La prosecuzione dei Radiohead con altri mezzi

Wall of Eyes è il secondo album dei The Smile di Jonny Greenwood e Thom Yorke con Tom Skinner

The Smile nuovo album 2024
Disco
pop
The Smile
Wall of Eyes
XL
2024

La storia era cominciata quasi per caso, sotto la cappa del lockdown da pandemia: Jonny Greenwood e Thom Yorke avevano dei provini da ultimare e non potendolo fare insieme agli altri Radiohead si rivolsero a Tom Skinner, batterista nei Sons Of Kemet di Shabaka Hutchings e già collaboratore del primo in una traccia della colonna sonora di The Master.

– Leggi anche: The Smile, tra Radiohead e Sons of Kemet

Siccome da cosa nasce cosa, iniziarono a proporre quel materiale in pubblico con la denominazione The Smile, ispirata all’omonima poesia di Ted Hughes che a un certo punto dice: “Ma il sorriso era troppo largo, eclissava tutto, era troppo sottile, scivolava tra gli atomi, cosicché l’acciaio si aprì con uno stridio, come un coniglio sventrato”.

«Ma il sorriso era troppo largo, eclissava tutto, era troppo sottile, scivolava tra gli atomi, cosicché l’acciaio si aprì con uno stridio, come un coniglio sventrato».

Sempre più convinti, decisero di continuare l’attività dal vivo, ampliando poi il repertorio sino a dargli forma discografica nel maggio 2022 con A Light for Attracting Attention.

Nessuna intervista per spiegare l’accaduto: doveva bastare la musica. Il gioco di società consisteva allora nel misurarne la distanza da quella dei Radiohead: percettibile, ma non eccessiva.

– Leggi anche: The Smile, il futuro dei Radiohead?

Ora, al secondo atto, chiamato Wall of Eyes, è il momento di riconsiderare la valutazione. A indicare la rotta, in coda alla passata primavera, era stato “Bending Hectic”: polpettone da otto minuti abbondanti aperto da un arpeggio di chitarra da flamenco astrale, su cui si adagia un cantato riflessivo, sostenuto da un impalpabile spolverio ritmico, prima che subentrino archi da thriller hitchcockiano, annunciando l’inasprimento hard rock del finale.

La “sterzata convulsa” del titolo allude al soggetto narrativo: un incidente d’auto (“Stiamo per affrontare una curva, sbandando in un tornante, una scarpata a precipizio sul pendio di una montagna italiana”), tòpos non nuovo per Yorke, da “Airbag” a “Killer Cars”.

Unito alla tipica intonazione di voce, l’esistenzialismo surreale dei testi rappresenta il principale fattore di contiguità con la casa madre. “Vecchie galassie e una città sott’acqua, niente di questo mi appartiene”, recitano i versi di “You Know Me!”, crepuscolare brano di chiusura, mentre fra spigolose geometrie chitarristiche e sincopata cadenza afro “Under Our Pillows” culmina nell’aforisma “Oggi sono tutti per la condivisione” e l’ammaliante “Teleharmonic” disegna un inquietante paesaggio contemporaneo (“Droni lamentosi su un mare freddo, sfondano porte e si ammassano, catturati nelle reti a strascico dei pescatori”).

Ad allontanarsi dal canovaccio familiare è invece il contenuto musicale, forse per l’intervento in produzione di Sam Petts-Davies (avvistato accanto a Yorke in Suspiria di Luca Guadagnino), preferito al “solito” Nigel Godrich: è spettato a lui il compito di armonizzare la strumentazione dei tre protagonisti con gli archi della London Contemporary Orchestra e la dotazione di fiati.

Valga a dimostrarlo l’episodio che apre l’album e gli dà nome: accattivante simil-bossa nova dallo sbocco “jazzoso” sintonizzata sul registro dell’attualità (“Scendi un gradino o due, finirai dietro un muro di occhi del tuo dispositivo, sei ancora tu con gli occhi infossati?”).

Suona al contrario scontrosa, poco dopo, “Read the Room”, quando su ritmo dispari e arzigogolato schema di chitarra che sa di King Crimson scorrono previsioni meteo da apocalisse (“Una pioggia magica, un arcobaleno magico, così grande da piegare la luce”).

In generale, si percepisce in Wall of Eyes una sensazione di libertà e leggerezza maggiori rispetto alle prove recenti dei Radiohead, di cui The Smile sembra rappresentino a conti fatti una prosecuzione con altri mezzi.

Ecco ad esempio “Friend of a Friend”, una delle cinque canzoni già rodate in concerto la scorsa estate: malinconica ballata scandita dal pianoforte e segnata da vaghi accenti “prog”, però foriera di opinioni da Oxfam (“Tutti quei quattrini, dove sono finiti? Nelle tasche di qualcuno, l’amico di un amico”).

Chi vuole, può togliersi la voglia di ascoltare il disco in anteprima sabato 20 gennaio a Milano, presso il cinema Godard della Fondazione Prada, con il corredo dei video a tema firmati dal regista Paul Thomas Anderson (committente di Greenwood da Il petroliere in avanti).

Serve pazienza per ammirarli dal vivo, viceversa: unico scalo italiano sarà in doppia data – 23 e 24 giugno – l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

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