Bona Sforza, una regina in musica fra Bari e Cracovia

Dopo la pausa estiva la stagione del Teatro Petruzzelli riparte con la nuova opera del polacco Zygmunt Krauze: tre età, tre volti e una storia sospesa fra potere, memoria e veleni

SN

15 settembre 2026 • 5 minuti di lettura

Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)
Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)

Bari, Teatro Petruzzelli

Bona Sforza (Zygmunt Krauze)

14/09/2026 - 20/09/2026

Prima dell’inizio della recita, il sovrintendente Nazzareno Carusi ha ricordato con commozione Enrico Vacca, violinista dell’Orchestra del Petruzzelli scomparso pochi giorni fa, a 45 anni, in seguito a un tragico incidente. Un momento breve e partecipe, che ha riportato per qualche istante il teatro alla propria comunità e alla perdita di uno dei suoi musicisti.

Poi, sul palcoscenico, è stata la volta di un’altra figura legata alla memoria di Bari a segnare la ripresa di stagione dopo la pausa estiva: Bona Sforza, duchessa di Bari divenuta nel 1518 regina di Polonia e granduchessa di Lituania dopo il matrimonio con Sigismondo I il Vecchio. Figlia di Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona, Bona era cresciuta fra Bari e Napoli nell’ambiente delle corti rinascimentali. In Polonia portò con sé persone di fiducia ma anche artisti e letterati italiani, esercitando anche un notevole peso politico grazie a indubbie qualità. Tornata a Bari nel 1556 dopo il contrastato rapporto con il figlio, vi morì l’anno successivo.

È questa figura sospesa fra due luoghi e due culture a fornire il punto d’incontro fra il Teatro Petruzzelli e l’Opera di Cracovia, coproduttori della nuova opera del polacco Zygmunt Krauze, presentata a Cracovia nel 2024 e ora approdata a Bari. Delle vicende storiche legate alla figura di Bona Sforza, il libretto di Vincenzo De Vivo riprende ovviamente solo alcuni episodi: il personaggio viene costruito attraverso tre età e tre volti – la Duchessina, la Regina e la Regina Vedova. La narrazione procede per frammenti, fra italiano, polacco e latino, senza seguire una precisa linea cronologica.

Il legame storico fra le due città è indiscutibile e Bona Sforza ne costituisce una figura emblematica. Trasformare però quella storia in un’opera significa soprattutto appurare se una vicenda vecchia di cinque secoli possa ancora diventare teatro musicale vivo, capace di parlare al presente. Una domanda non secondaria, in un’epoca nella quale il rapporto fra opera e storia appare meno scontato che nel melodramma ottocentesco. Non è un caso isolato comunque: un interessante esempio recente è Die Jüdin von Toledo di Detlev Glanert, che rilegge tuttavia la vicenda del re Alfonso VIII di Castiglia sullo sfondo della Spagna medievale della Reconquista, attraverso il filtro letterario del dramma ottocentesco di Franz Grillparzer.

Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)
Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)

A dare una veste musicale a questo nuovo lavoro è un compositore che da oltre mezzo secolo interroga il rapporto fra suono, spazio e memoria. Nato a Varsavia nel 1938, pianista oltre che compositore, Krauze si è imposto fin dagli anni Sessanta con la musica “unistica”, ispirata alla pittura di Władysław Strzemiński e fondata su superfici sonore prive di sviluppo e di gerarchie tradizionali. A questa ricerca si sono aggiunte composizioni spaziali e una “musica sulla musica” fatta di allusioni e citazioni, fino a quello che lo stesso autore definisce il “ritorno alle radici”. Più che ripercorrere queste esperienze, Bona Sforza ne raccoglie l’eredità in una forma dichiaratamente teatrale.

