A Venezia Morricone in suite
L’oramai tradizionale serata della Fenice in Piazza San Marco celebra il compositore romano con una monumentale "Suite Veneziana": trionfano le colonne sonore, convince meno la rara Cantata per l'Europa
06 luglio 2026 • 5 minuti di lettura
Venezia, Piazza San Marco
Morricone Night. Suite veneziana
05/07/2026 - 05/07/2026È ormai uno dei riti dell'estate musicale veneziana. Per una sera Piazza San Marco abbandona la propria dimensione monumentale per trasformarsi in un'immensa sala da concerto sotto le stelle, accogliendo le maestranze del Teatro La Fenice (con molti musicisti ancora con la celebre spilletta coniata nei giorni della protesta) davanti a una platea che è ormai anche uno degli appuntamenti mondani prima della pausa estiva, immancabile occasione d'incontro per autorità cittadine, rappresentanti delle istituzioni e qualche volto televisivo. L'edizione 2026, significativamente intitolata Morricone Night. Suite Veneziana, ha reso omaggio al celebre compositore scomparso nel 2020 con un programma interamente dedicato alla sua musica. La platea, che quest'anno sfiorava i cinquemila spettatori con pochi posti vuoti, ha confermato come il concerto sia ormai entrato stabilmente fra gli appuntamenti più partecipati dell'estate veneziana.
Venezia, del resto, occupa un posto speciale nella biografia artistica di Morricone. Qui nel 1995 ricevette il Leone d'Oro alla carriera della Mostra del Cinema, riconoscimento che ne consacrava la statura ben prima dell’Oscar; qui, nel 1960, il suo giovanile e audacissimo Concerto per orchestra fu eseguito in prima assoluta alla Fenice; qui, soprattutto, nel settembre 2007 tornò eccezionalmente sul podio di Piazza San Marco per dirigere personalmente un concerto che molti ricordano culminato in Voci dal silenzio, la grande meditazione corale composta dopo l'11 settembre. Episodi che raccontano bene il rapporto privilegiato fra il compositore e la città lagunare, una delle poche ad averne sempre riconosciuto non soltanto il genio cinematografico, ma anche le ambizioni di autore di quella che egli chiamava ostinatamente “musica assoluta”.
Il percorso scelto dalla Fenice attraversava molte delle stagioni creative di Morricone. Dalla raffinata suite di Canone inverso, con il violino di Roberto Baraldi e il pianoforte di Antonello Maio, alle suggestioni letterarie di Nostromo: Conradiana; dalla nostalgia senza tempo di Nuovo Cinema Paradiso alla rarissima Cantata per l'Europa; quindi, nella seconda parte, The Hateful Eight, Jona che visse nella balena, Il clan dei siciliani, La leggenda del Pianista sull'Oceano e l'immancabile The Mission, affidata al celeberrimo “Gabriel's Oboe” e al trascinante finale di “Earth As It Is In Heaven”.
La serata ha confermato, una volta di più, un’evidenza forse paradossale, considerando quanto Morricone abbia sempre difeso la propria produzione concertistica: è nelle musiche per il cinema che il suo talento raggiunge una sintesi irripetibile fra invenzione melodica, ricerca timbrica e forza narrativa. Ogni pagina rivela un'invenzione sonora inconfondibile, capace di evocare mondi interi con poche battute, mentre la scrittura sinfonica, affidata a un’Orchestra del Teatro La Fenice in gran forma, mantiene sempre solidità architettonica, ricchezza di colori e efficacia spettacolare.
