Il pianoforte plastico di Alexander Hawkins

Iron into Wind (Pearls from an Elm) di Alexander Hawkins è il primo grande disco del 2019

Alexander Hawkins
Alexander Hawkins (foto di Emile Holba)
Disco
jazz
Alexander Hawkins
Iron into Wind (Pearls from an Elm)
Intakt
2019

Il primo grande disco del 2019. Ma probabilmente anche un disco che sfuggirà alla tirannia dell’attualità e diventerà un punto importante nella carriera del pianista inglese Alexander Hawkins, uno di quei musicisti sui quali ci si può sbilanciare in lodi, tanta è la stimolante ricchezza che infonde nelle proprie creazioni.

Nome ormai affermato nell’ambito del jazz e dell’improvvisazione europea (si muove con agilità tra Mulatu Astatke e Evan Parker), quello di Hawkins si cimenta qui con il piano solo – già affrontato nel 2013 una prima volta – su materiali elaborati originariamente in residenza a Civitella Ranieri, in Umbria.

Molti gli elementi che entrano a far parte di questo disco. Non poteva essere altrimenti con un artista come Hawkins per cui le influenze classico-novecentesche e quelle jazz dialogano con profondità. Come scrive Richard Williams nelle note di copertina (una volta tanto utili e precise, non solo esercizio di aggettivazione), due punti di riferimento sono Leoš Janáček e Mal Waldron.

Del primo (di cui Hawkins è un vero esperto) rileva il lavoro di rielaborazione iterativa di materiale folkorico, del secondo la proverbiale essenzialità del gesto pianistico. Con grande onestà lo stesso Hawkins ammette che la lezione di Waldron lo ha aiutato a concentrarsi sull’essenzialità, cosa non facile quando la tecnica ti consente di (e ti tenta a) fare più o meno quel che ti pare. 

È evidente sin dalle prime note di questo Iron into Wind (Pearls from an Elm), titolo preso da una descrizione del lavoro dello scultore Eduardo Chillida da parte dello scrittore Eduardo Galeano. Cellule motiviche dense che costruiscono insolite architetture, astrazioni tridimensionali sul cui sfondo aleggia lo spirito del blues, un’attenzione particolare alle risonanze e alla pregnanza timbrica, questo e molto altro contribuiscono a comporre un programma di dodici pezzi (tutti equilibratamente compresi tra i 4 e i 6 minuti) sorprendenti e intrisi di bellezza.

“Congregational” è un gioiello di scura ostinazione trasfigurata,  “Pleasant Constallation” elabora un frammento di “Fate in a Pleasant Mood” di Sun Ra, in pagine come “Tough Like Imagination” si apprezza un tocco di grande sensibilità. Ma sono solo esempi di un discorso musicale molto profondo, che salda senza segni di sutura l’eredità del Novecento, trovando una coerenza narrativa che si salda all’aspetto quasi scultoreo della ripetizione (in questo senso il riferimento a Chillida è più che una suggestione) e che restituisce un senso di bellezza stratificato e sempre pronto a disvelarsi.

Essenziale nella sua costruzione a arcate che evita il “catalogo” delle pur innumerevoli possibilità dell’Hawkins strumentista, un disco veramente eccellente.

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