A Venezia va in scena il naufragio di un mito

Il Teatro La Fenice presenta in prima italiana Venere e Adone di Salvatore Sciarrino nell'allestimento della Staatsoper di Amburgo

SN

27 giugno 2026 • 4 minuti di lettura

Venere e Adone (Foto Michele Crosera)
Venere e Adone (Foto Michele Crosera)

Venezia, Teatro La Fenice

Sciarrino, Venere e Adone

26/06/2026 - 01/07/2026

Il mito non viene raccontato: viene osservato mentre lentamente affonda. È questo il senso profondo di Venere e Adone, che Salvatore Sciarrino definisce significativamente “Naufragio di un mito”. Dopo la prima assoluta alla Staatsoper di Amburgo nel 2023, l'opera arriva in prima italiana al Teatro La Fenice, che riprende l'allestimento firmato da Georges Delnon, già apprezzato al debutto per la rigorosa coerenza tra scena e partitura.

Basata su un libretto, non privo di pungente ironia, di Fabio Casadei Turroni e dello stesso Sciarrino, l'opera prende le mosse principalmente dall'Adone di Giovan Battista Marino, con un significativo innesto tratto dal Venus and Adonis di John Blow. Il sottotitolo, “Naufragio di un mito”, chiarisce fin dall'inizio la volontà dell'autore di non riproporre semplicemente la vicenda classica, ma di svuotarla dall’interno, trasformandola in una riflessione sulla fragilità dell'uomo e sull'ambiguità del divino. Elemento originale della drammaturgia è, infatti, lo spostamento del punto di vista: il vero protagonista non è né Adone né Venere, ma il Mostro, il cinghiale destinato a provocare la morte del giovane cacciatore di cui la dea si invaghisce. Sciarrino gli attribuisce una dimensione inattesa: vaga smarrito, cerca di comprendere la propria identità e diventa, paradossalmente, l’unico personaggio a manifestare un’autentica sensibilità umana. Gli dei, al contrario, appaiono dominati dal capriccio e dall’arbitrio, mentre lo stesso Adone sembra piuttosto un adolescente inconsapevole, vittima della propria spavalderia e semplice giocattolo nelle mani degli dei. L’amore fra Venere e Adone oscilla continuamente fra seduzione, desiderio e presagio di morte. Nemmeno Cupido si sottrae a questa logica crudele: pur mostrando compassione per il giovane, sollecitato da Marte, gli consegna una delle proprie frecce, contribuendo così al compiersi del suo tragico destino. Lo scontro finale con il Mostro perde qualsiasi carattere eroico per trasformarsi in un evento mentale, simbolico, fino all’Epilogo nel quale tutti i personaggi ritornano in scena e si rivolgono direttamente al pubblico: “Avete assistito a una tremenda storia d'amore”. La domanda conclusiva – “Chi ha vinto, Amore o Morte?” – rimane deliberatamente senza risposta.

Venere e Adone (Foto Michele Crosera)
Venere e Adone (Foto Michele Crosera)

Lo stesso Sciarrino suggerisce di leggere l’opera proprio a partire da questo finale. L'immagine evocata è quella del dipinto Imbarco per Citera di Watteau: i personaggi stanno approdando all'isola dell’amore o a quella dei morti? Sciarrino lascia volutamente sospeso l'interrogativo. Nel ribaltamento di prospettiva rispetto al mitocon quegli dei che si fanno parodia delle debolezze umane, Adone simbolo della vulnerabilità e il Mostro figura più profondamente umana dell'intero dramma – l’opera finisce così per diventare di sorprendente attualità, con la sua meditazione sul destino e sulla responsabilità.

La regia di Georges Delnon sembra assecondare pienamente questa visione. Lo spazio scenico, essenziale e quasi svuotato — un tocco di colore è concesso solo nel finale, richiamo alla metamorfosi floreale di Adone — evita ogni illustratività naturalistica per costruire un paesaggio mentale nel quale i personaggi appaiono come presenze sospese. Le scene di Varvara Timofeeva, i costumi di Marie-Thérèse Jossen, le luci di Carsten Sander e i video di Marcus Richardt, concorrono a creare un universo di penombre e di allusioni che riflette la scrittura musicale di Sciarrino, fatta di respiri, silenzi, microscopiche inflessioni sonore.

L'esecuzione si affida a un cast particolarmente avvezzo al repertorio contemporaneo, chiamato a confrontarsi con una scrittura vocale di estrema raffinatezza, fatta di mezze voci, sfumature timbriche e continua attenzione alla parola. Layla Claire delinea una Venere inquieta, mentre Randall Scotting restituisce la fragilità adolescenziale di un Adone tutt’altro che eroico. Kady Evanyshyn conferisce ad Amore una sottile ambiguità, cui fa da contrappunto l'intensa caratterizzazione di Evan Hughes, il cui Mostro rappresenta il vero fulcro drammaturgico della rilettura sciarriniana del mito. Completano efficacemente il quadro il Marte di Matthias Klink e il Vulcano di Cody Quattlebaum, con il loro scambio iniziale che accarezza il grottesco, e la Fama “bicefala” di Nicholas Mogg e Vera Talerko, mentre il quartetto del Prologo e dell'Epilogo – Livia Rado, Francesca Gerbasi, Paolo Mascari e Francesco Milanese – assolve con precisione il delicato compito di incorniciare l'azione e restituirne la dimensione metateatrale di questo “Naufragio di un mito”.

Venere e Adone (Foto Michele Crosera)
Venere e Adone (Foto Michele Crosera)

A tenere insieme l'intera architettura musicale è soprattutto Kent Nagano, chiamato a dare forma a una drammaturgia rarefatta costruita sul respiro, sui silenzi e sulle microscopiche variazioni di colore. Come già ad Amburgo, il direttore americano, sostenuto dall'ottima prova dell'Orchestra del Teatro La Fenice, restituisce con esemplare controllo il tessuto sonoro sciarriniano, lasciando emergere quella cifra stilistica inconfondibile del compositore, fatta di sussurri, glissandi e impercettibili slittamenti timbrici.

Più che raccontare un mito, dunque, questo allestimento ne mette in scena la lenta dissoluzione, trovando una coerenza fra gesto, spazio e suono rara nel teatro musicale contemporaneo. La ripresa veneziana conferma trattarsi di un lavoro di forte coerenza estetica, destinato più alla riflessione che al racconto, e tra i più convincenti esiti della recente produzione teatrale del compositore siciliano.

Nonostante l’ondata di calore che non ha risparmiato la laguna, una delle rarissime proposte contemporanee del cartellone feniceo ha attirato un pubblico numeroso e attento, generoso di applausi calorosi e convinti agli interpreti, al direttore, al team creativo e allo stesso Sciarrino, presente in sala.