Dopo trent’anni torna a Roma “Ariadne auf Naxos” di Richard Strauss

Apprezzati, con qualche ombra, la direzione di Maxime Pascal e la regia di David Hermann oltre, tra le voci, Axelle Fanyo e Tuaomsa Katajala

MM

02 marzo 2026 • 5 minuti di lettura

Ariadne auf Naxos (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma)
Ariadne auf Naxos (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma)

Roma, Teatro dell’Opera

Ariadne auf Naxos

01/03/2026 - 10/03/2026

Ariadne auf Naxos giunse a Roma quasi tre decenni dopo la prima rappresentazione assoluta a Stoccarda del 1912 (ma la versione definitiva vide la luce a Vienna nel 1916) e da allora vi ritorna più o meno ogni trent’anni: queste apparizioni distanziate ma regolari sono il segno che il pubblico nostrano è attratto ma non completamente convinto da questo singolare capolavoro, nato quasi per sbaglio, come esito di una serie di tentativi poco riusciti e di successivi aggiustamenti.

Eppure in Ariadne auf Naxos dovremmo sentirci come a casa nostra, perché Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, suo librettista di lusso, guardavano sicuramente all’opera italiana. Il Prologo fa rivivere con garbo e spirito la nostra opera comica settecentesca e introduce perfino quattro maschera della commedia dell’arte. Come avveniva duecento o centocinquanta anni prima in varie opere buffe di successo, l’argomento è quel che succede dietro le quinte di un’opera, con gli immancabili screzi tra compositore e impresario (in questo caso la funzione dell’impresario è affidata ad un maggiordomo, che comunica al compositore i desiderata di colui che paga lo spettacolo, ovvero il padrone di casa). E non fatichiamo ad accettare l’insolita situazione dell’atto seguente, quando i personaggi dell’opera buffa si trovano a tu per tu con un’intrusa: è Ariadne, un personaggio da opera seria, giunto lì da chissà dove e chissà come, con il suo carico di amore e disperazione, tanto da invocare la morte. Ma i personaggi dell’opera buffa non si perdono d’animo e cercano di consolarla a loro modo: una di loro, Zerbinetta, espone la sua spregiudicata filosofia spicciola della vita e dell’amore in un’aria (più esattamente una lunga scena composta da recitativo, aria e rondò) che mette in campo tutti i virtuosismi settecenteschi e anche di più, mandandoci in visibilio. Seguono scaramucce, dispetti e furberie tra le maschere, presto interrotti da tre Ninfe, che annunciano che un bellissimo giovane è giunto su una nave da chissà dove, quasi per miracolo: è Bacchus, id est l’amore dionisiaco. L’opera si conclude con un lungo ed esaltato duetto d’amore tra Arianna e il dio: inutile dire che un duetto d’amore è per noi italiani la conclusione ideale di un’opera.

Ariadne auf Naxos (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma)
Ariadne auf Naxos (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma)

In questo racconto un po’ scherzoso della trama di Ariadne auf Naxos abbiamo volutamente sottaciuto le tante differenze tra quest’opera di Richard Strauss e l’opera italiana: la principale non è che Strauss era tedesco e non italiano, ma piuttosto che erano passati secoli e decenni e quindi tutto era inevitabilmente cambiato. Però Strauss e Hofmannsthal riescono a giocare abilmente con queste differenze e a ricreare un Settecento vivace, arguto e piacevole, proprio perché è una parodia, chiaramente e interamente falsa. Il finale è invece un duetto d’amore come non ce ne sono mai stati nell’opera italiana: è molto wagneriano, per atmosfere e per lunghezza, ma in questo caso escluderei intenti parodistici (sarei tentato di aggiungere “purtroppo”, ma evito).

Aggiungo invece una chiosa. Quest’articolo non è un saggio musicologico su Ariadne auf Naxos ma una recensione che presenta l’opera secondo come la si è vista e ascoltata nel nuovo allestimento che se ne può vedere in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma. Lo dividerei in due parti distinte. La parte della commedia ovvero il prologo è realizzata in modo esemplare. Maxime Pascal, un direttore francese, giovane e specializzato nella musica del Novecento, lo dirige con eleganza francese, briosità italiana, attenzione ai timbri strumentali degna dell’orchestrazione straussiana, qui magica come sempre ma più leggera e trasparente del solito, ottenuta con un’orchestra di dimensioni mozartiane, più un gruppo di percussioni e tastiere non troppo invadente. L’orchestra risponde bene (un po’ stentate solo alcune pagine affidate a piccoli gruppi cameristici, come l’introduzione della seconda parte). Nella prima parte i cantanti interpretano i personaggi comici con vivacità, eleganza, misura, precisione: insomma sono pressoché perfetti. Citiamo quelli che hanno parti più ampie, innanzitutto Angela Brower (il Compositore), Charles Morillon, Adrian Eröd (Maggiordomo) e poi le quattro maschere Äeneas Humm (Arlecchino), Matteo Ivan Rasic (Scaramussio), Karl Huml (Truffaldin) e Manuel Günther (Brighella). Nel palcoscenico praticamente vuoto (la scena di Jo Schramm consiste qui di una parete di fondo su cui si aprono tre porte, che rendono semplici e veloci le continue entrate e uscite dei vari personaggi) David Hermann predispone una regia perfettamente equilibrata, molto vivace ma misurata, senza scadere nel farsesco.

Ariadne auf Naxos (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma)
Ariadne auf Naxos (foto Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma)

Nella seconda parte (quella definita “opera” dagli autori) le cose funzionano meno bene, fin dalla parte iniziale, quando i protagonisti sono ancora quelli del prologo buffo, che ora sembrano però un po’ smarriti in un paesaggio scuro, dominato da un gruppo di enormi alberi scheletriti, che ricordano una foresta germanica più che un’isola greca. Ziyi Dai canta la grande scena di Zerbinetta con voce gradevole, da soubrette, quale il personaggio è effettivamente è; ma quando deve affrontare virtuosismi pirotecnici è piuttosto prudente, anche perché alcuni acuti metallici lasciano intendere che non si sente totalmente a suo agio in quel mondo  stratosferico. Brave le tre ninfe Jessica Ricci (Najade), Michela Guarrera (Dryade) e Sofia Barbashova (Echo). Il problema è il duetto tra Ariadne e Bacchus: la direzione di Pascal appare adesso lenta e piatta, non riesce assolutamente a dare a questa grande pagina l’ininterrotta crescita di ardore e l’entusiasmo con cui dovrebbe culminare l’opera. Axelle Fanyo (Ariadne) e Tuomas Katajala (Bacchus) fanno il loro dovere (e non è poco, considerando la lunghezza e la difficoltà di questa scena) ma questo non basta, qui bisognerebbe portare la musica a un’incandescenza che renda credibili i versi di Hofmannsthal, che o riescono ad essere esaltati ed esaltanti o diventano enfatici e retorici: questa volta si realizza la seconda possibilità.

In sala c’era qualche posto vuoto (d’altronde gli abbonati alle prime non sono abituati a recarsi a teatro la domenica pomeriggio: ma questo non li giustifica) e qualcuno se ne è ineducatamente andato prima della fine. Ma non sono mancati gli applausi, anche calorosi.