Kristina Jacobsen, dagli Usa alla Sardegna

Etnomusicologa e folksinger, Kristina Jacobsen si è inventata un originale matrimonio misto tra Americana e musica sarda

Kristina Jacobsen
Kristina Jacobsen
Disco
world
Kristina Jacobsen
House on Swallow Street
Talk About Records
2021

Per il mese di marzo 2021, il giornale della musica aderisce – insieme a decine di riviste, portali web e radio in Europa – all’iniziativa #womentothefore dello Europe Jazz Network, a favore della progressiva parità di genere nelle musiche creative.

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Immaginate una canzone con un tintinnio dolce d'arpeggi, come avrebbe potuto scriverla Joan Baez nei primi anni Settanta, e un contralto pulito e sensuale che volteggia su vocali e consonanti molto, molto nordamericane. Immaginate che a un certo punto quella stessa voce inserisca le seguenti frasi, in italiano: «Ma lei, è americana? E come mai è venuta in Sardegna? È sicura che vuole fare la residenza qua?». Tutto vero. Immaginate ora una registrazione di un volo di rondini fatta appena fuori dall'uscio di casa, e poi la medesima voce da folksinger che attacca a cantare, questa volta in sardo. In sardo quasi perfetto, giusto con quel modo di ingolare e arrotare certi suoni che è proprio ineludibile per chi arriva dal Massachusetts. Avrete appena scoperto uno dei dischi (folk? World? Etno immaginari? Etno reali?) più clamorosamente originali degli ultimi tempi.

Kristina Jacobsen è, contemporaneamente, una songwriter con il dono di una chiarezza limpida, cristallina, un'antropologa, un'etnomusicologa che senz'altro non frappone alcun distacco intellettualistico rispetto ai propri campi d'indagine: perché il suo campo d'indagine sono le persone e le culture vive. L'ha fatto per vent'anni in una riserva dei Navajo, nel New Mexico, l'ha fatto con gli “indiani d'Italia”, come li aveva poeticamente immaginati Fabrizio De André, i sardi. Jacobsen si è trasferita a Santu Lussurgiu nel Montiferru, terra di canto polifonico e altre delizie musicali ammirate in tutto il mondo. Ed è diventata visiting professor all'Università di Cagliari. Nel frattempo ha imparato il sardo, oltre all'italiano, e ha scoperto che si potevano benissimo mettere assieme diversi amori, perché i matrimoni misti sono complicati, ma in musica garantiscono insospettabile ed elastica solidità.

Dalla sua lei ha nelle vene la country music, il bluegrass, i vorticosi profili melodici che hanno portato in America gli irlandesi. Guidando una band tutte donne, ha già inciso diversi dischi. Ma qui le carte si sparigliano davvero: come in "Tiria”, scritta con Matteo “Baro” Pepperi in sardo, un bluegrass “impossibile” (ma non aveva fatto qualcosa di simile proprio De André?); "Reckoning" è un blues profumato scritto assieme al bluesman delI'isola Matteo Leone, "On A Rooftop" a quattro mani con il cantautore sassarese Giuseppe Bulla salda assieme Irlanda e la chitarra “trad" sarda.

Poi arrivano brani come "Santi Sardi", "Six Seconds", "Maison Dancer", l'atmosfera è country, la lingua è sarda, e in varie declinazioni. In chiusura "Semus Torrande", che racconta la storia dell'emigrazione sarda, e una ghost track finale da Sassari, uno dei primi brani che, con feroce determinazione, Jacobsen volle imparare e padroneggiare, "Carraioru di Ruseddu", un brano per la fontana di Rosella scritto da Gavino Soro e Raimondo Sanna.

C'è un proverbio anglosassone che dice che la casa è il posto dove posi il cappello. Forse anche dove puoi appoggiare una chitarra al muro, per prenderla cantare assieme agli altri. Da pari a pari. In proficuo disordine, senza ostilità.

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