Come un racconto: la storia dei Massimo Volume

Intervista con Emidio Clementi, Vittoria Burattini ed Egle Sommacal: dopo Il nuotatore, il tour nei teatri dei Massimo Volume

Massimo Volume
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A sei anni da Aspettando i barbari sono tornati i Massimo Volume, con un disco – lo splendido Il nuotatore, pubblicato da 42 Records e un inedito assetto a tre, con Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini. E, soprattutto, con tante cose da raccontare. In attesa del tour nei teatri (si parte il 20 febbraio da Bologna), abbiamo conversato con i Massimo Volume del nuovo disco, del passato, di Bologna e dei cambiamenti portati da (quasi) trent'anni di carriera.

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"Ogni uomo è una bottiglia quasi vuota o mezza piena", dite nel disco: come vedete la storia dei Massimo Volume dagli esordi ad oggi?

VITTORIA BURATTINI: «È la storia di una band fatta da persone appassionate di musica e letteratura. Credo che ognuno di noi consideri il proprio angolo creativo, la propria possibilità di partecipare, fare cultura, come un privilegio da non sciupare. Credo che la consideriamo la miglior parte di noi, il nostro vestito migliore. In trent'anni poi ne succedono di cose: quando abbiamo incominciato a suonare insieme eravamo giovani e selvaggi, non usavano espressioni come "dinamiche interpersonali o "rispetto reciproco", mettevamo nel gruppo la più grande parte di noi, era un'esperienza totalizzante, inevitabilmente destinata a cambiare, e per poter cambiare ci siamo sciolti per sei anni. Ci siamo ritrovati più adulti e un po' più consapevoli di quello che avevamo costruito, e abbiamo deciso di riprendere a suonare cercando di essere più accorti gli uni nei confronti degli altri. E poi anche più aperti all'esterno, più disposti a vivere altre esperienze e collaborazioni musicali, e questa linfa vitale ha arricchito il gruppo». 

In molti pezzi ("Amica prudenza", "Il nuotatore", ma non solo) il suono della chitarra di Egle ha colori inediti. Com'è avvenuto questo cambiamento? Alcuni pezzi hanno un afflato che tende quasi al pop, che ne pensate? 

EGLE SOMMACAL: «Nei nostri primi dischi non c'era una vera e propria ricerca timbrica. I suoni dei nostri strumenti, il modo di ognuno di noi di suonare si sono fusi in modo naturale e in fondo casuale. La nostra attenzione era più indirizzata verso le altre componenti musicali».

«In trent'anni ne succedono di cose: quando abbiamo incominciato a suonare insieme eravamo giovani e selvaggi, non usavano espressioni come "dinamiche interpersonali o "rispetto reciproco", mettevamo nel gruppo la più grande parte di noi, era un'esperienza totalizzante».

«Negli ultimi due dischi e particolarmente con Il nuotatore ci siamo concentrati sulla timbrica come elemento capace di trasmettere significati. Questo forse a discapito di altre componenti come l'armonia, che risulta ulteriormente semplificata rispetto ai lavori precedenti e invece a favore di linee melodiche più adatte a essere filtrate da effetti analogici, come i pedalini per chitarra. E forse è anche questo che dona ai brani un respiro in qualche modo "pop"».

 

Come mai Stefano Pilia [il secondo chitarrista, entrato nel gruppo dopo la reunion del 2008]  non è più con voi e perché avete deciso di restare in trio, tranne che nei live?

VITTORIA BURATTINI: «L'uscita di Stefano dal gruppo è stata piuttosto indolore. Lui sempre più impegnato nei suoi progetti, ora anche con gli Afterhours, noi dei topi di sala prove, che discutiamo e litighiamo su tre note per una settimana intera, forse pure eccessivamente. Magari lui ha sofferto un po' di questa nostra “claustrofilia” compositiva. Siamo rimasti in ottimi rapporti, ci è venuto a trovare in sala prove anche qualche giorno fa e abbiamo pure suonato un pezzo insieme. Anche quella di suonare in trio è diventata una decisione solo strada facendo. Per qualche mese abbiamo pensato a vari nomi, poi visto che non ci decidevamo mai abbiamo capito che stavamo portando a casa il disco in tre. Si vede che era venuto il momento.

Torniamo agli inizi: che ricordi avete, come vi siete incontrati? E come nacque l'idea di non cantare? Avevate dei punti di riferimento? Ricordo Emidio con una maglietta di Starfuckers, ad esempio.

VITTORIA BURATTINI: «Io e Mimì ci siamo conosciuti in sala prove. Ero stata chiamata come batterista perché avevamo amici in comune. Egle è arrivato qualche anno dopo: io e Mimì l’avevamo visto suonare a Feltre nei Detriti e ci era piaciuto un sacco, quindi gli chiedemmo di unirsi alla band perché avevamo bisogno di un chitarrista. Abbiamo cominciato così, ovviamente senza sapere se saremmo durati un mese o trent'anni. Siamo durati (quasi) trent'anni. Abbiamo scelto di non cantare un po' per limiti tecnici, un po' per poter avere più libertà nell'uso delle parole. Quando ho letto i primi testi di Mimì, oltre a rimanerne entusiasta, ho pensato che meritasse spazio per dire quel che aveva da dire, non a caso abbiamo spesso anche adottato la formula del racconto breve, molto diversa dalla brevità richiesta da una canzone».

