L’OPV nel labirinto dell’in-between

A Padova Neither di Morton Feldman su un testo di Samuel Beckett per il secondo appuntamento di Veneto Contemporanea

SN

27 maggio 2026 • 4 minuti di lettura

Marco Angius dirige la OPV in «Neither» di Morton Feldman
Marco Angius dirige la OPV in «Neither» di Morton Feldman

Padova, Sala dei Giganti al Liviano

Veneto Contemporanea

26/05/2026 - 26/05/2026

Con “Totem”, titolo scelto per la sua sesta edizione, Veneto Contemporanea conferma una vocazione ormai ben definita: fare della musica del nostro tempo non un territorio per specialisti, ma un'esperienza di ascolto capace di interrogare il presente. Nella suggestiva cornice della Sala dei Giganti al Liviano, il secondo appuntamento della rassegna era dedicato a Morton Feldman con l'esecuzione di Neither, opera unica e inclassificabile del compositore americano, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita.

C'è qualcosa di simbolico nel fatto che una delle rarissime iniziative che nel nostro Paese hanno festeggiato il centenario del compositore sia arrivata da Padova. La città, infatti, non ricorda il compositore soltanto come una figura storica del Novecento, ma come una presenza reale e viva della propria vicenda culturale, come ha rievocato il musicologo Veniero Rizzardi nella sua breve introduzione alla serata. Grazie all'attività pionieristica del Centro d'Arte dell’Università di Padova, Feldman fu ospite della Sala dei Giganti e intrattenne con la città un rapporto non episodico, fatto di concerti, incontri e amicizie. A distanza di quasi mezzo secolo, la scelta di riportare qui Neither assume quindi il valore di una restituzione di memoria oltre che di un omaggio artistico a un grande compositore.

Commissionato dal Teatro dell'Opera di Roma e presentato in prima assoluta nel giugno 1977 sotto la direzione di Marcello Panni in un allestimento mutevole di Michelangelo Pistoletto, Neither occupa un posto singolare nella storia del teatro musicale del secondo Novecento. Nato dall'incontro tra Morton Feldman e Samuel Beckett, il lavoro sfugge infatti a qualsiasi definizione convenzionale di opera. Alla richiesta di un libretto, lo scrittore irlandese rispose con un testo di appena ottantasette parole: una breve poesia in prosa costruita per negazioni, slittamenti e opposizioni irrisolte, priva di personaggi, azione e sviluppo narrativo. Più che un testo teatrale, una soglia linguistica, un luogo di transito fra interno ed esterno, fra identità e dissoluzione. Feldman riconobbe immediatamente in quelle parole una sorprendente affinità con la propria ricerca musicale. Da anni il compositore americano stava elaborando un linguaggio fondato sulla dilatazione della percezione temporale, su dinamiche quasi sempre soffuse e su impercettibili mutazioni di colore. In Neither la voce non racconta e l'orchestra non accompagna: entrambe sembrano muoversi all'interno dello stesso spazio sonoro rarefatto, dove ogni evento emerge con estrema delicatezza per poi svanire senza lasciare traccia. Le parole di Beckett non vengono illustrate né commentate, ma immerse in una trama orchestrale di straordinaria trasparenza che ne amplifica il carattere enigmatico. Più che una fusione fra musica e poesia, si assiste a una convergenza di poetiche. Beckett riduce il linguaggio all'essenziale; Feldman compie un'analoga operazione sul materiale musicale, rinunciando a ogni retorica espressiva e a qualsiasi idea di sviluppo drammatico. Ne nasce un'opera – o forse un'anti-opera – di ipnotica immobilità, nella quale il tempo sembra perdere la propria direzione e l'ascoltatore è chiamato a concentrarsi non sugli eventi, ma sulle loro minime, quasi impercettibili trasformazioni.

Marco Angius sul podio dell'OPV (Foto Stefano Nardelli)
Marco Angius sul podio dell'OPV (Foto Stefano Nardelli)

Misurarsi con una partitura come Neither significa innanzitutto saper governare l'immobilità apparente del discorso musicale. Marco Angius si conferma interprete di riferimento del repertorio contemporaneo. La sua direzione evita ogni tentazione di enfatizzare gli eventi musicali, rispettando la natura profondamente contemplativa della partitura. Il gesto appare essenziale, ma costantemente vigile nel modellare equilibri e dinamiche di una scrittura che vive di minime variazioni, di sfumature quasi impercettibili, di delicatissime trasformazioni timbriche. L'Orchestra di Padova e del Veneto, schierata in un organico molto ampio, risponde con una prova di livello elevatissimo. Feldman richiede una qualità dell'ascolto reciproco fuori dal comune: ogni ingresso, ogni tenue figura orchestrale, ogni accordo sospeso deve trovare il proprio posto all'interno di un tessuto sonoro che rifugge qualsiasi protagonismo. Gli strumentisti dell'OPV affrontano questa sfida con concentrazione ammirevole, restituendo tutta la trasparenza e la fragilità di una scrittura che vive sull'orlo del silenzio. La Sala dei Giganti, con la sua acustica raccolta e avvolgente, si rivela cornice ideale per questa immersione in una dimensione percettiva quasi ipnotica. Al centro dell'esecuzione si colloca l'impegno di Livia Rado, interprete da anni legata al repertorio contemporaneo e autentico soprano “militante” della nuova musica. Particolarmente arduo è l’impegno richiesto all’interprete: in Neither la voce non guida l’ascoltatore, non racconta una storia, non cerca l'immedesimazione emotiva. È piuttosto una presenza sonora che attraversa il tessuto orchestrale senza mai imporsi. Rado affronta questa scrittura con intelligenza e controllo ammirevoli, cesellando il testo beckettiano con estrema precisione e mantenendo costantemente quella tensione sospesa che costituisce l'essenza stessa dell'opera.

Al termine, il pubblico ha tributato agli interpreti applausi convinti e calorosi. Peccato soltanto per una presenza piuttosto ridotta nella vasta Sala del Giganti. La contemporanea continua a scontrarsi con resistenze e diffidenze, ma forse ha pesato anche questa estate arrivata con insolita precocità, che ha trasformato la serata padovana in una sorta di anticipazione delle vacanze. Chi ha scelto di esserci, tuttavia, ha vissuto l'incontro con un'opera che continua a chiedere all'ascoltatore qualcosa di sempre più raro: il tempo e la disponibilità a perdersi nel suono.