Una settimana a Bamako
Un'intervista e un diario di viaggio, con Elvira Pierobon
16 febbraio 2026 • 8 minuti di lettura
Ho conosciuto Elvira Pierobon nel 2023 in occasione della pubblicazione di Diré di Idrissa Soumaoro da parte dell’etichetta Mieruba, per cui lei è responsabile della post-produzione.
Abita in Mali più o meno stabilmente dal 2018, prima a Bamako e poi a Ségou: «Sono arrivata in Mali "per colpa" della sua musica e di Mathieu Xavier-Arnihac, un produttore francese che me l'ha fatta conoscere quando abitavamo insieme in Francia».
In questi anni ha fatto diversi va e vieni tra l'Italia e il Mali, perché ha svolto un dottorato in urbanistica presso l'Università IUAV di Venezia. Mentre studiava, ha messo su famiglia e ha partecipato al progetto Mieruba, etichetta e centro culturale di Ségou, stringendo anche un forte legame con il collettivo Le Lac de Lassa, centro di agro-cultura di Bamako.
«Ti scrivo perché finalmente, dopo interminabili mesi in pianura padana, vado a Bamako una decina di giorni. Mi dicevo, sarebbe da cogliere l’occasione per fare un articolo sulla situazione laggiù. Io non ho nessuna voglia di espormi politicamente ma un report su come vanno le cose musicalmente nella capitale potrebbe starci? Se ti pare una bella idea, potrei raccogliere materiali e magari usarli per scrivere qualcosa insieme al mio ritorno. Best!».
Al suo ritorno ne è venuta fuori un’intervista che in realtà non lo è perché quello che mi sono trovato tra le mani è al contempo un mini-diario di viaggio e una dichiarazione d’amore nei confronti del Mali e dei suoi abitanti, con la speranza che finisca in tempi rapidi la guerra ibrida che si sta combattendo nel Sahel, un conflitto dove non contano solo le armi ma anche il controllo delle rotte commerciali e delle risorse minerarie.
Quando sei stata a Bamako?
«Siamo stati – non ero da sola ma in compagnia – una settimana a Bamako il mese scorso, a gennaio. Siamo stati troppo poco. La nostalgia ci mette solo qualche ora a montare a galla e chissà quanto resterà ferma lì, in gola. Basta che alla radio passi qualche nota di chitarra che vagamente ricorda una melodia mandengue che il nodo in gola mi fa venire gli occhi lucidi».
«No, non sono una povera romantica, sono una che ha sempre pensato che casa è dove c’è musica. Certo, gli slanci di passione colorano spesso le mie giornate, tanto che proprio durante quel soggiorno, seduta placidamente su un divano, mi sono messa ad ascoltare l’album di Hugh Masekela che porta quel titolo, Home Is Where Music Is».
«Ma i suoni jazzy di Masekela non sono durati a lungo: dopo qualche delicato fraseggio sono stati sovrastati dalla musica sparata ad alto volume dalle casse audio in cortile. È stato Remy a metterla. Stava lavando la macchina e ha pensato bene di far suonare della musica bwa, quella della sua comunità culturale (in gergo volgare, etnia). Si sentivano chiaramente il balafon, le percussioni e i cori, in botta e risposta tra gruppi di donne e uomini».
«Durante questa settimana a Bamako è stata un’altra comunità, quella dogon, al centro incontestato della città. Il nostro soggiorno è coinciso con l’undicesima edizione del Festival Culturel Ogobagna, il festival per l’appunto della comunità dogon. Da diverso tempo, ci hanno detto, non si respirava un’aria di festa come quella di quei giorni. A Bamako la gente è stanca, è vero. Sono stati mesi molto difficili: ci sono stati blocchi al rifornimento di benzina con conseguenti code chilometriche ai distributori, automobili ferme per giorni e meno denaro in circolazione».
