Quando la musica prende corpo

La Compagnia Zappalà Danza a OperaEstate Festival Veneto con il nuovo Bach Dance Concert insieme a Ramin Bahrami e con Brother to Brother, viaggio sonoro fra Sicilia e Giappone fra taiko e qualche stereotipo

SN

18 agosto 2026 • 5 minuti di lettura

Brother to Brother (Foto Giancarlo Ceccon)
Brother to Brother (Foto Giancarlo Ceccon)

Bassano del Grappa, Teatro Remondini

Compagnia Zappalà Danza, Ramin Bahrami e Munedaiko

07/08/2026 - 09/08/2026

Fra i percorsi che intrecciano musica e danza nella programmazione di OperaEstate Festival Veneto, il dittico affidato alla Compagnia Zappalà Danza occupa un posto particolare. Due creazioni recenti di Roberto Zappalà propongono infatti modi radicalmente diversi di intendere il rapporto fra suono e corpo: da una parte l'architettura del contrappunto bachiano affidata al pianoforte di Ramin Bahrami; dall'altra la forza primigenia della percussione giapponese di Munedaiko. Due spettacoli attraversati dalla stessa domanda: come può la musica trasformarsi in movimento?

Bach, la musica e i corpi

L'appuntamento più atteso è Bach Dance Concert, presentato in anteprima nazionale, che nasce dall'incontro fra Zappalà e Bahrami, interprete autorevole della musica di Johann Sebastian Bach. Non è la prima volta che il coreografo siciliano si confronta con Bach: già in Rifare Bach aveva individuato nella scrittura del compositore tedesco un modello di equilibrio fra rigore costruttivo e vitalità organica. Qui la sua danza ribadisce invece soprattutto la propria natura fisica, terragna, esteriore: un corpo esposto, un gesto che procede per accumulo e attrito più che per introspezione. Una cifra stilistica che non è di per sé un limite, ma che mal si sposa con l'astrazione della musica bachiana e fatica a trasformarsi in una vera drammaturgia.

La scelta musicale attraversa un'ampia porzione dell'universo bachiano: dalla Toccata e fuga in re minore BWV 565 alle Invenzioni, dall'Aria delle Variazioni Goldberg alla Sarabanda della Prima Partita, fino al Clavicembalo ben temperato, con l’Aria dalla Suite n. 3, l'Allegro del Terzo Concerto brandeburghese e la Cantata BWV 29. Una piccola topografia bachiana, dalle forme monumentali alle miniature contrappuntistiche, dalla danza alla meditazione. Bahrami affronta questo materiale con una linea generalmente limpida e sorvegliata, ma senza quell'ascetismo che ci si potrebbe aspettare dall'essenzialità del contrappunto. Il suo uso talvolta generoso del pedale crea impasti sonori che smussano la nettezza delle singole voci e fanno perdere qualcosa della nitidezza delle austere linee bachiane. Una scelta che conferisce calore al pianoforte, ma che in alcuni momenti stride con l'economia costruttiva di queste pagine. Anche la disposizione scenica è eloquente: il pianoforte è confinato in un angolo del fondoscena, lasciando il plateau quasi interamente alla danza.

Bach Dance Concert (Foto Riccardo Panozzo)
Bach Dance Concert (Foto Riccardo Panozzo)

Non sono naturalmente in discussione le capacità tecniche dei sei danzatori — Samuele Arisci, Loïc Ayme, Faile Sol Bakker, Anna Forzutti, Silvia Rossi e Alessandra Verona —, chiamati ad affrontare una scrittura fisica e impegnativa. È piuttosto il rapporto con la musica a rivelare la distanza. Bach organizza il tempo e lo spazio attraverso tensioni, risposte e imitazioni; la danza segue invece una logica più fisica e centrifuga. A questa distanza contribuiscono anche costumi di paillettes e luci psichedeliche, che costruiscono un universo acceso e spettacolare, difficilmente conciliabile con questo rigore formale.

