Eskelin Weber Griener, il jazz del passato inventa il presente

The Pearls del trio di Ellery Eskelin, Christian Weber e Michael Griener conferma l'ottima annata della Intakt

Eskelin Weber Griener
Eskelin Weber Griener
Disco
jazz
Eskelin Weber Griener
The Pearls
Intakt
2019

Fine d'anno col botto per Intakt Records, dopo un'annata a livelli di vera eccellenza: picchi assoluti come il Very Practical Trio, portati anche in concerto a inizio anno a Mantova dalla sempre attenta associazione culturale 4'33'', o Iron Into Wind, il disco per piano solo di Alexander Hawkins (per chi scrive senza dubbio uno dei migliori dell'anno) per chiudere (ma solo per ragioni di spazio, che l'elenco meriterebbe di essere più lungo) con il monumentale box triplo di Fred Frith dal vivo allo Stone di New York.

Spetta al trio di Ellery Eskelin, Christian Weber e Michael Griener mantenere alto lo standard, e con questo secondo lavoro The Pearl, che segue Sensations of Tone sempre per l'etichetta di Zurigo, il bersaglio è centrato in pieno. Nove tracce lievissime e dense come pioggia, impalpabili e monumentali, a cui tornare ogni volta per cercare di coglierne l'imprendibile mistero.

"ABC" apre il sipario su una scena free lirica e fertile di luminose nevrosi con il sax tenore di Ellery Eskelin a brillare di una luce tutta sua, istantaneamente classico eppure con una voce profonda, personale, ispida e lirica al tempo stesso. Se con l'incipit pare di assistere a un delicato e perfetto numero di equilibrismo sul trapezio, con figure che prendono forma nell'aria per poi sparire e riapparire in un continuo gioco ritmico, con "Magnetic Rag" si entra in pieno territorio "Ragtime", con una vivace e ariosa rivisitazione di un pezzo di Scott Joplin, che guadagna in bpm e in drive ritmico per assumere un respiro appena più serrato rispetto all'originale.

Tornano in scena gli acrobati ed è il momento della lunga e astratta "La Fée Verte", undici minuti di allusioni cameristiche, vertigini minimaliste, appostamenti, veglie, sbronze visionarie (La Fata Verde era il nome di una bevanda a base di assenzio molto popolare nella seconda metà dell'Ottocento) che non sfociano e non risolvono mai, custodendo così il fascino imprevedibile del non detto. Resta solo un groove di contrabbasso (ottimo davvero Christian Weber) a far intuire una struttura che poi si perde in una nebbia impenetrabile e seducente.

"The Pearls" è di nuovo purissimo distillato di inizio Novecento, stavolta a firma Jerry Roll Morton, the King of Ragtime. E tutto il disco procede così: tra astrazione ("Rue Jardinière") e tradizione ("Jive Five", dove il batterista Michael Grenier suona la trap case, come faceva Jo Jones nell'originale del 1939 firmato a quattro mani da Harry “Sweets” Edison e Count Basie), in un calibratissimo equilibrio , fluido e avventuroso, rigoroso e libero (gli enigmi della conclusiva "Black Drop"), matematico e poetico ("Il Gatto"), esatto ed eventuale. Oppure classico ed eccentrico ("Eccentric Rag"), a dimostrare una intesa che ha del telepatico tra tre musicisti che swingano divinamente senza cadere per nemmeno un nanosecondo nelle trappole della didascalia ed escono dai sentieri battuti appena ti distrai un momento, camaleontici, ispirati e controllatissimi.

Regalate The Pearls ai talebani del be bop, a chi è rimasto prigioniero delle dorate gabbie del Real Book, agli amici che dicono che il jazz non è divertente, alle morose che si lamentano della vostra musica malmostosa e introversa. C'è un mondo qui dentro, e là fuori, e per nostra e vostra fortuna, come dimostrano dischi come questo, il jazz è sempre in movimento, anche quando si volta verso il passato (se non lo fa come puro esercizio di bella calligrafia), per reinventare il proprio presente, e suggerire il suo stesso futuro.

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