Scompare Herbert Blomstedt, una vita al servizio della musica
Si spegne a 99 anni il direttore d'orchestra svedese-americano, protagonista di oltre settant'anni di storia musicale
04 novembre 2026 • 3 minuti di lettura
Si è spento a 99 anni nella sua casa di Göteborg, in Svezia, Herbert Blomstedt. Con lui scompare uno degli ultimi grandi direttori d'orchestra della tradizione sinfonica europea, un musicista che ha attraversato oltre sette decenni di vita concertistica mantenendo fino alla fine una curiosità intellettuale e un entusiasmo fuori dal comune. La sua ultima apparizione sul podio risaliva al maggio scorso, a San Francisco, città alla quale era particolarmente legato: durante l'esecuzione della Nona Sinfonia di Mahler, alla guida dell'orchestra di cui era stato direttore musicale, un malore lo aveva costretto a interrompere temporaneamente il concerto.
Nato l'11 luglio 1927 a Springfield, nel Massachusetts, da genitori svedesi, Blomstedt trascorse l'infanzia tra Svezia e Finlandia. La sua formazione musicale si svolse principalmente a Stoccolma e Uppsala, con ulteriori studi a New York, Salisburgo e Basilea. Tra i suoi maestri figurano Igor Markevitch, Jean Morel e Leonard Bernstein, incontrato a Tanglewood. Il debutto come direttore avvenne nel 1954 con la Filarmonica di Stoccolma; nello stesso periodo assunse la guida dell'Orchestra sinfonica di Norrköping, dando inizio a una carriera internazionale che lo avrebbe portato ai vertici delle maggiori istituzioni musicali.
Dopo le esperienze con la Filarmonica di Oslo (1962-1968) e l'Orchestra della Radio danese (1967-1977), nel 1975 fu nominato direttore principale della Staatskapelle di Dresda, incarico che mantenne per dieci anni. Seguì il decennio americano alla guida della San Francisco Symphony (1985-1995), quindi la direzione dell'orchestra della NDR di Amburgo e, dal 1998 al 2005, quella della Gewandhausorchester di Lipsia. Un rapporto, quest'ultimo, destinato a proseguire ben oltre la conclusione dell'incarico, come testimonia il titolo di direttore onorario conferitogli dall'orchestra. Analogo riconoscimento gli sarebbe stato attribuito da numerose altre compagini orchestrali, tra cui quelle di Dresda, San Francisco, Copenaghen, Oslo e Tokyo.
Il suo repertorio privilegiava il grande sinfonismo austro-tedesco, da Beethoven e Brahms a Bruckner e Mahler, ma comprendeva con altrettanta convinzione la musica dei paesi nordici. Particolarmente apprezzate furono le sue integrali delle sinfonie di Jean Sibelius e Carl Nielsen, nelle quali seppe coniugare ampiezza del respiro, trasparenza della scrittura e attenzione alle peculiarità timbriche. Negli ultimi anni Blomstedt era diventato una presenza quasi leggendaria: continuava a studiare, provare e dirigere ben oltre i limiti convenzionali dell'età, spesso con le partiture mandate a memoria. Due Grammy Awards, un Gramophone Award e, nel 2026, il Praemium Imperiale hanno riconosciuto una carriera che ha trovato nella maturità una stagione straordinariamente creativa.
La sua concezione del dirigere era lontana dall'immagine del direttore carismatico e accentratore. Blomstedt lavorava sulla preparazione minuziosa della partitura, sulla chiarezza del gesto e sulla capacità di instaurare un rapporto di fiducia con i musicisti. "Il mio compito è lasciare che sia la musica a dire il più possibile, e dire io il meno possibile", aveva spiegato in un'intervista. Non a caso amava dirigere senza bacchetta, talvolta senza podio, cercando un rapporto diretto con l'orchestra. La sua autorevolezza non aveva bisogno di imporsi ma derivava dalla conoscenza e dal rispetto.
I musicisti ne ricordavano non soltanto la precisione e la profondità interpretativa, ma anche i suoi modi gentili, la modestia e un senso dell'umorismo mai venuto meno. La critica musicale aveva sottolineato come, nonostante un repertorio frequentato per decenni, nelle sue esecuzioni non affiorasse mai la routine.
La sua lunga vita artistica lascia soprattutto un'idea del direttore come interprete e mediatore. Un musicista che ha saputo attraversare epoche e tradizioni senza trasformare la propria personalità in una sovrastruttura da sovrapporre alle partiture. Forse è proprio questa discrezione, insieme alla capacità di rinnovare continuamente l'ascolto, il lascito più prezioso di Herbert Blomstedt.