Le uova fatali del "Lohengrin” di Michieletto
Sbarca al Teatro La Fenice l’allestimento dell’opera wagneriana che ha inaugurato la stagione dell’Opera di Roma ma con un cast musicale interamente rinnovato
14 aprile 2026 • 3 minuti di lettura
Gran Teatro La Fenice Venezia
Wagner, Lohengrin
12/04/2026 - 26/04/2026Assente dal palcoscenico veneziano da 37 anni, al Teatro La Fenice torna il Lohengrin di Richard Wagner nell'allestimento firmato da Damiano Michieletto presentato lo scorso novembre al Teatro dell’Opera di Roma per l'apertura di stagione. La ripresa conferma la coerenza – e insieme la forza divisiva – di un allestimento che rifiuta ogni residuo di iconografia medievale per collocarsi in uno spazio astratto e simbolico.
I costumi di Carla Teti propongono uno spettro cromatico dal valore metaforico su fogge contemporanee così come la scena firmata da Paolo Fantin magnificamente illuminata dalle luci di Alessandro Carletti, è dominata da una grande parete lignea curva, ambiente neutro che diventa contenitore mentale più che luogo narrativo. In questo spazio si stagliano pochi oggetti, ma tutti carichi di forte valenza evocativa: la vasca da bagno colma d’acqua, evocazione dello Schelda e della presunta morte di Gottfried; la piccola bara bianca che, anziché restituire un corpo, rivela soltanto piume di cigno; e soprattutto la ricorrenza ossessiva dell’uovo, metafora dell’origine e del mistero. È proprio attorno a questo simbolo che Michieletto costruisce il fulcro drammaturgico: Lohengrin è un enigma che, come un uovo, non deve essere infranto. L’insistenza di Ortrud affinché Elsa “apra” il mistero di Lohengrin, ossia ne conosca l’origine, si traduce così in un atto di violenza conoscitiva: rompere il guscio equivale a distruggere ciò che custodisce. La rivelazione coincide dunque con la fine, in una lettura che trasforma il mito cavalleresco in una riflessione sulla distruttività del dubbio e sull’impossibilità di conciliare amore e conoscenza. Nel complesso, uno spettacolo che, pur non privo di limiti e passaggi irrisolti, si impone per coerenza concettuale e capacità di interrogare il mito wagneriano con uno sguardo contemporaneo, spostando il baricentro dalla leggenda alla fragilità umana.
Rispetto alla tappa romana, la componente musicale veneziana segna un deciso cambio di prospettiva. Sul podio Markus Stenz, forte di una lunga frequentazione wagneriana, guida un’Orchestra del Teatro La Fenice in stato di grazia, con gli ottoni e in particolare le trombe di impressionante compattezza e brillantezza. La sua lettura privilegia una cantabilità ampia e uno slancio romantico travolgente, capace di sostenere il respiro drammatico senza indulgere in eccessi retorici.
In netto contrasto con la scelta romana, orientata verso una dimensione più belcantistica del protagonista, a Venezia si è puntato su Brian Jagde protagonista di una prova vocale in chiaroscuro: dopo un avvio marcatamente incerto, segnato da un attacco assai poco memorabile di “Im fernen Land”, il tenore trova una sua dimensione soprattutto nel canto di forza, aderendo a una concezione eroica del ruolo. Ne risulta una vocalità sbilanciata: molto squillo, poca sfumatura. Malinteso piuttosto diffuso sull’essenza vocale dell’Heldentenor wagneriano. Al suo fianco, Dorothea Herbert disegna un’Elsa credibile nella sua dimensione sognante, dal canto duttile anche se con segni di affaticamento nell’ultimo atto. La coppia antagonista, Claudio Otelli (Telramund) e Chiara Mogini (Ortrud), punta invece su una caratterizzazione energica e marcata, a scapito però di una maggiore finezza vocale. Di notevole eleganza, invece, le prove di Anthony Robin Schneider (Heinrich der Vogler) e Äneas Humm (l’Araldo del Re), entrambi distintisi per la nobile linea di canto e classe scenica. Il Coro del Teatro La Fenice, rinforzato dall’Hungarian National Male Choir, offre una prova complessivamente solida, pur con qualche imprecisione, contribuendo in modo determinante al pathos delle grandi scene corali di cui questa partitura wagneriana è generosa.
Accoglienza calorosa alla prima, con teatro pressoché esaurito, anche se non sono mancate alcune defezioni dopo il secondo atto. Il successo finale è apparso sincero, con solo qualche dissenso all’indirizzo di Jagde. Prima dello spettacolo da registrare ancora una volta il consueto gruppo di contestatori che sollecitava a gran voce le dimissioni del sovrintendente.