Lero Lero: il folk siciliano del futuro

Una rielaborazione creativa dagli archivi storici sonori dell'Isola

GF

20 maggio 2026 • 2 minuti di lettura

Lero Lero copertina
Lero Lero copertina

Lero Lero

Lero Lero

Panta Records / Black Sweat Records / Shhh / Peaceful 2026

Un archivio sonoro popolare, folk, o comunque vogliate definirlo è, per sua stessa natura, frutto di mediazione e dialettica: tra chi ha deciso di preservare un patrimonio di cultura immateriale per ragioni di studio o, semplicemente, e più di rado, nobile mozione d’affetti per qualcosa che si avverte possa scomparire senza lasciare traccia.

Lero Lero (foto Giulia Parlato)
Lero Lero (foto Giulia Parlato)

È sull’archivio che avvengono le ri-generazioni di frammenti significativi di patrimoni popolari, mano a mano che scompaiono le pratiche dirette, le persone che tali patrimoni incarnavano e sapevano maneggiare.

Gli interventi di rigenerazione non possono che rispettare alla lettera la radice semantica del verbo trado: devono “tradire”, cioè non essere illusorio e mistificante viaggio “autenticato” nel passato, devono “tramandare” affidare al futuro briciole di memoria vitali che, a propria volta, saranno d’ispirazione in direzioni imprevedibili.

Da diverso tempo in Italia si lavora sugli archivi sonori: possono essere esperienze individuali, come quelle di Davide Ambrogio o di Maria Mazzotta, o collettive, vedi qui alla voce Senduki, Canzoniere Grecanico Salentino, possono essere guizzi creativi che mettono in conto sia le esperienze individuali, sia il portato collettivo del confronto con l’archivio sonoro.

Quest’ultimo tratto di creazione, ricognizione, e come si diceva, ri-generazione è il senso del lavoro di Lero Lero. Un collettivo di artisti palermitani formatosi da qualche anno che ha dato i primi segni di vita discografici e concertistici nel 2024.

Il primo nome da citare è quello di Alessio Bondì, figura ben nota anche come eccellente autore di canzone d’autore in siciliano con radici folk e oltre: qui a chitarre, voce e percussioni. Poi c’è Donato Di Trapani a sintetizzatori, drum machine cori, Fabio Rizzo a voce e chitarra palermitana, e, membro aggiunto, Giovanni Parrinello alle percussioni.

Bella l’idea di fondo di questo nuovo lavoro, che ha per titolo semplicemente il nome del gruppo, così sintetizzata, anche con tratti ironici: “Cosa succede se una musica di popolo viene ridotta a macchietta, stereotipata, esotizzata o rimossa? Si tratta di una voragine culturale nella vita dei suoi componenti. Lero Lero non finge che questa voragine non ci sia, ma la abita e prova ad arredarla”.

Che significa, qui, ricavare dall’Archivio dei suoni del Novecento siciliano voci di contadini, pastori, lavandaie, filastrocche surreali dei salinai, carrettieri, madri intente a cantare la ninnananne, novene di Natale, canti di sdegno, canti in ottava.

Il tutto incorporato e “trattato” con elaborazione e tessitura visionaria di riff di sapore mediterraneo, escursioni microtonali, melismi vocali, elettronica, sbuffi e derive synth.

Ridando loro la parola: “Un’Atlantide sommersa piena di tesori dimenticati”. Da non lasciare in mano ai predatori della banalità, o alla finta autenticità dei cultori di un localismo esotizzante, ma a chi tratta la materia con rispetto e cognizione delle distanze incolmabili.