I messaggi cifrati dei Dry Cleaning

Al terzo album Secret Love, i londinesi Dry Cleaning confermano le proprie qualità ineffabili

AC

09 gennaio 2026 • 3 minuti di lettura

Dry Cleaning
Dry Cleaning

Dry Cleaning

Secret Love

4AD 2026

Il nostro amore per i Dry Cleaning non è segreto: abbiamo documentato infatti passo passo il cammino del quartetto londinese, dal debutto New Long Leg del 2021 al seguente Stumpwork, uscito un anno e mezzo dopo, notandone nell’intervallo fra l’uno e l’altro l’efficacia pure dal vivo, durante il festival torinese TOdays.

Una fascinazione in verità inspiegabile, visto che apparentemente non creano alcunché di speciale. La formula è essenziale: un’intelaiatura di vaga derivazione post punk sulla quale articola il proprio canto parlato – o sprechgesang, volendo citare l’altolocato ascendente di Schönberg – Florence Shaw, autrice e interprete – con tono distaccato e indolente ma ipnotico e confidenziale – dei testi, una sorta di cut-up della quotidianità infuso di humour e nonsense.

Al terzo atto discografico, la band ha optato per un avvicendamento in cabina di regia, congedando John Parish e affidandosi a Cate Le Bon, che ha prodotto le registrazioni in uno studio nella valle della Loira, in Francia, successive ai provini abbozzati a Chicago, in una struttura messa a disposizione da Jeff Tweedy dei Wilco, ospite qui in “My Soul/Half Pint”, quadretto esistenzialista sull’igiene domestica (“A casa mia ogni cosa ha un suo posto, ma non mi piace fare le pulizie, trovo che siano umilianti”) con sottofondo rivendicativo (“Forse è ora che puliscano i maschi, tipo per 500 anni”).

All’ascolto dell’album si percepisce una raffinazione ulteriore degli ingredienti e l’ampliamento degli spazi sonori, ai cui estremi troviamo lo sferragliare metal della chitarra di Tom Dowse nel narcotico dub dall’umore paranoico di “Evil Evil Idiot” (su un malevolo influencer che fa apologia del cibo bruciacchiato) al folk evocato dal fitto arpeggio in “Let Me Grow and You’ll See the Fruit” (un concentrato di misantropia: “Nessuno che salti fuori con una videochiamata o un sondaggio o una foto del suo pene o un rumore forte o un odore sgradevole, vedi: temo per la mia privacy”).

L’ancoraggio al post punk originario è testimoniato dall’incalzare cupo di “Rocks”, mentre nuove strade vengono esplorate nel brano che dà titolo al disco, ombrosa ballata su un rapporto frustrante (“Inizi le cose e poi scivoli via come acqua nello scarico, mi prendi in giro continuamente”), e in “The Cute Things” (su tema analogo: “Il mio melodramma, lo detesto ma ne ho bisogno”): in ambedue i casi Shaw alterna il canto al parlato, mostrando crescente padronanza della voce.

Ciò rende ancora più suggestiva la messinscena, capace di restituire nell’insieme la nevrotica frammentarietà del contesto attuale: dai conflitti in corso (vi allude “Blood”, a dispetto di un confortevole ambiente musicale che rimanda all’esotismo rétro dei Khruangbin: “Sono in un bunker sotterraneo con la mia bomba volante guidata dal computer”) all’ombra lunga di Trump (proiettata dai suoi trascorsi televisivi in “I Need You”: “La parte di ‘The Apprentice’ in cui aspettano la telefonata, nella sala d’attesa esterna, e il verdetto del pollice verso: tu. Solo dolore!”, recita la narratrice sul borbottio di un clarinetto basso).

L’ouverture spetta comunque allo strapotere dei social media: un marziale groove funk e taglienti fraseggi chitarristici spingono “Hit My Head All Day” alla resa incondizionata (“Manipolami, muovi le mie braccia”).

Descritto con accattivante disinvoltura in “Joy”, dove il rimedio è peggiore del male (“È un paese degli orrori, distruzione, ma non rinunciare a essere dolce, gioia, costruiremo un mondo carino e innocuo”), il quadro è inquietante, eppure l’ironia regna sovrana: “Cruise Ship Designer” è il ritratto esilarante del personaggio definito nell’intestazione, che giustifica sé stesso (“Le crociere sono un grande affare, personalmente non le apprezzo, ma devo perseguire uno scopo utile”) e instilla un dubbio (“Mi accerto che il mio lavoro contenga messaggi cifrati”) nel quale potremmo vedere riflessa specularmente l’intenzione dell’autrice.