La maturità artistica di Bedouine

Nel nuovo album la cantautrice statunitense di origine mediorientale rivive la propria infanzia

AC

04 giugno 2026 • 2 minuti di lettura

Neon Summer Skin
Neon Summer Skin

Bedouine

Neon Summer Skin

Thirty Tigers 2026

Nelle retrovie della canzone d’autore agisce oltreoceano da circa un decennio Azniv Korkejian, statunitense di origine armena, nata in Siria e cresciuta in Arabia Saudita, che esprime la natura nomade del suo tracciato biografico nello pseudonimo scelto per sé: Bedouine.

L’avevamo intercettata da esordiente, allevata dall’etichetta Spacebomb di Matthew E. White, e la ritroviamo ora grazie a Neon Summer Skin, disco creato volgendo lo sguardo al passato. “Volevo documentare e onorare le storie della mia famiglia”, ha spiegato preliminarmente a proposito del movente, suscitato da una visita nei luoghi dell’infanzia. Non a caso, baricentro dell’opera è l’introduzione di “Canopies”, affidata alla voce della madre, mentre nel brano vero e proprio, accompagnandosi alla chitarra acustica, la figlia evoca un paesaggio che va “dalle scogliere scoscese del Mediterraneo alle inferriate del mio balcone, fra tutte le pietre da non smuovere sulle sponde del Libano”.

Appena prima, una madeleine del tempo perduto dà forma narrativa all’episodio che intitola l’intera raccolta: la “carnagione estiva al neon” appartiene alla “piccola sciocchina che usciva dalla piscina con un asciugamano avvolto attorno alle braccia stanche”, adesso però adulta e madre a sua volta di una “figlia assonnata”. Il cerchio si è chiuso, insomma, anche in termini musicali: è lei stessa – impratichitasi da ragazzina con la tromba – a suonare il trombone in “Neon Summer Skin” e la tuba in “Na Na Na”, canzone che compone un trittico al gusto di bossa nova insieme a “Deghma Cheega” e “One Right Thing”.

Altro strumento studiato in gioventù e rispolverato nella circostanza è il pianoforte, cui spetta il compito di rompere il ghiaccio in combutta con un flauto, indirizzando l’umore malinconico dell’iniziale “On My Own” (“Ricordi d'infanzia, risate che si trasformano in lacrime e infinita tristezza”) verso un balsamico arrangiamento di scuola Bacharach che esalta l’affinità vocale della protagonista con Karen Carpenter.

Dichiarata musa ispiratrice è pure Carole King, il profilo della quale sembra affiorare in controluce dalla sensazione di pallido spleen che comunica “Long Way to Fall”, ballata nostalgica aperta da un’immagine inquietante: “Sul bordo di un precipizio, la festa è finita”.

In fatto di pathos, tuttavia, il momento culminante arriva in prossimità dell’epilogo: arredata con archi mélo, “White Patent Leather” descrive un sacrificio rituale (“Il sangue dell’agnello, come diga che straripa”) e la successiva cerimonia nuziale (“Lo sposo e poi la sposa, subito circondati da un mare di pizzo, lo strascico sfarzoso con macchie cremisi, tacchi a spillo anni Ottanta che dettano il ritmo”) in un’atmosfera di misteriosa mestizia.

Esibendo stile di scrittura dal portamento classico, misurata eleganza formale e seducente inclinazione confidenziale, in Neon Summer Skin Bedouine – da poco quarantenne – dà prova di compiuta maturità artistica.