Se il Re Alfonso si innamora

Un successo alla Semperoper di Dresda per la nuova opera di Detlev Glanert Die Jüdin von Toledo ispirata a una tragedia del 1855 dell’austriaco Franz Grillparzer

Die Jüdin von Toledo (L’ebrea di Toledo) (Foto Ludwig Olah)
Die Jüdin von Toledo (L’ebrea di Toledo) (Foto Ludwig Olah)
Recensione
classica
Dresden, Semperoper
Die Jüdin von Toledo (L’ebrea di Toledo)
10 Febbraio 2024 - 08 Marzo 2024

Già dal titolo, Die Jüdin von Toledo (L’ebrea di Toledo), la nuova opera di Detlev Glanert commissionata dall’Opera Sassone di Dresda, ha un sapore di altri tempi. Lo stesso soggetto, trattato spesso in romanzi e testi teatrali scritti nell’arco di vari secoli, narra una vicenda avvenuta nella Spagna medievale delle lotte dei re cristiani contro i mori invasori. Siamo dunque alle soglie del XIII secolo, durate i tempi turbolenti della “Reconquista”. Protagonista è re Alfonso VIII di Castiglia, che si invaghisce di una bella ebrea, Rachele, e perde la testa per lei al punto di mettere a rischio la sicurezza del regno mentre il nemico preme alle porte. La minaccia di farlo destituire dal Consiglio di Stato, istigato dalla regina Eleonora, riporta il re ai suoi doveri di Stato con inevitabile sacrificio della bella Rachele.

Fra le diverse versioni disponibili anche in lingua tedesca (noto è soprattutto il romanzo del 1955 Die Jüdin von Toledo dello scrittore di origini ebraiche Lion Feuchtwanger), il librettista Hans-Ulrich Treichel ha scelto la tragedia dell’austrico Franz Grillparzer datata 1855, nel dopoguerra materiale di studio nelle scuole dei paesi di lingua tedesca. Punto focale della tragedia è il conflitto di re Alfonso fra amore e dovere o , se si preferisce, fra individuo e collettività. Non siamo quindi troppo lontani da Schiller e dal suo Don Carlos, anche se qui lo slancio ideale è nonn poco depotenziato e prevale il cinismo del sovrano, che, tutto sommato, si libera del problema senza troppi conflitti interiori pur di non perdere il trono. Nel libretto di Treichel, che attualizza in un tedesco contemporaneo gli elaborati versi di Grillparzer, re Alfonso sembra mosso dalla crisi coniugale che attraversa con la consorte Eleonora, con la quale ormai l’intimità sessuale è un lontano ricordo e che oltretutto gli ha dato un figlio marchiato da deficit cognitivo (nella realtà storica la coppia reale ebbe 11 figli). La scappatella reale è quindi comprensibile se non proprio giustificabile. Anche la minaccia incombente dei mori non sembra che un pretesto per la risentita Eleonora per punire il marito fedifrago con il ricatto della sua destituzione, complici l’antico istitutore del sovrano, l’”almirante” Manrique, e il figlio di questi Garceran. Se lo scontro finale fra Alfonso e Eleonora si risolve, una volta di più in una lite coniugale (e cinicamente si rinfacciano pure la “colpa” dell’handicap del figlio), suggestiva è la chiusura con il figlio regale muto, rimasto solo in scena mentre anche l’ultimo dei cristiani si è lanciato nello scontro col nemico. È come l’innocente che chiude il Boris Godunov non avesse nemmeno più il dono della parola e la forza di un lamento.

Se la dimensione politica della vicenda resta tutto sommato implicita (o comunque ben dentro il recinto del convenzionale) nel libretto di Treichel, ci pensa il regista Robert Carsen a esplicitarla nel suo allestimento per la Semperoper, tutto svolto nel segno di un rigore formale già nella geometrica scenografia dello stesso Carsen con Luis F. Carvalho, che è anche autore degli austeri costumi in nero (unica eccezione: il bianco scelto per l’innocente Rachele). Il segno scenografico è ispirato alla selva di archi moreschi della mezquita di Cordova, ingentiliti talvolta dalle lampade a sospensione di una sinagoga e torna come chiave unica nei diversi ambienti della vicenda. La dimensione politica entra spessa come controcanto alle vicende individuali come unificante idea di regia e, quindi, il duetto d’amore fra Alfonso e Rachel avviene sullo sfondo di una sorta di riconciliazione fra esponenti delle tre grandi religioni monoteiste. Altrove i segni religiosi si confondono in provocatori accostamenti, che rivelano lo spirito antireligioso che spesso anima il regista canadese. Uno su tutti: il taled portato sugli austeri abiti neri del popolo cristiano che parte in battaglia dopo la benedizione dei mitra da parte di un ecclesiastico, una scena che ricorda la violenza dell’autodafé del nerissimo Don Carlos allestito da Carsen a Venezia qualche stagione fa. E, se il messaggio non fosse ancora chiaro, si chiude con i video proiettati sulle pareti della scena rimasta spoglia che ci ricordano i disastri delle guerre, delle quali ormai siamo testimoni ogni giorno.

Sul piano musicale, Detlev Glanert non raggiunge certo la profondità e la dolorosa verità del Verdi del Don Carlos ma si conferma eccellente orchestratore e soprattutto uno dei pochi compositori consapevoli di cosa sia un’opera, dando alle forme classiche una vigorosa funzione drammaturgica. Con questo suo ultimo lavoro, che segue l’altrettanto felice prova di Oceane, Glanert manifesta al meglio la sua capacità di comunicare a un pubblico ampio attraverso i codici operistici classici pur senza rinunciare a un linguaggio contemporaneo. Aperta dal colore etnico dell’ūd, che torna anche nel seguito, la partitura segue un impaginato di taglio anche piuttosto classico nell’alternanza di scene e interludi sinfonici, di sapore impressionistico nella prima parte, quella dell’amore, e clangori marziali nella seconda, quella della guerra. La gamma dei colori di cui è capace la prodigiosa Sächsische Staatskapelle di Dresda, in questa occasione ben diretta da Jonathan Darlington, è davvero infinita e di infallibile impatto emotivo: riesce a essere seducente nelle scene d’amore (lancinanti gli assoli di corno inglese e del violoncello) e disturbante nella lancinante compattezza degli ottoni di guerra.

Non meno riuscita è la prova dei solisti di canto, a partire dalla radiosa Rachele di Heidi Stober, cui fa da controcanto pensoso la sorella Esther di Lilly Jørstad, particolarmente toccante nello straziante monologo sul cadavere della sorella. Più convenzionali, compreso nella scrittura vocale, il re Alfonso di Christoph Pohl, appena velato da una nota di crepuscolare malinconia, e la regina Eleonora di Tanja Ariane Baumgartner, ritratto di una cinica assoluta fortemente chiaroscurata. Bene anche Markus Marquardt, Manrique, e Aaron Pegram, l’ambizioso e sottile Garceran, come anche il magnifico Coro della Staatsoper sassone istruito da Jonathan Becker, che ha la statura e la plasticità di personaggio “altro” nella vicenda.

Gran successo alla prima, che si ripete anche alla terza rappresentazione, purtroppo davanti a un pubblico non proprio folto. Si replica fino all’8 marzo.

 

 

 

 

 

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