Il magico mondo del Tara Clerkin Trio
Il secondo album del gruppo di Bristol, Somewhere Good, è una delizia sorprendente
17 giugno 2026 • 2 minuti di lettura
Tara Clerkin Trio
Somewhere Good
Il trio intestato a Tara Clerkin esce dalla penombra del sottobosco di Bristol, nel quale era germogliato alla fine dello scorso decennio, e conquista l’attenzione con Somewhere Good: secondo long playing in una carriera sviluppata finora in sordina.
L’eco del fenomeno musicale associato per convenzione al luogo di origine, ossia il “trip hop”, è piuttosto vaga e si percepisce tutt’al più nel pigro andamento di “Silently”, introdotto dal campionamento di un coro, oppure nel twang spettrale della chitarra elettrica in stile Portishead durante il brano che dà titolo all’album, sorretto poi da un languido fraseggio di pianoforte, cui si sommano via via fregi di vibrafono e clarinetto, mentre il canto lieve della protagonista disegna un paesaggio immaginifico (“Tu sei campi che sussultano, io sono foglie che cadono, tu sei strade trafficate, io sono piedi in movimento”), domandandosi infine: “Dove andremo? Spero in un bel posto”.
Assecondata dai fratelli Patrick Benjamin e Sunny Joe Paradisos, pluristrumentisti come lei, Clerkin espone una visione astratta e sofisticata del pop, infusa da svariati ascendenti sonori armonizzati in una sintesi dalla configurazione sorprendente. In “Ups & Downs”, ad esempio, un’atmosfera da jazz fuori orario, attraversata da un mesto bordone di harmonium, sfocia nello swing scandito dal contrabbasso sul quale s’innestano archi simulati e un frammento vocale in loop che ricorda certe cose degli Avalanches.
“Slow Island” s’immerge invece nelle profondità del dub – con basso cavernoso e melodica dall’intonazione elegiaca – per raccontare in forma di dialogo gli effetti della gentrificazione: “Da tanto, troppo tempo, è ora di andarsene”, annuncia lei, “ma è difficile dire addio a vicoli e viali, alle colline dorate e ai tramonti, il marciapiede crepato sotto le scarpe, in attesa al telefono, però il tempo sta per scadere”, replica lui. Di che stravaganze siano capaci i tre è dimostrazione eloquente l’episodio conclusivo, “Movin on”, incanalato da un ritmo spastico e arredato con un assortimento di bizzarrie dal gusto vintage, speculare dirimpettaio dell’iniziale “Lake Walk”, sketch minimalista da giardino d’infanzia.
Subito dopo arriva “Lazy Daisy”, deliziosa ballata di stampo retrofuturista che sublima le qualità disorientanti del terzetto descrivendo i disagi della quotidianità: “Che giornata, mi sento appesantita, la schiena spezzata a trascinare sogni lungo la solita vecchia strada”, è il lamento espresso con voce incantevole da Tara Clerkin.
E così, in appena otto tracce, per metà strumentali, nell’arco di una quarantina di minuti la band britannica genera una specie di incantesimo, sfoggiando mirabile inventiva e rendendo lievi architetture complesse con elegante understatement. Da ciò deriva il fascino misteriosamente ammaliante di Somewhere Good, destinato a divenire disco di culto: una vera rivelazione.