The Smile, il futuro dei Radiohead?

Dal vivo The Smile – con Thom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner – convince, e sembra non essere un progetto passeggero

The Smile Thom Yorke
Thom Yorke (foto dalla pagina FB di The Smile)
Recensione
pop
Fabrique, Milano
The Smile
14 Luglio 2022

Con l’uscita del disco – A Light for Attracting Attention, lo scorso maggio – era venuto il dubbio che The Smile potesse essere qualcosa di più di uno dei molti passion project di Thom Yorke e Jonny Greenwood. Se ne ha avuto conferma incontrovertibile alla prova del live, al Fabrique di Milano, nella prima uscita di una striscia italiana di cinque date (il 15 luglio a Ferrara, il 17 a Macerata, il 18 a Roma e il 20 a Taormina).

Leggi anche: The Smile, tra Radiohead e Sons of Kemet

Nei suoi percorsi solisti Yorke aveva spesso impostato il proprio live calandosi per intero nel ruolo di un synth hero dei nostri tempi: balletti, visual progettati al singolo frame, qualche potenziometro da spippolare e un bel Macbook Pro con su tutti gli arrangiamenti. Con The Smile, al contrario, la scelta è stata evidentemente quella di mettere su una band con l’idea di farla suonare dal vivo, riducendo al minimo le sequenze preregistrate e persino la scenografia – appena qualche barra luminosa a fare da sfondo. Non che una cosa sia necessariamente meglio dell’altra. Di certo, la seconda è molto più divertente, e sembra valere anche per i tre sul palco.

(Almeno, per Yorke e per il batterista Tom Skinner, sorridenti e rilassati. È invece sempre difficile capire che cosa pensa Jonny Greenwood. In realtà, è anche difficile vedergli la faccia).

I due Radiohead (ex-Radiohead? Chi lo sa, il sospetto viene…) si scambiano spesso a basso e chitarra, con Yorke che si dimostra bassista incredibilmente a suo agio anche su tempi dispari e passaggi complessi. È solo uno degli indizi che chiarisce come The Smile sia, di fatto, un progetto nerd-prog. Greenwood, quando imbraccia la chitarra, si esibisce in tapping e incastri a tempo con il delay come il peggior math-rocker primi anni duemila. Le tastiere – un Prophet, un pianoforte acustico, uno elettrico, vari synth – ci sono, ma alla fin fine rimangono sullo sfondo anche rispetto allo standard dei Radiohead più recenti (c’è anche un’arpa celtica, che Greenwood arpeggia per un solo pezzo).

La potenziale freddezza di un certo tipo di scrittura, però, è controbilanciata dalla presenza di Tom Skinner, batterista che meno matematico non si può, dal groove elastico e gommoso, quasi ballabile. In più, rispetto al disco, i tre cercano evidentemente un’energia live grezza il giusto (stecche comprese) e senza troppi cosmetici o controlli. In un paio di occasioni Skinner addirittura si ferma per falsa partenza – Yorke non ha ancora il basso a tracolla, Greenwood ha fatto qualche casino con la pedaliera – e ricomincia, come suonasse in una pub band qualunque. Altrove, Greenwood si perde in una ripetizione di troppo, per un pezzo provato troppo poco…

Del resto la scaletta è interamente incentrata sul nuovo materiale, con zero concessioni alle cover e ai pezzi vecchi di Yorke. Anzi, a dimostrazione che l’alchimia funziona e che si sta creando anche on the road, compaiono diversi inediti, con il cantante che si fa portare un leggio per leggere le parole («Le ho scritte ieri», spiega).

Con i Radiohead fermi dal 2016 e con poche informazioni e zero pronostici sulla loro voglia di tornare a suonare insieme, è allora lecito puntare su The Smile. Il live funziona alla grande. Ai due musicisti che – si disse – le avevano bandite dal rock vent’anni fa, le chitarre piacciono ancora.

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