Il cortocircuito emerge soprattutto nell'Aria delle Variazioni Goldberg e nelle pagine del Clavicembalo ben temperato, dove la scrittura sembra chiedere al movimento un ascolto più profondo. Anche nelle pagine danzanti, come la Sarabanda della Prima Partita o la celebre Aria dalla Suite n. 3, la disciplina della forma e la misura del respiro bachiano trovano una risposta che non va oltre il dato fisico. Non si tratta dunque di mettere in discussione la poetica fisica di Zappalà, quanto di constatare quanto poco riesca qui a fondersi con la musica scelta. Bach tende alla verticalità, alla profondità, a una tensione che dal dato sensibile si apre verso l'astrazione; la danza rimane più legata alla materia. Il risultato è un confronto interessante proprio perché non del tutto risolto.

Il Giappone in punta di ventaglio

Brother to Brother – Dall'Etna al Fuji porta lo stesso problema su un terreno diverso. Qui l'incontro fra le fratellanze “vulcaniche” di Sicilia e Giappone passa attraverso il rapporto fra la Compagnia Zappalà Danza e i Munedaiko, gruppo dedicato alla pratica e alla valorizzazione del tradizionale tamburo giapponese taiko, ampliato nello spettro timbrico dallo shakuhachi e dalle ciotole sonore tibetane. La presenza dei musicisti sulla scena è assai più di un accompagnamento: il gesto necessario a suonare i grandi tamburi è ampio, raccolto, fisico, e rende naturalmente inseparabili movimento e suono. Mugen Yahiro, Naomitsu Yahiro e Tokinari Yahiro mostrano una presenza scenica nella quale musica e movimento coincidono senza bisogno di essere messi artificialmente in relazione. È, paradossalmente, la parte più interessante della coreografia: quella che i tre musicisti producono mentre suonano, attraverso una gestualità rituale e insieme concretamente funzionale al suono.

Brother to Brother (Foto Giancarlo Ceccon)
Brother to Brother (Foto Giancarlo Ceccon)

I tre musicisti non rappresentano il Giappone: lo praticano. La coreografia, invece, rischia di rappresentarlo: ventagli, passettini, pose ieratiche, labbra serrate e ammiccamenti a un'idea generica di eleganza nipponica compongono un immaginario che finisce per assomigliare più a uno spettacolo televisivo per il grande pubblico che a un'indagine sul rapporto fra le due culture.

È un repertorio di segni immediatamente leggibile, ma proprio per questo poco problematico e poco approfondito. Ed è un peccato, perché la musica dei Munedaiko offre una prospettiva diversa. Il taiko non ha bisogno del ventaglio per suggerire il Giappone, così come lo shakuhachi non necessita di una gestualità stereotipata: bastano la concentrazione dei musicisti, la fisicità del tamburo, il respiro del flauto, la vibrazione delle campane. Qui il Giappone non viene illustrato: si manifesta attraverso una pratica musicale che possiede la propria necessità.

Brother to Brother (Foto Giancarlo Ceccon)
Brother to Brother (Foto Giancarlo Ceccon)

In entrambi gli spettacoli, alla fine, è la musica a restare il vero baricentro critico: la scrittura di Bach e la pratica del taiko impongono una necessità che la danza, in modi diversi, non riesce sempre a raccogliere. Il problema non è dunque la distanza fra suono e movimento in sé, ma la difficoltà di trasformarla in una drammaturgia comune.

Causa tempo incerto, entrambi gli spettacoli sono stati trasferiti dal previsto palcoscenico all'aperto del Teatro al Castello “Tito Gobbi” al chiuso del Teatro Remondini. Una soluzione necessaria, che modifica inevitabilmente la percezione di lavori concepiti anche per spazi più ampi. Il folto pubblico di OperaEstate ha comunque accolto entrambe le produzioni con grande entusiasmo, confermando la capacità di Zappalà di costruire immagini di immediata presa e di forte impatto per variegate platee.