L'ipnotico pianismo di Maya Oganyan

A Bologna si è conclusa con successo la XIV edizione della rassegna estiva "Pianofortissimo"

GD

10 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

Maya Oganyan (foto di Concetta Balzotti)
Maya Oganyan (foto di Concetta Balzotti)

Bologna, Cortile dell’Archiginnasio

Maya Oganyan

09/07/2026 - 09/07/2026

Nel cortile dell’Archiginnasio di Bologna si è conclusa con successo la XIV edizione di “Pianofortissimo”, la rassegna estiva prodotta da INEDITA, diretta artisticamente da Alberto Spano e che ogni anno si pone l’obiettivo di valorizzare quei giovani talenti che diventeranno – ci si augura – le star del pianismo di domani. L’ultimo appuntamento del ciclo di concerti ha visto protagonista Maya Oganyan, pianista ventenne di origini armene e vincitrice di più di venti concorsi nazionali e internazionali. Il programma da lei proposto è stato, senza troppi giri di parole, bellissimo: il punto di forza è stato sicuramente l’immersione nel repertorio di Skrjabin, incorniciato da alcuni brani di Debussy e Chopin.

La serata è stata inaugurata dagli acquerelli impressionistici di tre Préludes di Debussy (in particolare La fille aux cheveux de lin e La cathédrale engloutie dal primo libro e il celebre Ondine dal secondo): Oganyan ha sfoderato un suono avvolgente, scaturito da pennellate vivide nelle loro perorazioni introspettive e, invece, più appropriatamente sfumate nella ricerca di quei colori caratteristici dello stile del compositore francese. A stupire, oltre all’ottima tecnica esecutiva, è stata tuttavia la sensibilità dimostrata dalla pianista nel confrontarsi con brani così brevi e sfuggenti. Nello specifico, è doveroso applaudire la vasta versatilità dell’interprete, in grado di passare dalle atmosfere acquatiche e rarefatte di Ondine a quelle di La cathédrale engloutie, abissali e talvolta gutturali e magniloquenti (basti pensare a tutti gli effetti onomatopeici contenuti nel brano e che denotano narrativamente la sua scansione).
A seguire, L’isle joyeuse ha fatto intravedere con i suoi ipnotici trilli iniziali quel particolare connubio tra simbolismo e virtuosismo “postlisztiano” che identificano una certa fase dell’opera di Debussy: in quest’occasione, la magnetica proteiformità del tocco di Oganyan ha catalizzato l’attenzione del pubblico, rapito dalla brillante gestione delle accumulazioni melodiche e dalle dinamiche contrastanti del brano. In effetti, una delle doti della carismatica musicista è quella di convogliare su di sé la vista e l’udito degli spettatori, quasi imprigionati in una meravigliosa morsa di estasi e completezza sonora. Il segreto dietro a tale talento consiste, forse, nell’instaurare un dialogo di notevole densità fisica con lo strumento, procedendo da fragili e dilatate spirali sonore chiuse su loro stesse a squarci timbrici di graffiante e rutilante drammaticità.

Il viaggio nell’estetica simbolista è proseguito con la Sonata n. 2 in sol diesis minore “Sonate-fantasie” di Skrjabin, rappresentante del primo periodo dell’autore (l’opera fu composta tra il 1895 e il 1897) e fortemente influenzata dallo stile di Chopin. Di natura programmatica (una passeggiata in spiaggia al chiaro di luna, poi turbata da una tempesta), il brano in due movimenti (da qui la denominazione di “fantasia”) è stato interpretato da Oganyan di modo che fosse possibile cogliere delle intriganti connessioni coloristiche con i pezzi di Debussy ascoltati poco prima. Dotata di un’espressività emotiva di ragguardevole maturità, l’artista è riuscita perfettamente a restituire la frammentazione tematica dello stile skrjabiniano e a togliere il fiato in corrispondenza di quei gorghi musicali (domati con grande lucidità per merito di un robusto fraseggio) di mistero e follia che soggiacciono a tutta l’opera del compositore russo.
Dopo l’intervallo, Skrjabin è stato nuovamente protagonista con il Poème op. 32 n. 1 (eseguito da Oganyan con un piacevolissimo bilanciamento tra tradizione chopiniana e innovazione novecentesca) e, soprattutto, con la Sonata n. 9 “Messe noire”. I cromatismi e le dissonanze del brano sono stati letti da Oganyan all’insegna di un’interrogazione continua del pentagramma, quasi a voler rendere ancora più occulto e arcano un discorso musicale già di per sé molto enigmatico. Il risultato è stata l’evidenziazione della padronanza dinamica della giovane interprete che, insieme all’efficace uso del pedale, ha saputo nuovamente ammaliare l’uditorio in un vortice di oscure ma appassionanti presenze demoniache.

Il programma si è concluso sulle note di Chopin, probabilmente inteso da Oganyan come germinatore, seppur parzialmente, della poetica di Skrjabin e Debussy. In effetti, il satanico mistero della “messa nera” di Skrjabin sembrava echeggiare nell’angosciante ripetizione del frammento in ottave che apre gravosamente lo Scherzo n. 3 in do diesis minore; eppure, presto le luccicanti stalattiti che adornano la scrittura della mano destra hanno consentito al pianismo raffinato e concentrato di Oganyan di instaurare un clima tardoromantico di toccante trasporto emotivo e da cui è esploso il passionale melodismo chopiniano. Dopo aver soddisfatto il pubblico con il virtuosismo dello Scherzo, la pianista diplomata al Conservatorio di Venezia ha deciso di commuoverlo con un’esecuzione meravigliosamente struggente del Notturno op. 48 n. 1, tutta giocata sull’espressività dinamica e sull’utilizzo del rubato che caratterizza lo stile del compositore. Ogni dilatazione o accelerazione ritmica trovava sempre una giustificazione interpretativa e, anche in occasione di qualche rara sporcatura, la linea melodica risultava compatta e intellegibile.
Infine, la Fantasia in fa minore op. 49 ha certificato lo smagliante statuto artistico del pianismo di Maya Oganyan: dal carattere sfuggente e insinuante della marcia che apre il brano fino ai corposi ed esaltanti arpeggi che scalano le vette della tastiera, l’interprete ha elargito un suono nitido, vigoroso ma elegante, raffinato ma concreto. Insomma, un pregevole connubio tra abilità tecnica e abbandono interpretativo, come testimoniato dall’emozionante finale.

Al termine, Oganyan ha ricambiato i lunghi applausi con due bis: The Man I Love di Gerhswin e un’esecuzione di pregiata sospensione aerea del Notturno di Respighi.