganizzati in chiave musicale, dando forma a una partitura drammaturgica strutturata nel tempo e articolata in strati sonori paralleli. Ne risulta una rilettura sempre cangiante di uno specifico paesaggio acustico cittadino, circoscritto nello spazio e nel tempo, ma capace di evocare il continuo rimando alla tradizione popolare di una città in perenne movimento.

Non si tratta di un semplice documento etnografico: Florentia costruisce un vero e proprio racconto sonoro in sei tracce, nel quale l’intervento elettronico segnala costantemente la presenza attiva del compositore. Giomi osserva, ascolta e interviene: il suo linguaggio musicale si inserisce in una comunità e in un ambiente storico senza mimetizzarsi del tutto. Ne emerge una postura duplice, fatta di partecipazione e distanza critica, affetto e consapevolezza intellettuale.

I materiali attingono ai suoni ambientali della festa – anche attraverso l’archivio Squilli e marce del Calcio Storico Fiorentino del Gruppo Musici Marce e Squilli –: strumenti, cori, rumori della folla, scoppi, voci. Si percepisce la presenza riconoscibile di diversi “attori sonori”: chi suona, i personaggi in scena, il pubblico. Il suono diventa descrittivo e narrativo, restituendo lo svolgersi degli eventi come una sorta di sceneggiatura acustica.

L’apertura è affidata alle chiarine – trombe in fa prive di pistoni – insieme a tamburi, pifferi, voci del pubblico, zoccoli dei cavalli e proclami del Maestro di cerimonia. La resa sonora è fortemente icastica, immersiva. Dalla seconda traccia l’autore si affianca progressivamente ai materiali registrati dal vivo – cori dei tifosi, avvio della partita – costruendo un crescendo rumoristico stratificato che arriva a saturare il paesaggio sonoro. Non è un intervento decorativo, ma un montaggio attivo del reale: i mortaretti vengono ripetuti e trasfigurati, come in un campo lungo acustico che si fa progressivamente astratto.

Florentia (foto Simone Petracchi)
Florentia (foto Simone Petracchi)

Due tracce sono introdotte dalla voce narrante di Michela Atzeni, che ricostruisce l’origine storica del Calcio Storico. Il racconto verbale funge da soglia, prepara l’ascoltatore all’immersione sonora e ne orienta la lettura simbolica:

Il gruppo dei musici è composto da un ufficiale maestro di musica che lo dirige, da un capo tamburo (detto tamburo maggiore), trentasei tamburini, ventisei trombetti e dieci pifferi. I trombetti sono suddivisi in otto prime chiarine, otto seconde e dieci terze; i tamburi sono del tipo imperiale, a pelle d’asino tirata a corda; le chiarine, intonate in fa, sono prive di pistoni e quindi dalle possibilità tecniche limitate; i pifferi sono piccoli flauti traversi in legno d’ebano.

L’opera può essere letta come una forma di cinema senza immagini, in cui montaggio, spazialità e crescendo sostituiscono l’inquadratura visiva. L’ascoltatore non “ascolta” soltanto: quasi assiste agli eventi. La narrazione si arricchisce fino a diventare storia.

Non vi sono dubbi che il calcio fiorentino sia l’erede dell’arpàsto (harpastum) giocato dai legionari romani quando fondarono l’antica Florentia. I romani giocavano su un terreno rettangolare, ricoperto di rena, come attualmente avviene a Firenze in piazza Santa Croce, a giugno, per la rievocazione. Il 14 ottobre del 1529, l’esercito imperiale, guidato da Carlo V, dopo il saccheggio di Roma, si diresse verso Firenze, per imporre il reinsediamento della famiglia Medici, e cinse d’assedio la città. Quando si arrivò al periodo di carnevale, era tradizione a Firenze giocare al calcio; e anche se la città era allo stremo delle forze e affamata, per i pochissimi rifornimenti che riuscivano a passare, il 17 febbraio del 1530, si volle, anche in scherno alle truppe assedianti, giocare quella che è la partita più memorabile e alla quale si ispira l’attuale rievocazione. Quel giorno, oltre ai calcianti in campo, per ingannare i nemici sul vero stato in cui versava la città, ormai assediata da oltre cento giorni, i musici fiorentini, per essere meglio visti e uditi far festa dai nemici, salirono sul tetto della basilica, e suonarono le loro marce con tutta la forza e il fiato che gli rimaneva in corpo...

Questo racconto prepara il momento culminante del disco: la fase finale della partita, la proclamazione della squadra vincitrice, le grida del pubblico, i mortaretti, i suoni della festa. L’energia collettiva e la partecipazione canora vengono progressivamente “allagate” al termine della quinta traccia da uno strato elettronico denso, un bordone che avvolge come un mantello il paesaggio acustico. Nella sesta traccia, tamburi reali e percussioni di Giomi, più secche e naturalistiche, introducono il coro finale:

Per gioia ancora vivere! Vittoria sempre sarà / contro l’assedio alla città. / La nostra forza nel cuor / e di nessuno avrem timor. /... / E la vittoria così sarà / Per la vittoria così sarà...

Il disco rappresenta un modo creativo e partecipato per un musicista di entrare in contatto con una tradizione nobile e popolare della propria città. Vi convivono l’affetto profondo e la distanza dell’intellettuale capace di avvicinarsi al rito senza idealizzarlo. I materiali della festa vengono inglobati, trasformati e intrecciati con il linguaggio personale dell’autore. Forse è proprio di uno sguardo simile – insieme incantato e disincantato – che questi riti hanno bisogno.