Jack White, l’arte di seconda mano
Frozen Charlotte è il nuovo album del musicista statunitense
08 luglio 2026 • 3 minuti di lettura
Jack White
Frozen Charlotte
Se oggigiorno avete ancora bisogno di rock, puntate su Jack White e non sbaglierete. Ne può dare conferma chi ha assistito agli show del mese scorso in Italia, dove non suonava dal 2008.
In scena, accanto ai musicisti, la copia ingigantita di uno dei suoi manufatti esposti dal 29 maggio al 13 settembre presso la Newport Street Gallery di Damien Hirst a Londra, sede della mostra “These Thoughts May Disappear”. Si tratta del medesimo soggetto raffigurato in copertina e menzionato nel titolo dell’album Frozen Charlotte, in uscita alla vigilia del 51esimo compleanno dell’autore per l’etichetta discografica intestata al “terzo uomo”, da lui stesso fondata nel 2001: una versione modificata della bambolina chiamata a metà Ottocento “Charlotte congelata”, in memoria della sventurata eroina di un’antica ballata folk.
Intervistato a marzo da “The Guardian”, White si era dilungato su questa passione giovanile, addirittura antecedente quella musicale: “Da adolescente, trafficando con i mobili, anziché costruire una sedia da zero, ne prendevo una vecchia e malridotta per riportarla in vita. Alla fine mi sono reso conto che ho fatto sempre così: con la musica, con la scultura, con la poesia, con ciò che produciamo alla Third Man”. Specialità della casa dunque l’arte di seconda mano.
Eseguito in aprile durante una puntata del “Saturday Night Live”, “Derecho Demonico” è uno dei nuovi brani che facevano capolino nei citati concerti italiani: antipasti del settimo lavoro da solista, un disco a suo dire “chiassoso, grezzo e frenetico”, sulla scia del precedente e acclamato No Name (2024), distante dagli arzigogoli di Boarding House Reach o Fear of the Dawn, non a caso pressoché assenti nel repertorio della tournée.
A impostarne il tono è l’iniziale “G.O.D. and the Broken Ribs”, dove incontriamo la protagonista (“Sono un romanzo da due soldi e una Charlotte congelata”), dopo il “benvenuto nel giardino dell’Eden” che prelude a una rivisitazione pagana del mito di Adamo ed Eva.
Affiancato – com’è pure sul palco – da Dominic Davis (basso), Bobby Emmett (tastiere) e Patrick Keeler (batteria), Jack White si esercita su ciò che sa fare meglio: massiccio e risoluto rock blues, modellato con inventiva e perizia tecnica. Ecco allora gli accenti di scuola Led Zeppelin in “There’s Nobody There” (“Acqua santa che gocciola sulle rose, mi ha fatto alzare proprio quando stavo per inginocchiarmi”) e “Nobody Knows” (una sorta di trattato sull’evoluzione: “Perché una specie si estingue e un’altra continua a esistere? Nessuno lo sa, dai Neanderthal ai Denisoviani, nessuno lo sa, gli homo sapiens sono gli alieni del futuro? Nessuno lo sa”, prima di domandarsi “Dio ci sta prendendo in giro?”).
Il quartetto è a tratti irresistibile (in “Raising the Grain”, ad esempio), persino indemoniato (“Dollar Bill”) e – recita il testo di “I Can’t Believe What I’m Hearing” – “selvaggio e sfrenato”. Essenziale il tessuto narrativo (tipo in “Thick as Thieves”: “Siamo pappa e ciccia, distesi tra le foglie, con le maniche sporche di terra”), condito da guizzi rabbiosi (l’umore sociopatico espresso in “Neighbors Blues”, ritratto al vetriolo dei vicini: “Non dicono mai niente di buono, non voglio vederli nel mio giardino”), verve polemica (“Making Contact” è un’affilata invettiva politica: ““Sentirsi soddisfatti, creare contenuti, distruggere contenuti, come JP Morgan o Rockefeller, diffondi una bugia e assicurati che gli altri ci credano”) e humour tagliente (“Trovare un ago in un pagliaio? Beh, facilissimo: basta bruciare il pagliaio e troverai quello che cerchi”, suggerisce “All Alone Again” in sulfurea atmosfera voodoo).
Il risultato è orgogliosamente anacronistico: per le “novità”, rivolgersi altrove.