«I nostri amici sono tutti dimagriti, i loro occhi erano stanchi ma in questa settimana brillavano nuovamente di una luce vivace. Chi, se non loro, avrebbe potuto tenere duro di fronte a tutto questo? Avevamo già vissuto l’embargo del 2022, avevamo visto come i maliani ne fossero usciti a testa alta. Ora però il livello di difficoltà è addirittura superiore e, ci hanno detto tutti, c’era davvero bisogno di questo festival per sgombrare la mente dai brutti pensieri».
A questo punto sono curioso: parlaci del Festival Culturel Ogobagna.
«Una settimana di festa dell’artigianato e della musica. Ogni giorno concerti di musica folk e danze di diverse comunità che si incontrano nell’abbraccio di quella dogon. Il weekend, poi, concert géant a partire dalle 20 fino all’alba».
In quest’edizione hanno suonato il veterano Koko Dembele, Petit Goro, stelle del rap maliano come Young BG e DR KEB, il dolce chitarrista touareg Kader Tarhanine e l’immancabile djelimouso (griotte) Safi Diabaté.
Sette giorni di concerti ed altri appuntamenti: sembrerebbe una bella faticaccia.
«Non ho mancato un solo giorno ma alla sera ero spesso altrove. Per colpa dell’età che avanza e degli impegni mattutini ho preferito le ore pomeridiane, i piccoli concerti e mangiare spiedini di carne o un poulet bicyclette (così si chiamano i polli locali cresciuti per la strada, più snelli di quelli di allevamento), seduta sotto il tendone del festival, in mezzo a tanta gente vestita per l’occasione in maniera ricercata, con abiti confezionati impiegando tessuti tradizionali, Bogolan e Indigo».
«Ho sentito qualche nota del concert géant il venerdì sera, mentre sorseggiavo con amici una birra in un maquis (bar) poco distante. Stavamo seduti su questa terrazza di fronte al misterioso fiume Niger, che disegnava una lingua scura, illuminata solo dalle luci delle auto e delle moto che attraversavano il ponte, poco distante. A intrattenere i clienti, un suonatore di kora con calma interpretava i classici della tradizione mandengue, incurante dei bassi che rimbombavano in sottofondo».
A parte questo festival, Bamako è ancora una delle capitali africane (oserei dire mondiali) della musica?
«La musica non è mancata in questi giorni felici. Mi ha riempito il cuore, come solo lei sa fare. L’ho intravista appena scesa dall’aereo, sulla via notturna di casa. Stavamo ancora assaporando l’aria calda della notte, in silenzio, quando fuori dal finestrino ho visto alcuni ragazzi ballare intorno a un radio, con i gomiti in alto, la testa verso il basso, e le ginocchia in movimento. Stavano di fronte a un chiosco, tra camion parcheggiati e qualche moto in transito. Ne sera (sono arrivata, in bambara), ho pensato».
«Il giorno dopo mi sono recata a un incontro di lavoro. Usciamo sul terrazzo fuori dall’ufficio e sentiamo una musica forte provenire dal cortile di fronte. "Cos’è? Un matrimonio?" chiedo al mio amico. "No, è una chiesa", dice con un sorriso, "lo fanno almeno due volte a settimana, a noi non disturba". Tutti sanno che nei cortili delle chiese di Bamako fanno i primi passi tanti musicisti: vengono loro dati gli strumenti e il tempo per ripetere in gruppo. Mi vengono in mente almeno un paio chitarristi, oggi eccelsi musicisti, che si sono formati così».
«La musica che risuona nell’ufficio sembra una rumba congolese. Non è strano: tra la vecchia generazione si trovano ancora grandi amatori di Franco & co. Anche la musica cubana tocca spesso il cuore dei maliani. In una di queste sere trascorse a Bamako, tra amici, ho scelto io quali brani ascoltare e siamo finiti a Cuba: ho visto i visi rilassarsi, cullati da melodie che ascoltavano senza capire le parole, scaldati però da una vicinanza spontanea. Su questo legame si potrebbe dire molto. Proprio quella sera, stavo seduta accanto a una persona che di Cuba e Mali potrebbe parlare molto: Cheick Tidiane Seck, il grande maestro della "pianola" che custodisce tante storie della musica maliana e dei suoi legami con il resto del mondo».
