I fantasmi di Britten al Teatro Olimpico

Al Vicenza Opera Festival un riuscito allestimento di The Turn of the Screw 

The Turn of the Screw (Foto Colorfoto)
The Turn of the Screw (Foto Colorfoto)
Recensione
classica
Vicenza, Teatro Olimpico,
21 Ottobre 2022 - 23 Ottobre 2022

I fantasmi abitano le architetture classicheggianti del palladiano Teatro Olimpico. Non parliamo dei fantasmi della storia ma di quelli che tormentano i protagonisti del racconto di Henry James The Turn of the Screw (Il giro di vite). La sua trasposizione operistica realizzata da Benjamin Britten nel 1954 è il titolo scelto dall’ungherese Iván Fischer per l’appuntamento annuale del Vicenza Opera Festival inaugurato nel 2008 nel segno di Mozart e proseguito con il Verdi del Falstaff nel 2018 e con il Monteverdi dell’Orfeo nel 2019 e dell’Incoronazione di Poppea nella scorsa edizione. “Un Festival operistico nel quale il particolare contesto ci riconduce alle origini: creare un mix fra musica e teatro senza aggiungere alle rappresentazioni nulla di quanto non sia necessario”, spiega Fischer, fin dalla prima edizione direttore artistico della rassegna.

Parole che descrivono bene l’allestimento tenuto a battesimo lo scorso settembre al Müpa di Budapest e importato sulla scena del Teatro Olimpico, la cui monumentale scena fissa palladiana appare più estranea e ingombrante che mai per quest’opera da camera di carattere marcatamente intimista. I pochi elementi scenici scelti da Andrea Tocco con gusto naturalistico intonato al mondo di James, come anche i costumi di Anna Biagiotti, sono portati sul vasto proscenio del teatro: un letto sulla sinistra, una casa-biblioteca al centro e lo stagno circondato da vegetazione palustre sulla destra, e piedistalli semoventi per il banco di scuola, lo scrittoio della istitutrice e le tombe celtiche di Quint e Miss Jessel. E poi due grandi schermi trasparenti per gli “effetti speciali” (così in locandina) di Nils Corte, che servono per il “fantasma di Pepper”, tecnica illusionistica antica per far comparire i fantasmi sul palcoscenico sfruttando una superficie specchiante e luci opportunamente studiate, purtroppo pochissimo funzionale nell’ampia cavea dell’Olimpico. Dispositivo antico come il gusto che ispira lo spettacolo diretto a quattro mani da Fischer con Marco Gandini con attenta direzione attorale e apprezzabile senso del racconto. Lo stesso che si coglie anche nell’incalzante crescendo drammatico impresso della direzione musicale di Iván Fischer alla guida di una sparuta pattuglia di bravi strumentisti della Budapest Festival Orchestra.

Fondamentale alla riuscita dello spettacolo sono anche i sei protagonisti vocali, tutti egualmente efficaci sia sul piano scenico che su quello più strettamente musicale. La lunga frequentazione con il ruolo della istitutrice non solo non ha tolto freschezza a Miah Persson ma, al contrario, lo ha arricchito sul piano della densità psicologica infusa al personaggio. Bravissimi musicalmente e sorprendenti per la disinvoltura nei movimenti in scena i due piccoli Lucy Barlow come Flora e soprattutto Ben Fletcher, un Miles di disturbante ambiguità. Molto riuscite le prove dei due “fantasmi” Andrew Staples, tenore dall’emissione morbida e flessibile specialmente adatta ai seducenti e sinistri melismi di Quint, e Allison Cook, spiritatissima Miss Jessel nell’aspetto come nella voce. Completa il cast la Mrs Grose che ha la calda presenza vocale di Laura Aiken.

Numerosi gli spettatori nella cavea dell’Olimpico alla prima delle due rappresentazioni del cartellone. Generosi gli applausi a tutti gli artefici di questa riuscita produzione.

 

 

 

 

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