Anche la scrittura di Bona Sforza nasce da questa idea di tempo sospeso. Krauze non costruisce il dramma attraverso una progressione continua, ma per blocchi, ricorrenze e figure sonore che tornano come tracce della memoria. Al centro dell’opera sta un tema ostinato, quasi immobile, che ritorna dall’inizio alla fine come un sigillo del destino: una figura sonora che evoca da lontano Mussorgskij e, in particolare, il Boris Godunov, con il suo rapporto fra storia, potere e fatalità. Qui, tuttavia, il potere non schiaccia: sorveglia. L’orchestra non accompagna i personaggi, ma li circonda con superfici timbriche ferme e con puntuali risposte agli interventi vocali, costruendo lo spazio mentale dell’azione. La tragedia di Bona non esplode, dunque, ma ritorna: un’immagine che la memoria continua a osservare.

Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)
Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)

La regia di Michał Znaniecki asseconda questa impostazione senza cercare una rilettura radicale. Il dispositivo scenico di Luigi Scoglio, con i sontuosi costumi d’epoca di Małgorzata Słoniowska e le luci di Dawid Karolak con decise soluzioni cromatiche per le tre fasi della vita di Bona (azzurro per la giovinezza, rosso regale per il potere e nero per il declino), costruisce un Rinascimento monumentale, dominato da due pareti mobili che modificano gli spazi e diventano insieme elemento scenografico e simbolico. Al centro restano le tre incarnazioni di Bona, mentre le proiezioni a fondo scena di Karolina Jacewicz e i movimenti coreografici di Inga Pilchowska introducono un continuo contrappunto visivo alla fissità della scena. L’impatto è forte, anche se talvolta la sovrabbondanza dei movimenti finisce per contraddire proprio quella dimensione contemplativa che la musica suggerisce.Bo

Anche per questo le singole voci sembrano avere meno rilievo come individualità liriche che come elementi del tessuto orchestrale, spesso raccolte nelle puntuali risposte degli strumenti. Fra le incarnazioni di Bona, è Anna Maria Chiuri, la Regina Vedova, a imporsi con maggiore evidenza sul piano drammatico, grazie a una presenza scenica autorevole e a un’intensità che danno spessore alla figura della sovrana ormai consegnata alla memoria. Più problematici risultano invece, soprattutto per le scelte di Krauze, i ruoli della Bona Regina di Valeria Sepe e della Duchessina di Nikoletta Hertsak: è la scrittura a lasciare alle due interpreti margini più ridotti di definizione e di sviluppo. Hertsak restituisce tuttavia un bel ritratto della giovane Bona costretta a rinunciare all’amore per i disegni politici della madre Isabella, interpretata da una Lorrie Garcia scenicamente autorevole.

Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)
Bona Sforza (Foto: Clarissa Lapolla)

Fra i tre protagonisti maschili, è Deniz Leone a lasciare il segno più netto nei panni di Sigismondo II Augusto, il figlio di Bona attorno al quale si concentra il nucleo tragico della vicenda. Rory Musgrave, Sigismondo I, e Davide Giangregorio, l’amante della Duchessina Ettore Pignatelli, assicurano una presenza funzionale all’impianto d’insieme. Convincente anche il terzetto dei comprimari: Saverio Pugliese dà a Gian Lorenzo Pappacoda una presenza inquieta e sinistra; Nicolò Balducci è un Crisostomo Colonna sempre puntuale; Eleonora Filipponi completa con precisione il gruppo nei panni di Marina d’Arcamone. Negli ampi tableaux, soprattutto religiosi, il Coro del Petruzzelli, preparato dal neoarrivato Alfonso Caiani, offre inoltre interventi di notevole forza monumentale.

Sul podio, Piotr Sułkowski, già sul podio per la prima assoluta di Cracovia, accompagna la vicenda con una lettura attenta alla materia orchestrale e alle sue stratificazioni. L’Orchestra del Teatro Petruzzelli risponde con una prova solida, restituendo efficacemente l’equilibrio fra immobilità, tensione e memoria sul quale Krauze costruisce il proprio lavoro.

La prima barese, pur cadendo in un lunedì sera di metà settembre e alla ripresa di stagione dopo la pausa estiva, raccoglie un pubblico curioso e attento, disposto a seguire con interesse un titolo nuovo e non immediatamente decifrabile. Qualche defezione si nota dopo l’intervallo, ma gli applausi finali, seppure un po’ fiochi, sono convinti.