«Più tardi, quando Cheick Tidiane Seck era già rincasato, la corrente elettrica è saltata: normale routine di questi ultimi anni. Il silenzio, però, non è durato a lungo: c’era tra noi Dabadi Kouyaté, un grande giovane chitarrista che quella sera ha fatto quello per cui è nato, vale a dire il djeli (griot). Ci ha intrattenuto con le sue note mentre, seduti comodi, sorridevamo piano».
«Il giorno prima avevamo visto in concerto altri amici musicisti. Il duo Sahel Roots (Alassane Samaké e Adama Sibidé) è riuscito come sempre a farci battere le mani. Adama al soku (violino monocorde) è un vero Jimi Hendrix che inarca la schiena mentre i suoi assoli raggiungono note sempre più alte, sempre più noise, mentre Alassane non perde un colpo alla calebasse, con gli occhi chiusi e un grande sorriso».
«C’erano altri amici seduti con noi e alcuni hanno detto che presto avrebbero lasciato il Mali. La vita è diventata troppo dura, hanno detto. Altri non parlano, ma la domanda è nella testa di molti, tra quelli che devono scegliere se restare o partire».
«Meglio pensare che questo brutto periodo finirà presto perché così non può continuare, che la resistenza alla fine pagherà, che torneranno i bei giorni, magari quelli leggendari prima del 2012. Io purtroppo quegli anni non li ho vissuti, me li hanno solo raccontati. Pare che siano stati incredibili. C’erano concerti letteralmente ovunque; ci si poteva trovare, per caso, di fronte ad Ali Farka Touré, Lobi Traoré, Mangala Camara e tanti altri che oggi non ci sono più».
C’erano altri amici seduti con noi e alcuni hanno detto che presto avrebbero lasciato il Mali. La vita è diventata troppo dura, hanno detto. Altri non parlano, ma la domanda è nella testa di molti, tra quelli che devono scegliere se restare o partire.Elvira Pierobon
«Di concerti a Bamako ce ne sono ancora, anche se alcuni posti storici sono ora chiusi, come Club Africa, dove non si pagava l’ingresso e ogni weekend c’era musica fino a tardi. Ci sono ancora i matrimoni sotto i tendoni per strada o, per i più facoltosi, in locali con le pareti ricoperte di tessuto bianco. A Ségou, la città storica dove si teneva, fino all’anno scorso, l’immancabile festival del Niger, hanno voluto organizzare una settimana di concerti. Contro le previsioni dei più prudenti, Fatim Diabaté Haute Gamme e altre stelle della musica maliana si sono esibite di fronte a una grande folla».
«Io, di fronte a tutto questo, ho solo voglia di tornare a vivere lì il prima possibile. Ho voglia di prendere il taxi e di discutere con il mio zoppicante bambara della musica messa dal conducente nell’autoradio. Ho voglia di svegliarmi e sentire la musica della vicina che ascolta la voce di una diva della musica maliana mentre prepara una pietanza da mangiare. Ho voglia di comprendere ancora nuove parole nelle melodie che sento per caso passare, di coglierne davvero il significato, un significato rivolto a me, come a tutte e tutti quelli che abitano questi luoghi. Avrei voglia di vivere cadenzata da queste melodie che ci tengono vicini».
«Qui, come dice una mia cara amica, diventiamo tutti musicisti di un ritmo che lascia a ognuno lo spazio di un assolo, basta aspettare il momento, basta sentire che arrivi o rimanere nel tempo di questa speranza. Speriamo di tornare presto, speriamo che la pace torni al più presto».