L'appassionato pianismo di Uladzislau Khandohi
A Bolgona successo per il recital del giovane talento bielorusso nell'ambito della rassegna "Pianofortissimo & Talenti"
26 giugno 2026 • 3 minuti di lettura
Bologna, Cortile dell’Archiginnasio
Uladzislau Khandohi
22/06/2026 - 22/06/2026La rassegna “Pianofortissimo & Talenti”, ospitata da Bologna Festival, continua a regalare grandi emozioni nella cornice estiva del cortile dell’Archiginnasio. Stavolta, a tenere ipnotizzato e incantato il vastissimo pubblico è stato il pianismo gagliardo e profondo del giovanissimo Uladzislau Khandohi; il venticinquenne bielorusso si è esibito in un concerto fuori programma proponendo pagine tratte dal repertorio romantico, che hanno visto susseguirsi brani di Chopin, Liszt e Rachmaninov.
All’inizio, il Notturno op. 48 n. 1 di Chopin ha subito messo in mostra l’equilibrio del pianismo dell’interprete. Il brano è stato pienamente restituito nella sua doppia natura malinconica e drammatica, grazie all’alternanza di passaggi ricchi di pathos, dovuti alla fisicità del tocco di Khandohi, e di momenti ben più lirici e sognanti, da cui è prosperata una musicalità bellissima e che ha perfettamente reso giustizia alla cantabilità lirica delle melodie chopiniane. Quasi senza soluzione di continuità, il musicista bielorusso si è lanciato nei meandri torbidi e soffusi della Sonata n. 2 in Si bemolle minore: qui è stata ancora più evidente la capacità di Khandohi di immergersi nel tessuto psicologico di ciò che suona. Se i primi due movimenti sono stati eseguiti con notevole perizia tecnica, ecco che la celebre “Marcia funebre” è stata ispirata da un sentire emotivo del tutto personale. I tetri accordi che inaugurano il brano hanno lasciato spazio, dopo un’attenta introspezione, al carattere nostalgico e commovente del tema principale, esaltato da Khandohi con una raffinatezza ben matura. Con la sua esibizione, l’artista ha palesato senza mezzi termini il suo credo interpretativo: la musica, in questo caso quella di Chopin, deve sì colpire il pubblico emotivamente, ma non deve mai rinunciare alla sua essenza e per chi la esegue deve esserci sempre spazio per una sofisticazione interpretativa che vada oltre lo spartito.
Come è d’uopo in molti concerti tenuti da giovani talenti, anche in quello di Khandohi non è potuta mancare una sezione dedicata appositamente per evidenziare l’elevato livello del virtuosismo dell’interprete. In quest’occasione, a portare avanti questa missione è stata la nota riduzione per pianoforte della Norma di Bellini, rivisitata da Liszt con le sue Réminiscences de Norma. Khandohi ha offerto un’esecuzione travolgente, non solo per l’ottimo bilanciamento dinamico tra le due mani e quindi tra le celebri melodie belliniane e l’accompagnamento focoso e irruente che le sostiene, ma pure per l’inedito senso agogico proposto. A tratti selvaggiamente aggressivo con la tastiera, a volte più docile e affettuoso, il musicista bielorusso ha elargito un “allargando e stringendo” piacevolissimo in concomitanza con lo sviluppo dei temi più famosi dell’opera originale; in particolare, si è ammirata la costruzione tensiva che ha condotto inesorabilmente a quel “Deh! non volerli vittime” che sigilla il capolavoro di Bellini e che è sfociata in un’orgasmica ed esplosiva cadenza. Insomma, un brano che spesso tende a essere puro veicolo virtuosistico per chi lo suona, è stato inteso da Khandohi come una cornucopia di emozioni e sensazioni profonde.
Dopo l’intervallo, la poca eseguita Sonata n. 1 in Re minore ha avvolto l’uditorio nelle inestricabili maglie della magmatica e sofferta musica di Rachmaninov. Qui, Khandohi ha illuminato la tastiera con un fraseggio molto abile, soprattutto a fronte dell’arzigogolata natura del brano. Definita dallo stesso compositore “selvaggia e infinita”, la sonata presenta delle cospicue difficoltà tecniche, a cui il pianista ha saputo rispondere attraverso il proprio carisma interpretativo. In effetti, l’opera è ispirata programmaticamente ai tre caratteri umani del Faust di Goethe (Faust, Margherita e Mefistofele rispettivamente in corrispondenza dei tre movimenti), che Khandohi ha fatto rivivere brillantemente grazie al suo pianismo concentrato e avvolgente. La densità conflittuale del primo tempo si è presto dischiusa nel tema lirico e amoroso del secondo, connotato da una nostalgia talmente appassionata eppure sfuggente e acquatica che ha improvvisamente costituito un delizioso vagheggiamento di scenari quasi impressionistici. Il febbrile, cinereo e vorticoso movimento terminale ha condotto Khandohi in una cattedrale di suoni rutilanti e antichi (il tema del Dies irae), spesso rinfrancati da echi di tenerezza provenienti dalle sezioni precedenti e di modernità novecentesca, soprattutto dal punto di vista timbrico.
Al termine del concerto, gli applausi sono stati lunghi ed entusiastici e il talentuosissimo Uladzislau Khandohi ha ringraziato il pubblico bolognese con ben quattro bis tratti da Albéniz, Saint-Saëns, de Falla e Chopin, a dimostrazione anche della sua intrigante versatilità.