I 10 migliori dischi WORLD del 2022

Il meglio della world music (qualunque cosa sia) in 10 dischi bellissimi usciti nel 2022

Migliori dischi world 2022
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La world music come categoria cigola, lo diciamo da anni: dal mondo world – o dal mondo tout court – continua però ad arrivare musica esaltante; abbiamo messo insieme i 10 miglior album world di questo 2022, senza badare troppo ai confini e ragionando con la pancia più che con la testa.

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1. Yahritza y Su Esencia, Obsessed (deluxe), Lumbre

La quindicenne di Los Angeles Yahritza Martinez è diventata una star su TikTok grazie a una canzone, “Soy el unico”, la prima che ha composto in assoluto. Con lei suonano i due fratelli maggiori Jairo (17) e Armando (24) e il loro EP di debutto, Obsessed – ora ripubblicato in versione deluxe – è arrivato al numero uno della classifica latin su Apple e ha infranto diversi record nelle classifiche Latin. “Latin”, sì – ma siamo ad anni luce dai suoni pop-reguetón che imperano, nella direzione di una musica acustica senza tempo, un po’ ranchera un po’ corrido. Così come siamo a distanza siderale dal circuito world e da certi dischi un po’ stantii che riconfezionano il folk centroamericano a beneficio di un pubblico “occidentale”. Vincono le canzoni, semplici eppure incredibilmente tenere, irresistibili nella voce ancora acerba di Yahritza. Insomma, colpo di fulmine.

2. Angeline Morrison, The Sorrow Songs: Folk Songs Of Black British Experience, Topic Records

Secondo disco, centro perfetto per Angeline Morrison, vocalist e ricercatrice inglese con madre giamaicana e padre delle isole Ebridi: per rigore storico, per estetica compiuta nel trasformare quel rigore in narrazione in musica, grazie anche e soprattutto all'apporto di Eliza Carthy col suo violino, la voce e gli arrangiamenti. Le “canzoni della pena”  sono quelle, sconosciute, che la multistrumentista folk – nera come i protagonisti di questi brani – ha dovuto rintracciare una a una, ricostruendo una “storia di comunità” negate e neglette, in Inghilterra: gli schiavi neri prima, i proletari ultimi degli ultimi poi. Con poesia e amore.

3. Batida, Neon Colonialismo, Crammed

Dalla Lisbona black stanno arrivando alcune delle musiche più entusiasmanti degli ultimi anni (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui). Batida, ovvero il producer Pedro Coqueñao – nato in Angola ma cresciuto proprio nella capitale portoghese – è una delle punte di diamante della scena. Il suo ultimo disco (titolo geniale: Neon Colonialismo) mescola afro-house, elettronica, kuduro e quant’altro, tenendo insieme i ritmi da ballo dell’africa lusofona con le voci, fra cui spicca quella del “mito” Bonga.

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4. Rachele Andrioli, Leuca, Finisterre

Leuca è il nome di uno dei capi estremi dell’Italia protesa nel Mediterraneo che fa da sponda, assieme, ai vacanzieri e ai disperati alla ricerca di approdo. Punta di roccia del Salento, luogo di transito di merci e di persone, di culture, di animosità anche crudeli, di amori che sorgono quando meno sembrerebbero essercene le ragioni. Terra di "taranta", anche, oltre ogni deriva mercantilistica e promozionale. Di tutto questo si fa voce e incarnazione Rachele Andrioli, che guardandosi attorno cerca e trova, in questo disco dai molti profumi, il punto d’incontro esatto fra autorialità e tradizione. Le radici e le ali, direbbe qualcuno.

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5. Park Jiha, The Gleam, Glitterbeat

Ancora declinazioni inattese della “world music” da parte di una delle etichette che negli ultimi anni sta ridefinendo la categoria, Glitterbeat: la coreana Park Jiha – l'abbiamo intervistata qui – suona gli strumenti della sua tradizione, ma li cala in un contesto che rimanda ora alla ricerca timbrica dell’avanguardia, ora a una certa elettronica d’ascolto, ora alla New Age. In ogni caso, un bel viaggio.

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6.Congotronics International, Where's the One?, Crammed Discs

Dai Konono n.1 sono filiati molti progetti, fra cui la celebre serie Congotronics dell'etichetta Crammed, che già nel 2010 (con Tradi-Mods Vs Rockers: Alternative Takes on Congotronics) aveva mostrato il potenziale delle irresistibili orchestre di likembe elettrificati alle prese con post-rock, indie rock ed elettronica. Congotronics International porta avanti la stessa idea come supergruppo, attivo sia a distanza, sia dal vivo: ne fanno parte pezzi di Konono No.1, Kasai Allstars, Deerhoof, ma anche Juana Molina, Wildbirds & Peacedrums e Matthew Mehlan. Alla produzione John Dieterich e Greg Saunier dei Deerhoof. Irresistibile.

7. Leyla McCalla, Breaking the Thermometer, Anti

La violoncellista Leyla McCalla va sulle tracce delle sue radici antillane fra pizzicati di archi, banjo e spettrali registrazioni d’epoca, dall’archivio di Radio Haiti-Inter. Chi aveva apprezzato McCalla nello splendido progetto Our Native Daughters (con Amythyst Kiah, Allison Russell e Rhiannon Giddens) ritroverà qui molte di quelle idee, virate ora in chiave più decisamente caraibica.

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8. Kokoroko, Could We Be More, Brownswood

Palpita, fluttua, satura ogni angolo libero, si ritrae e rioccupa spazi la musica dei Kororoko, ottetto afrobritannico guidato dalla trombettista Sheila Maurice che, in mancanza di migliori definizioni, ascriveremo d'ufficio a quell’affollata e viva schiera nu jazz inglese che mette in  conto afrobeat memore del Presidente Fela Kuti e Highlife ghaniana, afrori funkadelici e velluti in levare giamaicani. Qualcuno ha notato, peraltro, il lettering e certe immagini? Vedi alla voce antica Osibisa e Roger Dean. A proposito di Africa e Inghilterra.

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9. Vieux Farka Touré e Khruangbin, Ali, Dead Oceans

Sì, lo sappiamo che non si inventa (quasi) nulla quando si va a reinnescare il meccanismo semplice e perfetto della pentatonica che fa girare l’ottanta per cento della popular music. Sì, abbiamo preso nota delle polemiche sui figli d’arte, roba da far alzare sopraccigli preventivi a più d’uno. Però Vieux, figlio del gigante del desert blues Ali Farka Touré, quando ripassa il repertorio di papà – già di per sé un bell’azzardo – avvolgendolo di sciami alonati e psichedelici, e con un gruppo d’eccellenza e di interessante declinazione d’origine come Khruangbin, è al di sopra di ogni sospetto. 

10. Ry Cooder e Taj Mahal, Get On Board, Nonesuch

Due vecchi ragazzi che si ritrovano, si guardano negli occhi, ritrovano una complicità che era scattata tanti, tanti anni fa, quando il blues rock speziato di mille altri rivoli afroamericani era ancora giovane, e il calendario segnava la metà dei fin troppo ricordati anni Sessanta. Allora erano i Rising Sons, oggi sono due signori attempati e sornioni che forse hanno perso un po’ di elasticità nelle giunture, ma nessun cedimento mostrano nel maneggiare con sapida discorsività corde e ugole, per celebrare il blues di Sonny Terry e Brownie McGhee. Due archivi viventi.

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