Fin de partie di Kurtág debutta a Basilea

Successo pieno per un nuovo allestimento

LS

15 aprile 2026 • 4 minuti di lettura

Fin de partie
Fin de partie

Basel, Theater Basel

Fin de partie

12/04/2026 - 18/06/2026

È andata in scena a Basilea (Theater Basel) Fin de partie, la prima opera di György Kurtág. Dopo la prima assoluta alla Scala nel 2018, Fin de partie è stata messa in scena in altre città, tra cui Amsterdam, Parigi, Dortmund, Vienna e Berlino. Ma quello in Svizzera è un debutto speciale per almeno tre ragioni. La prima: Kurtág è legato a Basilea, è stato per molti anni docente ospite alla Musik Akademie e se volete sbirciare nel suo archivio dovete andare alla Paul Sacher Stiftung. La seconda: questa produzione festeggia i cento anni del compositore. La terza: c’è un nuovo allestimento, firmato da David Marton con la dramaturg Elise Boch, che si è rivelato bello e suscitatore di domande.

Prima di proseguire, però, assicuratevi di aver cliccato qui per sapere com'era il debutto scaligero. Fatto? Bene, ora che siete tornati sapete quale meraviglioso pezzo di teatro musicale abbia scritto Kurtág su Finale di partita di Beckett. Sapete che la musica sembra, come i personaggi, sopravvissuta a una catastrofe. Sapete che è fatta di macerie, ora isolate ora unite in brevi successioni che talvolta formano, quasi per caso, una melodia. Sapete che la partitura ha una grande espressività pur non avendo un linguaggio che tende a comunicabilità e decifrazione immediate, proprio come il testo di Beckett. Testo che – ma già lo sapete – Kurtág ha conservato circa per metà, aggiungendo di sua mano il resto.

Foto Ingo Höhn
Foto Ingo Höhn

Ora, quanto alla musica, possiamo aggiungere che a Basilea l’opera è stata cantata magnificamente da Nathan Berg, uno più bei timbri di basso-baritono in circolazione, troneggiante nei panni di Hamm e affiancato da tre ottimi interpreti: il baritono Michael Bort (Clov), il mezzosoprano Ursula Hesse von den Steinen (Nell) e il tenore Ronan Caillet (Nagg), valoroso nel reggere una parte spaccagole, scritta in una tessitura querula e sforzata tipo Mime nel Ring, con tracimazioni nel falsetto. Alla fine delle due ore – senza interruzioni, un tour de force per tutti – sono stati tributati ai cantanti, all’orchestra e al direttore Gábor Káli applausi entusiasti.

Veniamo alla regia. Che Marton e Boch abbiano fatto un lavoro di scavo enorme nella drammaturgia musicale lo dimostra il fatto che gesto e suono sembravano modellarsi a vicenda. Le invenzioni qui erano tante, dense, piene di significato e in alcuni casi spettacolari; magari non tutte necessarie, ma coerenti tra loro e con la musica dall’inizio alla fine. Alcune differenze col testo di partenza ne illuminavano le profondità. La prima e più plateale era nell’ambientazione. Tutti sanno che Fin de partie si svolge tra quattro (si fa per dire) mura grigie e spoglie. Invece Marton, Boch e lo scenografo-costumista Márton Ágh hanno riambientato l’opera in cima a un palazzo, su una terrazza fatiscente e ingombra di scatole. Sullo sfondo, un agglomerato di edifici vuoti e semidistrutti. Può sembrare l’esatto contrario, ma non è, a pensarci bene, la stessa cosa? Non accentua lo stesso senso di chiusura, di mancanza di vie di fuga, estendendolo al mondo esterno? Beckett si è dimostrato fin troppo ottimista escludendo dalla scena il magazzino di Clov. Marton e Boch impediscono di illuderci che contenga meraviglie: è tutto lì, alla luce del sole. E Hamm non può in ogni caso vederne lo squallore.

Foto Ingo Höhn
Foto Ingo Höhn

Altra differenza: Nell e Nagg non escono da due bidoni della spazzatura, ma dal divano su cui Hamm è seduto e che è parte indivisibile della sua persona, il che suggerisce che i due anziani genitori siano un suo parto mentale, ovvero fantasmi che lo perseguitano; il loro aspetto biancastro conforta quest’ipotesi. E non è un portare alla luce quanto è implicito in Beckett? Infine, un evento che accade all’inizio sembra minare le basi stesse del dramma. Poco dopo la pantomima di apertura, Clov si siede sul divano, accanto ad Hamm. Chiunque trasecolerebbe: ma come? Clov non si può sedere! È l’opposto di Hamm, che non si può alzare. Dov’è finito l’assurdo di quella condanna da girone infernale? E non è una svista: nel corso dell’opera, Clov si siede a terra varie volte, addirittura si sdraia a dormire. Il senso si coglie alla fine. Dopo essere tornato sotto le coltri, Hamm scompare nel nulla. Il suo posto viene subito preso da Clov. Un bambino si arrampica sulla terrazza e trova del cibo: è già pronto a essere cresciuto da Clov/Hamm come un figlio. Ecco la condanna infernale, ecco il ripetersi dello stesso ciclo. Fino alla fine della partita.

Foto Ingo Höhn
Foto Ingo Höhn