L'energia della Stuttgart Philharmonic Orchestra

A Bologna con la bacchetta di Nicolò Umberto Foron e il pianoforte di Clayton Stephenson

GD

17 aprile 2026 • 2 minuti di lettura

Clayton Stephenson, Nicolò Umberto Foron, Stuttgart Philharmonic Orchestra
Clayton Stephenson, Nicolò Umberto Foron, Stuttgart Philharmonic Orchestra

Bologna, Auditorium Manzoni

Clayton Stephenson, Nicolò Umberto Foron e Stuttgart Philharmonic Orchestra

13/04/2026 - 13/04/2026

Nell’ambito della stagione concertistica di Musica Insieme, si è consumato con successo il triplo debutto bolognese del pianista afroamericano Clayton Stephenson e della prestigiosa Stuttgart Philharmonic Orchestra, nonché del direttore  Nicolò Umberto Foron. La serata ha visto l’esecuzione di un programma popolare (nel senso migliore possibile) e precipuo delle grandi occasioni: un viaggio nella grande musica di Dvorak, Tchaikovsky e Brahms.

La compagine tedesca ha subito esibito l’energica e robusta frizzantezza del proprio suono cimentandosi in un’inebriante esecuzione dell’ouverture da concerto Karneval di Dvorak, che Foron ha diretto con una convincente gestione agogica e una buona concertazione, restituendo un apprezzabile fraseggio tra le parti soprattutto nel rapporto tra la giocosità danzante e il lirismo sognante che contraddistingue l’opera.

A seguire, Clayton Stephenson e il direttore classe 1998 hanno offerto un’interpretazione altrettanto vibrante ed effervescente del Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra di Tchaikovsky che, per questo motivo, è risultato un po’ sprovvisto di quel profondo tormento tardo-romantico che pure lo caratterizza e che si dipana ombrosamente anche attraverso i momenti all’apparenza più ameni e tranquilli. Insomma, si può affermare ironicamente di aver assistito a un Tchaikovsky “all’americana”, dedito soprattutto allo spettacolo e a suscitare reazioni per lo più sensoriali da parte del pubblico (non che ci sia nulla di male, effettivamente). Comunque, il pianismo di Stephenson è apparso indubbiamente florido sul piano tecnico e caparbiamente vario su quello espressivo, capace di alternare credibilmente l’esplosività virtuosistica dei movimenti esterni con la tenera musicalità dell’Andantino centrale.

Dopo l’intervallo, è andata in scena la Sinfonia n. 2 in Re Maggiore di Brahms e anche in questo caso si è avuta l’impressione che lo scavo interpretativo fosse un po’ latitante. Infatti, se la resa generale si è attestata in fin dei conti su buoni livelli, in alcuni momenti la musica è apparsa poco profonda e troppo “corta”, come se i meravigliosi dettagli melodici di Brahms venissero sacrificati sull’altare della grandiosità sinfonica generale. Da questo punto di vista, a risentirne maggiormente è stato il bucolico Adagio che, a fronte della piacevole musicalità ben elargita dal direttore e dall’ensemble, non ha dischiuso quella sublime dimensione di enigmatico mistero che lo rende così speciale. Molto meglio i movimenti esterni che, grazie all’ordinata energia di cui sono portatori gli ottimi musicisti (soprattutto gli archi) di Stoccarda, hanno trascinato il pubblico verso calorosi applausi finali. I musicisti hanno ringraziato con un bis sulle note della Danza Ungherese n. 1 dello stesso Brahms.