Premio Parodi 2026, cos'è un Premio?
L'edizione 2026 è stata vinta dalla calabrese Angelica Perri
20 ottobre 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro Massimo, Cagliari
Premio Parodi 2026
15/10/2026 - 17/10/2026I Premi musicali sono degli organismi complessi, delle forme di vita fatte di relazioni fra soggetti che crescono e cambiano nel tempo. Quando si frequenta un Premio da tanti anni (è il caso del Premio Andrea Parodi di Cagliari, di cui ho spesso parlato su queste pagine) si finisce spesso per dare per scontate queste relazioni. E così, da un lato risulta difficile raccontare, far capire “fuori” che cosa sono e perché hanno importanza, mentre dall’altro si rischia di perdere il senso della loro unicità, del perché sono significative per noi come per altre persone.
L’occasione per fare il punto, allora, è la cifra tonda del ventennale: non del Premio, che ha toccato quota 19, ma della scomparsa di Andrea Parodi, avvenuta nell’ottobre del 2006.
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Ognuno, ho capito in questi anni, ha il “suo” Andrea Parodi. E così può capitare che Bungaro, ospite dell’edizione 2026, lo ricordi come un taciturno misterioso in camicia bianca, capace di discorsi profondi. E che Elena Ledda – direttrice artistica del Premio, che co-firmò insieme a Parodi Rosa resolza, piccolo capolavoro e suo commiato dal mondo – si ricordi invece della sua loquacità, dell’entusiasmo, e via dicendo. Hanno ragione tutti: la memoria funziona così e, a meno che non crediamo in un qualche aldilà, è così che si mantengono vive le persone che non ci sono più.
L’altro modo è, ovviamente, la voce registrata: si ricorda spesso che, quando Edison inventò il fonografo, fra le prime applicazioni che immaginò per quella nuova macchina miracolosa – per la prima volta si poteva salvare il suono, l’esperienza effimera per eccellenza! – ci fosse la possibilità di conservare la voce dei propri cari. Il nostro mondo è popolato di fantasmi sonori, voci registrate di persone che non ci sono più e che grazie alla registrazione continuano a esserci... ed è particolarmente vero per i cantanti.
Così, paradossalmente, il ricordo più sincero e “vero” fra quelli ascoltati è quello di Paolo Fresu, Premio Albo d’Oro 2026, che ha aperto il suo ringraziamento dicendo «Non credo di aver mai incontrato Andrea Parodi», ma ricordando piuttosto l’incontro sulla sua voce. Anche io l’ho conosciuto così, come ho conosciuto altri fantasmi che hanno popolato le mie cuffie negli anni. Ed è una frequentazione, la nostra, che incredibilmente cresce negli anni: i Premi sono organismi molto complessi, e contengono mondi di relazioni, non tutte comprensibili, non tutte su questo piano di realtà.
La Fondazione Andrea Parodi e le persone che ci gravitano intorno – a partire da Valentina Casalena, presidente e moglie di Parodi – hanno l’enorme merito di aver costruito questa rete di relazioni a partire dalla voce (e dalla musica) di Andrea, e molto meno dal suo personaggio, o dai molti personaggi che è stato per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Così, esaurito questo momento riflessivo, ci ricordiamo tutti che il focus è sulla nuova musica, non sulla memoria.
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Il Premio 2026 è stato vinto dalla calabrese Angelica Perri. Il suo progetto è apparso quasi subito quello potenzialmente più interessante, anche per le prospettive non del tutto espresse che lascia intravedere (in fondo Perri è del 2001, è giusto concederle i meriti che già ha e il tempo che le serve per completarsi). “Licange”, la canzone con cui ha vinto, riesce credibilmente a tenere insieme un testo impegnato con una tarantella piuttosto classica, senza risultare stucchevole. È già tanta roba.
Perri ha spiccato sulle altre concorrenti (è stato un Premio Parodi tutto al femminile) anche per il suono. Intorno a lei, il template di arrangiamento imperante è quello di un jazz un po’ risciacquato, sia nelle vocalità ascoltate (con qualche eccezione) sia soprattutto nell’armonia e negli incastri con gli strumenti. Non che ci sia niente di male, ma l’effetto globale va verso una scarsa valorizzazione degli elementi locali (che dovrebbe essere centrale in un festival di “world music”) e di una certa noia generale. Al settantesimo accordo storto, si rimpiange un po’ la quella fase tamarra in cui la world music andava a 180 di metronomo, tamburello e cassa dritta. Ora c’è la batteria, sempre molto raffinata, molto indietro, molto jazzy.
Detto questo, merito alle altre concorrenti, in un livello medio comunque molto alto. La colombiana Hita Del Rio, residente in Francia, aveva una canzone delicata ed emozionante (“Bambù") e ha vinto il premio per il miglior testo e la menzione degli altri concorrenti: avrebbe forse meritato qualcosa di più, anche per l’arrangiamento di chitarra (era l’unica a presentarsi in solitaria con il suo strumento). Il Nubras Ensemble da Roma propone un jazz balcanico-gipsy suonato con perizia e a gran velocità, in cui spicca il doppio violino: è loro il migliore arrangiamento. La friulana Momi ha vinto per la migliore musica, Elana Sasson ha invece proposto il suo lavoro sulla tradizione curda, aggiudicandosi la migliore interpretazione.
La migliore reinterpretazione di un brano di Andrea Parodi (riconoscimento assegnato direttamente dalla Fondazione) è stata quella della campana Chiarè, che pure aveva una buona canzone in gara. Interessante, anche se non del tutto a fuoco, il progetto della britannico-indiana Koyel Basu, al confine fra musica bengalese e messicana. Si è aggiudicata il Premio Bianca d’Aponte International.