L'Alchimia di Gastone Pietrucci con Marco Poeta
23 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura
Gastone Pietrucci e Marco Poeta
Alchimia. Dodici corde per una voce scura e torturata
Passano gli anni, si srotolano uno dopo l’altro i decenni, la voce di Gastone Pietrucci, fiato delle Marche, ha trovato albergo nelle più diverse case della musica: volando a distesa sulle volute orchestrali, trovando l’incastro con il jazz, nato peraltro poco più d’un secolo fa anche sugli spunti offerti dalle note dei popoli, scovando l’intesa con gli spigoli elettrici del rock, con la parola fatta poesia e la poesia che diventa nota.
Ripercorrendo sempre e comunque con acribia e voluttà le piste di quelle canzoni che hanno una sola vera dimora originaria: il cuore delle musiche popolari di tradizione orale.
Stavano scomparendo, in un languore sfinito dagli attacchi di una modernità meccanica incatenante che prometteva futuro ed era invece consumo obbligatorio di oggetti e di tempo, Pietrucci le ha recuperate e messe in salvo.
Mancava ancora qualcosa, c’era dunque ancora una nicchia non avvistata, uno snodo non riconosciuto, una prospettiva non messa a fuoco? Manca sempre qualcosa, nell’erranza delle vicende numinose che riguardano le culture profonde, e in genere è qualcosa di speciale. Che ora è qui.
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Questo disco è in epitome il precipitato solido e alchemico di una vita di meditazione e azione su cosa bisogna considerare “tradizione”.
Cosa raccogliere da chi ci ha preceduto, costruendo le condizioni materiali e spirituali perché altri lo raccolgano, fino a quando ci saranno le forze. Pena lo smarrimento di porzioni di sostanza della bellezza. Bellezza che ama nascondersi (anche) nella semplicità, che, ci insegna Brecht, “è difficile da costruirsi”. Figurarsi da raccogliere e tramandare.
Mancava un disco come questo, costruito su una complementarietà che è fatta di due opposti secchi: e gli opposti si attraggono con elusive ma efficaci strategie di intenti. E dunque: da un lato la voce fatta di schegge petrose del cantore popolare delle Marche, che la pietra, ingentilita dal diminutivo, se la porta anche nel cognome. Una voce nuda che non teme di scendere nei dirupi e nelle forre, di abbarbicarsi a radici tenaci e concrezioni maturate nei secoli. Dall’altra la chitarra a dodici corde di Marco Poeta, altro segnale nel cognome, altro maestro di eredità popolari, anche delle terre di Lusitania, ma a rovescio della disseccata essenzialità di Petrucci: le corde che sprigionano ricami e trine, che allestiscono interi campionari di fioriture melodiche quasi a dissimulare la cruda nudità delle antiche canzoni popolari marchigiane.
Il risultato è quello del titolo: Alchimia. Troverete qui La “maledizione della madre” e e “Faccede a’ la finestra Luciola”, “ Bella sei nada femmena” e la tormentata “Cecilia”. Ad ogni brano popolare è associata un’introduzione tersa e sognante dalle corde di Poeta, a volte un brano intero: dove è bello segnalare “Pensando a John Renbourn e Bert Jansch”, un tributo a due maestosi signori del folk che finora non c’era stato, e mancava.