Più complesso il discorso sulla Cantata per l'Europa, composta nel 1988 e riproposta oggi a oltre trent'anni dalla sua rarissima apparizione romana. Articolata nelle tre sezioni Attesa, Ammonizione e Speranza, l'opera costruisce un percorso ideale attraverso un mosaico di citazioni dedicate all'idea di Europa unita: da Dante a Victor Hugo, da Benedetto Croce a Winston Churchill, da Jean Monnet a Konrad Adenauer, passando per Thomas Mann, Paul Valéry e altri padri dell'europeismo (significativamente, nessuna madre). L’ambizione civile dell’opera è indiscutibile, così come il suo valore testimoniale. Ma proprio la struttura a collage di testi, più ideologica che teatrale, finisce per disperdere la tensione musicale. Le intuizioni orchestrali, spesso bellissime, affiorano senza riuscire a trasformare il mosaico di citazioni in un organismo davvero unitario. Ne deriva una pagina nobile nelle intenzioni ma frammentaria nell'ispirazione, priva di quella coerenza stilistica e di quella drammaturgia organica che rendono invece irresistibili le grandi partiture cinematografiche del compositore. La sontuosa esecuzione non basta a colmare queste fragilità: Luca Barbareschi e Cesare Bocci danno autorevolezza alle due parti recitanti, il Coro della Fenice affronta con sicurezza una scrittura complessa e la limpida vocalità di Sara Cortolezzis illumina la sezione conclusiva, senza tuttavia riuscire a sciogliere le intrinseche discontinuità della partitura.
Se la Cantata lascia qualche perplessità, il cinema restituisce invece il Morricone più autentico. Fra le pagine della seconda parte spiccano i due numeri da The Hateful Eight, scritta per il film di Quentin Tarantino e premiata con l’Oscar nel 2016: una musica aspra, scabra, quasi minacciosa, costruita su tensioni armoniche e colori orchestrali di ruvida modernità. Ancora più coinvolgente il finale affidato a The Mission, dove il celebre assolo iniziale di oboe si dilata progressivamente fino al travolgente "tutti" conclusivo di “Earth As It Is In Heaven”. Difficile immaginare una chiusura più di effetto che immancabilmente strappa i calorosissimi applausi della folla.
Qualche riflessione merita infine la fisionomia del programma. Va riconosciuto a SZ Sugar, erede della storica Suvini Zerboni, il ruolo svolto nella valorizzazione della produzione “assoluta” di Morricone, così come alla collegata CAM Sugar quello di aver restituito alla circolazione numerose colonne sonore meno frequentate. La significativa presenza di titoli quali Nostromo, Canone inverso, Jona che visse nella balena e Il clan dei siciliani, accanto alla Cantata per l'Europa, testimonia l'importanza di questo paziente lavoro di riscoperta. Al tempo stesso, non sfugge come il programma finisca per sovrapporsi, quasi specularmente, al percorso di recupero editoriale condotto in questi anni da SZ Sugar e CAM Sugar, delineando un ritratto del compositore costruito attorno a pagine preziose e poco eseguite, più che ai capisaldi universalmente riconosciuti del suo repertorio.
Detto del programma, altro appunto riguarda l'amplificazione, inevitabile in uno spazio aperto come Piazza San Marco ma orientata, in questa occasione, a privilegiare un impatto sonoro più vicino all’estetica dei grandi eventi pop. Una scelta che tende a comprimere la naturale prospettiva acustica dell'orchestra, appiattendo la profondità dei piani sonori e attenuando quella ricchezza di colori e di sfumature timbriche che costituisce uno dei tratti più originali della scrittura di Morricone. Dettagli, forse, che non hanno comunque incrinato il successo della serata. Gli applausi calorosi riservati a Orchestra e Coro del Teatro La Fenice, all’impegnatissimo direttore Kevin Rhodes e ai solisti hanno salutato un concerto destinato a confermare una verità ormai difficilmente contestabile. Morricone ha inseguito per tutta la vita il riconoscimento della propria musica "assoluta"; eppure è proprio nelle colonne sonore, nate per accompagnare le immagini, che ha saputo costruire il suo linguaggio più personale, universale e duraturo. Un paradosso solo apparente, che la notte veneziana ha raccontato con plastica evidenza.