Una Traviata che affronta la musica e balla (poco)

L’opera verdiana chiude la breve stagione lirica del Teatro Comunale “Mario Del Monaco” di Treviso

La Traviata (Foto Valentina Zanaga)
La Traviata (Foto Valentina Zanaga)
Recensione
classica
Teatro Comunale “Mario Del Monaco” di Treviso
La Traviata
10 Dicembre 2021 - 12 Dicembre 2021

Un’altra Traviata? Sì, ma questa è una “special edition”! Le feste imminenti c’entrano poco. C’entrano invece il Covid-19 e le problematiche presenti dei nostri tempi che obbligano a ridurre il numero di persone in scena e ad aumentare le distanze per fare spettacolo in sicurezza. Così spiega il regista Ivan Stefanutti, che firma anche scene, costumi e proiezioni del nuovo allestimento dell’opera verdiana coprodotto con Padova, Rovigo, Lucca e Livorno, e andato in scena al Teatro Comunale “Mario Del Monaco” di Treviso a completamento di una breve stagione lirica aperta da Don Pasquale e proseguita con l’Orfeo di Monteverdi.

C’è poco da innovare nell’opera più eseguita al mondo e del resto La traviata funziona anche senza metterci troppe idee creative (anzi, spesso funziona anche meglio). Anche nell’allestimento di Stefanutti il tasso di innovazione è piuttosto basso, se si tralasciano l’innocuo slittamento in ambienti “déco” e i costumi anni Trenta e soprattutto l’affaccio su una jungla metropolitana distopica (ci perdoni Jacini!) con grattacieli antropomorfi e monumenti equestri in cima agli edifici contro cieli cangianti con fughe veloci di nubi e repentini cambi di stagione. Anche se gli essenziali elementi scenici suggerirebbero altro, forse siamo a Metropolis o magari a Gotham City, come nel recente Macbeth scaligero, solo che per questa Traviata i mezzi sono molto meno generosi ma anche l’impianto drammaturgico meno conseguente e solidamente ancorato a una certa rassicurante routine con tutto quello che deve esserci in una Traviata che si rispetti: delle coppe per il brindisi nel primo atto, un tavolo da residenza di campagna per il secondo (e un tavolo da gioco per la seconda scena), un letto per l’agonia di Violetta per il terzo. E questo c’è tutto. C’è anche una promessa dichiarata di “affrontare la musica e ballare” (anzi, “Let's face the music and dance”), ma va detto che si balla abbastanza poco, fatta salva una coppia di danzatori (della compagnia di danza Fabula Saltica) protagonista di in un walzer piuttosto frenetico alla festa “chez Valéry” del primo atto, mentre in quella chez Bervoix del secondo atto le classiche danze di zingarelle e toreri sono rimpiazzate da una pantomima di marionette giganti.

Rassicurante come l’allestimento è la realizzazione musicale di questa Traviata, affidata alla direzione di Francesco Rosa, che guida l’affidabile Orchestra Regionale Filarmonica Veneta con grande attenzione al canto e più di una finezza strumentale. Ottima protagonista della produzione trevigiana è Venera Gimadieva, sicura nelle colorature del primo atto ma più dentro il ruolo quando la temperatura drammatica sale nel secondo e soprattutto nel terzo atto. Al suo fianco Alessandro Scotto di Luzio come Alfredo è più tenore che personaggio: canta bene ma il suo Alfredo è emotivamente poco coinvolgente. All’opposto, Simone Piazzola è un babbo Germont fin troppo sanguigno anche nell’espressione vocale. Riuscite anche le prove di Giovanna Donadini, una sensibile Annina, e di Andreina Drago, una frizzante Flora Bervoix, così come dei comprimari Emanuele Giannino, un ammiccante Gastone, William Corrò, un focoso Barone Douphol, e Francesco Toso, un fatuo d'Obigny, compresi gli interpreti dei ruoli minori Michele Zanchi (Dottor Grenvil), Luca Favaron(Giuseppe), Giuseppe Nicodemo (un domestico) e Giovanni Bertoldi (un commissionario). Significativo l’apporto del Coro Lirico Veneto ben istruito da Giuliano Fracasso.

Pochi vuoti in sala e applausi calorosi alla fine per tutti. Dopo Treviso, questa Traviata si trasferisce a Padova il 29 e 31 dicembre per salutare l’anno che se ne va.

 

 

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