«Abbiamo scelto di non cantare un po' per limiti tecnici, un po' per poter avere più libertà nell'uso delle parole».

«Avevamo dei punti di riferimento: Sonic Youth, Fugazi, Velvet Underground, Steve Reich, Gun Club, Throbbing Gristle, Miles Davis, Coltrane, ma anche i cantautori italiani (di sicuro io), CCCP/CSI, gli stessi Starfuckers, che cominciarono per primi adusare il parlato. Con loro eravamo proprio amici, facevamo parte dello stesso giro di persone e siamo amici tuttora».

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Bologna, allora ed ora: come ci siete arrivati, come vi ci siete trovati, e come è cambiata in questi anni? 

EMIDIO CLEMENTI: «A metà degli anni Ottanta Bologna era la città, culturalmente, più vicina all’Europa. Un altrove abbordabile, che mi ha aperto un orizzonte nuovo. Vivendoci, faccio fatica a notarne i cambiamenti. Per me resta una città viva, curiosa, accogliente, in cui sono contento di vivere».

EGLE SOMMACAL: «Siamo arrivati tutti a Bologna a fine anni Ottanta e tutti per l'università. Veniamo tutti da posti più provinciali, e Bologna in quegli anni era una delle città più vive in Italia: centri sociali, locali, un’università viva grazie ai collettivi studenteschi, una cultura cosmopolita, un sacco di gente strana e interessante. Eravamo dei ventenni e guardavamo la città con quegli occhi. Ora la prospettiva è naturalmente cambiata come sono cambiati interessi e priorità. Bologna nel frattempo ha avuto alti e bassi, continua ad averli e credo che sarà così anche in futuro. Forse non è più un centro di produzione musicale come è stata in passato, ma continua a produrre cultura attraverso altri canali, penso per esempio alla street art e ai molti disegnatori che ci hanno abitato e lavorato».

Cosa ascoltate? Dischi e gruppi di riferimento?
EMIDIO CLEMENTI: «Sono cresciuto con il rock, ma con gli anni ho ascolti piuttosto eclettici. Mi piacciono molto la classica della prima metà del Novecento, il jazz di Duke Ellington, Frank Sinatra, Tony Bennett. Ma anche Basinski, Pan American, Tim Hecker e Max Richter».

EGLE SOMMACAL: «Musica classica, molta contemporanea, compositori spesso più giovani di me e per i quali nutro una profonda invidia. Ultimamente ho anche qualche ascolto nostalgico della musica che ascoltavo negli anni Ottanta: Tuxedomoon, Clock DVA, cose così».

Cosa c'è in giro di interessante secondo voi in Italia, oggi ?

EGLE SOMMACAL: «Un sacco di roba, dall’hardcore alla trap e tutto quello che ci sta in mezzo (o a fianco). In tante cose trovo spunti interessanti anche se magari non sono generi che abitualmente ascolto. Mi piacerebbe che le persone tornassero a sentire anche i "piccoli" gruppi nei "piccoli" locali, non sentirsi imbarazzati a essere una delle dieci persone presenti in sala. Sarebbe bello valutare un artista o un gruppo per la sua proposta non per la sua fama».

Il rapporto con l'aspetto letterario dei vostri pezzi: come costruite l'interazione tra testo e musica ?

VITTORIA BURATTINI: «Di solito la prima cosa a essere composta è la musica. Una volta arrivati a un livello compositivo decente, che ci convince tutti, la registriamo e Mimì comincia ad ascoltarla e a coglierne le eventuali suggestioni e il ritmo delle parole. Da lì si parte. Quando poi Mimì porta il testo in sala, di solito è completo, e raramente, forse mai, abbiamo espresso dubbi su quello che scrive».

 Come nasce allora un vostro pezzo? Una frase, un groove, un riff? 

VITTORIA BURATTINI: «Difficilmente nasce da una frase di Mimì, più spesso da un riff, che porta Egle, che è sempre molto prolifico. Oppure, qualche volta, da un groove di basso e batteria, o di uno dei due».

Un pezzo che vorreste aver scritto?

EGLE SOMMACAL: «Il primo che mi viene in mente, di una lista che sarebbe infinita e solo perché è quello che ultimamente ho ascoltato più volte: "Hoyt-Schermerhorn" di Christopher Cerrone».

EMIDIO CLEMENTI: «Easter di Patti Smith».

VITTORIA BURATTINI: «Un pezzo che vorrei aver cantato, più che scritto, è "Lilac Wine", in particolare la versione di Jeff Buckley. Avrei invece voluto scrivere uno qualsiasi dei pezzi dei Beatles, se non altro per assicurarmi la pensione».

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