Pilia e Pupillo, psichedelia amazzonica

Dark Night Mother è il nuovo disco in duo di Stefano Pilia e Massimo Pupillo

Dark Night mother - Pilia Pupillo
Disco
oltre
Stefano Pilia / Massimo Pupillo .
Dark Night Mother
Offset Records / Consouling Sounds
2018

È uno strano oggetto questo Dark Night Mother, firmato a quattro mani da due dei musicisti – come definirli? Di rock d’avanguardia? Avanguardia e basta? – più interessanti in giro, Massimo Pupillo e Stefano Pilia.

Il primo è noto soprattutto per essere il bassista degli Zu (ma ce lo ricordiamo anche per le collaborazioni con FM Einheit, Eraldo Bernocchi, Peter Brötzmann e il progetto B For Bang – per dirne alcune); il secondo, oltre ad aver suonato con Massimo Volume e Afterhours, ha a sua volta all’attivo collaborazioni di peso in ambiti diversi (ad esempio con il gruppo 3​/​4 Had Been Eliminated).

La frequentazione tra i due dura da anni, tra la casa-studio di Pilia a Bologna e la giungla amazzonica (i due avevano registrato una sessione in un villaggio indigeno shipibo, inclusa nel disco solista di Pilia). Dark Night Mother è l'ultimo – spiazzante – esito della collaborazione a essere firmato in duo: registrato a più riprese tra 2014 e 2015 tra Italia, Stati Uniti e Perù, è di fatto un disco di psichedelia acustica, che predilige le atmosfere dilatate e una certa atmosfera eerie (termine ormai molto di moda, ma qui decisamente appropriato), tra chitarre elettriche pulite e riverberi.

Dark Night Mother però spiazza soprattutto per l’uso che fa della voce femminile, vera cifra distintiva dell’album, al punto che per i primi 50 secondi sentiamo soltanto una dolce litania (intonata da Alexandra Drewchin), alla quale si aggiungono chitarra acustica e paesaggi sonori lontani. La newyorkese Drewchin è solo una delle quattro donne che “infestano” (nel senso mistico-magico del termine) l’album: ci sono infatti la pittrice di El Salvador Sandra Canessa e due sciamane amazzoniche (Olivia Arebalo e Lucinda Mahua), che cantano con voce antica e tecnica particolarissima (si ascolti ad esempio “Weeshdeen”, cui si aggiunge l'inventiva batteria di Cristiano Calcagnile).

Chi è legato alle produzioni più “hard” di Pupillo e Pilia troverà forse pochi appigli – ma avrà molto in cambio. Siamo dalle parti di certi misticismi sperimentali anni settanta alla Claudio Rocchi o alla Aktuala, che troppo presto erano stati dismessi come fricchettonate senza capo né coda, ma che una via musicale – in realtà – l’avevano tracciata, tra l'Europa e l'India, l'Africa – o, in questo caso, l'Amazzonia.

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