La scappatella pop di Rhiannon Giddens

In You’re the One la pluridecorata artista statunitense si concede un gradevolissimo divertissement

GIddens You Are The One
Disco
pop
Rhiannon Giddens
You’re the One
Nonesuch
2023

La statunitense Rhiannon Giddens è artista pluridecorata: dal Pulitzer assegnatole quest’anno per l’opera Omar, firmata con Michael Abels su commissione dello Spoleto Festival USA, ai Grammy Awards vinti in precedenza insieme ai Carolina Chocolate Drops e poi in duo con Francesco Turrisi.

– Leggi anche: Giddens-Turrisi, una serata tra amici

Pubblica ora il terzo album da solista, You’re the One, primo costituito pressoché interamente di materiale autografo, con intenzioni diverse dal solito: «Sarà piuttosto differente da tutto quanto ho fatto finora, un po’ più "leggero"», aveva annunciato in primavera a “Variety”. «Sono canzoni divertenti e volevo che avessero il massimo delle possibilità di raggiungere persone che le potrebbero apprezzare anche senza sapere nulla di ciò che faccio», ha specificato successivamente.

Indicativa la scelta di affidarsi a Jack Splash: produttore abituato a maneggiare mercanzie mainstream, essendo stato al servizio di John Legend, Alicia Keys e Solange, oltre a Kendrick Lamar. Altrettanto significativa è la suggestione iconografica suscitata dalla copertina, ricalcata sui canoni in voga a fine anni Sessanta, fra Stax e Blue Note. Evocazione confermata immediatamente all’ascolto del brano iniziale, “Too Little, Too Late, Too Bad”: energico esercizio di soul “vecchio stile” ispirato – per sua stessa ammissione – ad Aretha Franklin, sia nell’intonazione vocale sia nell’impeto di fierezza femminile (“Sono stata in assoluto la tua ultima occasione d’amore, troppe bugie, troppi alibi, troppo poco e troppo tardi, troppo sgradevole”).

Le relazioni sentimentali sono tema ricorrente nel disco, che scatenino il calore della passione (“Accendi un fuoco nel mio ventre, mi fai rabbrividire l’anima, sei il pane per la mia marmellata, il burro dentro il panino”, canta licenziosa su cadenza honky tonk in “You Put the Sugar in My Bowl”) o stiano andando a rotoli (“Ma non cambierei una virgola e mi tufferò nell’abisso”, ammette in “Wrong Kind of Right”, la cui vena blues scorre fra archi e fiati).

E se “Yet to Be”, frutto di un duetto con il cantautore connazionale Jason Isbell, racconta la love story proletaria fra un’afroamericana e un immigrato irlandese (“Lei lavava il pavimento, lui lavorava al bar, era una divina collisione di cuore, stava a est di lei e a ovest di lui”), l’eloquente “You Louisiana Man” descrive con intensità da gospel il trauma dell’abbandono: “Mi hai lasciata qui e te ne sei andato, uomo della Louisiana, ho versato le mie lacrime e andrò avanti”.

La dichiarazione d’amore più esplicita, espressa con trasporto sulla trama tessuta da un arpeggio di banjo, suo strumento elettivo, è riservata tuttavia al figlio secondogenito: “Ti amerò per sempre e sarò con te nella buona e nella cattiva sorte”, annuncia il ritornello dell’episodio che dà titolo all’intera raccolta.

Il campionario musicale svaria con disinvoltura dalla torch song di scuola jazzistica (“Who Are You Dreaming of” potrebbe stare comodamente nel repertorio di Norah Jones) al folk rurale (scritta pensando a Dolly Parton, “If You Don’t Know How Sweet It Is” liquida uno spasimante in maniera sbrigativa: “Sei in gamba, ma troverò di meglio”).

Nell’angolo buio troviamo invece “Another Wasted Life”, ballata ombrosa appena rischiarata da un accattivante fraseggio pop di organo e chitarra elettrica, dove si annida una denuncia del sistema carcerario americano esposta con voce fremente: “Un altro giorno, un altro omicidio, una punizione portata all’estremo”. Il tono è in genere spensierato, però: dal funk sbarazzino di “Hen in the Foxhouse” (“Sono solo una gallina nella tana della volpe, un piccione piazzato in mezzo ai gatti, una donna in un mondo maschile”) al country gaudente di “Way Over Yonder” (“È un localino subito fuori città, ha il miglior pollo fritto della zona, il cibo è buono, ma gli alcolici sono ancora meglio”), che precede l’epilogo, destinato a un accenno fugace dello standard bluegrass “Good Ol’ Cider”, in onore appunto del sidro. Alla salute, allora!

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