I canti di battaglia degli Irreversible Entanglements

Future Present Past è il nuovo lavoro del quintetto statunitense

AC

27 marzo 2026 • 3 minuti di lettura

Future Present Past
Future Present Past

Irreversible Entanglements

Future Present Past

Impulse! 2026

Da queste parti gira voce che gli Irreversible Entanglements si siano “imborghesiti”, smerciando “jazz per indie-rockers”.

Il sospetto è che si tratti del tipico tic da puristi irritati dall’estensione del pubblico fuori dal recinto dell’ortodossia, dovuta nel caso specifico alla duttilità espressiva di Camae Ayewa, solista irrequieta nei panni di Moor Mother, e all’attitudine trasversale dell’International Anthem, etichetta di larghe vedute che aveva pubblicato i primi lavori del gruppo, dal 2023 alloggiato invece dentro “la casa costruita da Trane”.

Gli “irreversibili” si sono collocati così nel solco della “Great Black Music”, per usare l’espressione coniata dall’Art Ensemble of Chicago, fra gli ascendenti più evidenti del quintetto, che introducendo il nuovo album scrive: “Assumiamo in questa musica il ruolo di messaggeri, proseguendo la lunga marcia della tradizione nell’arco dell’universo”.

L’episodio che certifica quel mandato, “The Messenger” appunto, innesca un turbinio d’impronta “free” nel quale s’insinua la poetica della Madre Mora: “Questa non è solo musica, ma atmosfera su qualcos’altro, un mondo differente”. La consapevolezza scavalca dunque gli steccati del pentagramma per affrontare i dislivelli della Storia – ecco allora gli “schiavi fuggitivi” di “Panamanian Fight Song” – e percepire in lontananza “il ritmo di noi che marciamo verso la vittoria” di cui parla “The Spirit Moves”, avvolto da un’aura di minimalismo trascendente al crocevia fra Alice Coltrane e Don Cherry. Raccolta di – parole loro – “canti di battaglia”, Future Present Past è un manuale d’istruzioni nell’epoca della democrazia in crisi aperto da “Juntos Venceremos”: “Dobbiamo andare avanti, la libertà è dalla nostra parte”, recita il testo sulla cadenza ritmata dalle percussioni.

A pronunciare lo slogan a ripetizione è Helado Negro, ospite inatteso che compare anche all’epilogo, in “We Overcome”, quando il medesimo auspicio viene riaffermato in lingua spagnola sulla pulsazione di tamburi rituali, celebrando “la magia del mondo e della parola”. Ancora più rilevante, nell’economia dell’opera, è la presenza di Kyle Kidd, alias Motherboard, impegnata al microfono in metà delle dieci tracce: le sue acrobazie vocali contrappuntano il flusso spoken word sul dinamico swing di “We Know” e nei meandri oscuri di “Hold On”, preludio alla tensione generata da urla improvvise e barriti di sax in “Keep Going”, numero di scuola “davisiana” nelle svisate al piano elettrico. La si ascolta inoltre gorgheggiare nel controllato caos da composizione istantanea di “Vibrate Higher”, dove Ayewa affronta di petto l’attualità (“Non voglio la vostra guerra” e “La nostra pace ci terrà in vita”), e nell’esortazione a “non perdere la testa” e “lottare per la liberazione” contenuta nel brano che i volteggi dei fiati proiettano nell’orbita del jazz corale.

Registrato quasi interamente nel leggendario Van Gelder Studio, come il precedente Protect Your Light, il secondo disco “impulsivo” degli Irreversible Entanglements è animato da uno slancio spirituale e politico che il reverendo Jesse Jackson avrebbe apprezzato, mostrando una band in gran forma e niente affatto “imborghesita”.

Verifica dal vivo il Primo Maggio al Torino Jazz Festival.