Cornelius Meister alla Fenice: un debutto con misura e intelligenza

Il direttore tedesco per la prima volta sul podio dell’Orchestra del Teatro La Fenice in un programma da Strauss a Dvořák fino alla Seconda di Brahms, salutato da un caloroso consenso del pubblico

SN

11 luglio 2026 • 3 minuti di lettura

Cornelius Meister sul podio dell'Orchestra del Teatro La Fenice (Foto Ufficio stampa Teatro La Fenice)
Cornelius Meister sul podio dell'Orchestra del Teatro La Fenice (Foto Ufficio stampa Teatro La Fenice)

Venezia, Teatro La Fenice

Orchestra del Teatro La Fenice, Cornelius Meister

09/07/2026 - 10/07/2026

Dopo il bagno di folla del concerto dedicato a Ennio Morricone in Piazza San Marco, la Fenice ritrovava il clima della propria stagione sinfonica con l'ultimo appuntamento prima della pausa estiva e dell’annunciata lunga chiusura per lavori alla macchina scenica. Sul podio debuttava Cornelius Meister, direttore tedesco di quarantasei anni, oggi alla guida della Staatsoper e della Staatsorchester di Stoccarda, interprete già ben affermato nel panorama europeo. Alla sua prima apparizione sul podio dell’Orchestra del Teatro La Fenice ha confermato le qualità che gli sono riconosciute: rigore, chiarezza progettuale e una naturale autorevolezza.

Il concerto si apriva con Don Juan di Richard Strauss, il poema sinfonico che impose all'attenzione internazionale il ventiquattrenne compositore bavarese. Meister affronta la partitura con un gesto essenziale e perentorio e predilige tempi piuttosto spediti, scelta che mette efficacemente in risalto la brillante scrittura orchestrale di Strauss senza mai sacrificare la trasparenza delle linee. L'Orchestra della Fenice risponde con precisione e brillantezza, particolarmente nelle sezioni degli ottoni e dei legni, restituendo con nitidezza tanto l'impeto iniziale quanto i momenti più lirici della partitura.

Più raro l'ascolto di Polednice (La strega di mezzogiorno) di Antonín Dvořák, secondo dei quattro poemi sinfonici ispirati alle ballate popolari di Karel Jaromír Erben. La vicenda è quella di una madre che, esasperata dal pianto del figlio, lo minaccia evocando la terribile strega di mezzogiorno. La strega appare davvero e il tragico epilogo vedrà il bambino morire soffocato nell’abbraccio disperato della madre. È una pagina nella quale Dvořák costruisce una narrazione di straordinaria efficacia teatrale pur nella brevità, affidandola a una tavolozza orchestrale ricchissima. Anche qui Meister privilegia un andamento dinamico, facendo emergere con chiarezza il susseguirsi degli episodi senza appesantire il racconto e valorizzando la varietà dei colori dell'orchestra.

Dopo l'intervallo la Seconda Sinfonia di Johannes Brahms offriva il terreno più interessante per comprendere la cifra interpretativa del direttore. Nel primo movimento Meister sembra privilegiare la chiarezza dell'architettura formale rispetto a quel senso di nostalgico abbandono che costituisce uno dei tratti più riconoscibili della scrittura brahmsiana. È una lettura coerente e lucidamente costruita, anche se finisce per rinunciare a una parte di quella calda cantabilità che si associa generalmente alle sinfonie brahmsiane. Convince maggiormente, invece, nei movimenti conclusivi: l’Allegretto grazioso acquista una leggerezza quasi mendelssohniana, mentre il Finale trova un equilibrio ideale fra slancio e controllo, mettendo in piena luce il virtuosismo dell'orchestra e conducendo a una conclusione di trascinante efficacia.

Cornelius Meister sul podio dell'Orchestra del Teatro La Fenice (Foto Ufficio stampa Teatro La Fenice)
Cornelius Meister sul podio dell'Orchestra del Teatro La Fenice (Foto Ufficio stampa Teatro La Fenice)

Ancora una volta il pubblico della Fenice ha dato una prova del particolare rapporto che lo lega alla propria orchestra. Il lungo applauso che accompagna l'ingresso dei professori d'orchestra sul palcoscenico — e che si interrompe soltanto quando tutti hanno preso posto — è ormai un piccolo rito che raramente si incontra altrove. L'entusiasmo si è rinnovato al termine della prima parte e, con ancora maggiore calore, dopo il brillante finale della sinfonia brahmsiana, coinvolgendo orchestra e direttore. Un’accoglienza che suggella nel modo migliore un debutto veneziano decisamente riuscito.