Una Traviata ad Alba

La produzione della Lirica Tamagno con protagonista Aleksandrina Mihaylova

LS

02 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

La traviata (foto LunaSoft Video-Produzioni)
La traviata (foto LunaSoft Video-Produzioni)

Alba, Teatro Sociale “G. Busca”

La traviata

28/02/2026 - 28/02/2026

Mentre andava in onda la finale di Sanremo, la sera del 28 febbraio 2026 al Teatro Sociale “Giorgio Busca” di Alba (CN) andava in scena La traviata. Possiamo dire che, tutto sommato, il match tra Giuseppe Verdi e Carlo Conti si sia risolto con un pareggio, considerando che la sala del Busca non poteva contenere più gente di così.

La produzione era a cura della Lirica Tamagno, impresa che ha tra i suoi obiettivi la diffusione del repertorio operistico nei teatri di tradizione del Piemonte. L’allestimento aveva già debuttato a gennaio 2025 ad Asti e a novembre era stato ripreso a Savigliano e a Casale Monferrato. I suoi punti di forza sono, a nostro avviso, un’ottima interprete di Violetta e un’ottima orchestra. Violetta era Aleksandrina Mihaylova, una giovane allieva di Raina Kabaivanska. Si è fatta molto apprezzare dal pubblico albese per una generosità di emissione negli acuti, sempre potenti, ben proiettati e talvolta filati in messe di voce, e una sufficiente sicurezza nelle agilità. Nel terzo atto ha saputo colorare con accenti di vera disperazione il suo canto, fino al limite del grido. Altrove ha mostrato sottigliezze frutto di un certo scavo interpretativo: basti citare l’inizio di “Dite alla giovine” con voce completamente ferma tra il piano e il pianissimo, senza vibrato percettibile, come di chi davvero rimanga con un filo di voce mentre dice il prezzo del proprio sacrificio.

La traviata (foto LunaSoft Video-Produzioni)
La traviata (foto LunaSoft Video-Produzioni)

Il secondo punto di forza è merito del direttore d’orchestra, il giovane Sirio Scacchetti, e naturalmente dell’orchestra, che era l’Orchestra Bartolomeo Bruni di Cuneo: in tutto circa una trentina di elementi in una buca che, come quelle di molti teatri di tradizione, tanti di più non ne può contenere. Ma l’acustica di questi teatri fa sì che pochi strumenti risuonino come un’orchestra sinfonica anche nei più blandi accompagnamenti, ammesso che blandi fossero, e non lo erano perché Scacchetti è riuscito, con poche prove, ad assicurare alla partitura nerbo, tensione drammatica, teatralità e nobiltà del fraseggio, le quali cose fanno di lui un autentico direttore verdiano.

Alfredo era Rino Matafù, anche lui piuttosto giovane, dalla voce chiara, forse non così ricca timbricamente ma con tutte le basi per rendere, se vuole, il personaggio ancora più scavato; Germont era Alessio Verna, baritono dal timbro caldo e pastoso, capace di morbidezze persuasive e di scatti d’ira. Non male anche i comprimari: la Lirica Tamagno ha tra i suoi compiti quello di offrire le prime occasioni di esperienza sul palcoscenico ai futuri professionisti, davanti e dietro le quinte: a loro i migliori auguri. Nota in parte dolente, il Coro Francesco Tamagno ha offerto una prova alterna, mostrandosi qui coeso, là scollato, sia internamente sia con l’orchestra, ma non tale da compromettere gravemente l’insieme. Forse qualche prova in più avrebbe fatto bene.

La traviata (foto LunaSoft Video-Produzioni)
La traviata (foto LunaSoft Video-Produzioni)

I dubbi maggiori riguardano la regia, a cura di Davide Garattini Raimondi ripresa da Barbara Palumbo. Scene e costumi, firmati da Danilo Coppola, delineano un’ambientazione contemporanea: nel secondo atto Alfredo veste skinny jeans, nel terzo Violetta muore su un letto d’ospedale con la testiera in legno e termoplastica, eccetera. Nulla di strano, anzi: si sa che La traviata è uno dei pochi soggetti che Verdi vuole ambientare nel suo presente: tanto più legittimo riambientarlo nel nostro. Il problema è che la recitazione è sovente aliena rispetto all’universo di ambientazione, e sembra rifarsi a formule, gesti e modi stereotipicamente ottocenteschi, con giardinieri che si inchinano mentre portano messaggi e altri simili poncifs. Fortunatamente nel terzo atto diminuivano e lasciavano spazio a una recitazione un po’ più scarna e realistica. Addirittura con un dettaglio agghiacciante: Annina (Erika Fornero), sollecitata da Violetta e Alfredo (“dammi a vestire”, “va’ pel dottore”, etc.), non si schioda dalla sua sedia. Che voglia accelerare la dipartita della padrona? O che Violetta, ormai agli ultimi istanti, si stia immaginando di spirare tra «quanti ho cari al mondo» mentre nulla sta accadendo nella stanza? Non lo sappiamo, sappiamo solo che il pubblico ha applaudito calorosamente tutti.