Yuval Sharon: l'opera come opera aperta

Intervista al giovane regista americano, celebrità "non ortodossa" dell'opera internazionale dopo la regia del Lohengrin che ha aperto il Festival di Bayreuth

Yuval Sharon - Foto di John D. e Catherine T.
Yuval Sharon (foto di John D. e Catherine T.)
Articolo
classica

«Vedo l’opera come un genere audace e contemporaneo: come prima forma artistica interdisciplinare, l’opera è una piattaforma ideale per l’esplorazione del XXI secolo»: a dirlo è Yuval Sharon, regista americano d’opera dell’ultima generazione ma rapidamente affermatosi in alcune fra le maggiori scene europee.

È nato a Chicago nel 1979 ma sceglie la California già per i suoi studi a Berkley prima di stabilirsi a Los Angeles, il luogo dove si lancia in progetti di teatro musicale innovativi con la sua compagnia The Industry. In Europa si accorgono di lui per primi a Karlsruhe, dove lo chiamano nel 2013 per mettere in scena Doctor Atomic del connazionale John Adams, prima di coinvolgerlo nel progetto a sedici mani del wagneriano Ring des Nibelungen, nel quale a lui tocca la Walküre. Il magro curriculum wagneriano non scoraggia Katharina Wagner, che due anni fa lo chiama a salvare il Lohengrin che ha aperto la scorsa estate il Festival di Bayreuth dopo la rinuncia di Alvis Hermanis, l’occasione che lo fa conoscere al grande pubblico.

«Storicamente l’opera è stata accusata di coltivare un pubblico passivo. Io lo vedo piuttosto come un difetto critico delle produzioni d’opera» dice, e sul suo metodo di lavoro chiarisce: «Io cerco piuttosto di coltivare la curiosità del pubblico attraverso allestimenti che amplificano l’instabilità e la complessità dell’opera, e cercando di sorprendere per cercare sempre di evitare ciò che ci si aspetta». Per parlare di questo e delle sue recenti esperienze europee e di quelle che lo attendono nel prossimo futuro, abbiamo incontrato Yuval Sharon a Francoforte durante una pausa delle prove di Lost Highway, la sua ultima produzione, ancora una volta a cavallo fra America e Europa.

Yuval Sharon - Foto di John D. e Catherine T.
Yuval Sharon - Foto di John D. e Catherine T.

Nella stampa si sprecano le definizioni su di te e sul tuo lavoro: “il beniamino dell’opera d’avanguardia di Los Angeles”, “ingegnoso”, “virtuosistico”, “vertiginosamente spettacolare” e anocra “sbalorditivo” o magari “genio” come destinatario nella borsa di studio della MacArthur Foundation. Ma la più citata nelle tue biografie è quella del New York Times: “opera's disrupter in residence” (perturbatore dell’opera in residenza). È quella che ti descrive meglio?

«Preferisco quella del Los Angeles Times, il quotidiano della città dove vivo e che segue molti dei miei lavori, cioè “unorthodox”, non ortodosso, anticonvenzionale. Quello che davvero mi piace e che mi ha attratto verso il mondo dell’opera è la possibilità di esplorare un altro lato o un’altra versione di ciò che siamo».

«Non sono quel genere di regista del quale puoi vedere dieci spettacoli diversi avendo l’impressione che si somiglino tutti».

«Amo molto la musica contemporanea ma anche quei compositori che hanno avuto la capacità di indicare nuove possibilità di realizzazioni teatrali della musica, come Monteverdi o Wagner o altri. “Non ortodosso” mi si adatta: credo sia importante trovare per ogni nuovo progetto al quale lavoro, una sua propria definizione e sue proprie regole. In un certo senso il mio metodo di lavoro è opposto rispetto al mettere se stessi in scena utilizzando il pezzo che si rappresenta. Personalmente non sono quel genere di regista del quale puoi vedere dieci spettacoli diversi avendo l’impressione che si somiglino tutti».

Hai detto del tuo interesse per i compositori che hanno aperto nuove strade: verso dove sta andando l’opera oggi, a tuo avviso?

«Specialmente a Los Angeles il punto focale del mio lavoro è allestire pezzi inediti per sperimentare nuove modalità nella creazione ma anche nella fruizione delle opere. Sono esperimenti ed è davvero difficile dire quali rappresentano di più il futuro di questa forma d’arte. Io lavoro soprattutto sul potenziale che può esprimere l’opera e non tanto sulla creazione di pezzi inediti ma simili a quelli del passato per struttura e per le tecnologie impiegate nel presentarli. Ciò che mi interessa come regista è esplorare nuovi modi per raccontare una storia. Mi interessa espandere l’idea di ciò che è davvero un’opera fondendo forme artistiche diverse. Mi interessa sperimentare nuovi modi per fondere musica, testo e arti visive in un genere artistico originale. Mi interessa l’intersezione delle diverse arti e l’instabilità di quell’intersezione».

Come definiresti il tuo ruolo di regista d’opera?

«In Germania si ha spesso l’impressione che dai registi ci si aspetti un saggio sul pezzo rappresentato e qualcuno riesce a farlo in maniera davvero brillante. Dal mio punto di vista “americano”, il regista deve soprattutto creare le condizioni perché un certo lavoro scorra e il pubblico si formi una sua propria idea, mettendo insieme la molteplicità di tracce, di “segni” dello spettacolo al quale si assiste. Umberto Eco ha suggerito l’idea di “opera aperta”, cioè un’opera d’arte non è un’entità completa, non è finita in sé stessa, ma è qualcosa di aperto alle diverse interpretazioni, non soltanto dell’interprete ma anche di coloro cui l’opera è destinata, cioè al pubblico o ai lettori. È un’idea che coltivo da sempre e la mia riflessione costante è su come aprire quel mondo rappresentato da una certa opera».

«Umberto Eco ha suggerito l’idea di “opera aperta”. È un’idea che coltivo da sempre e la mia riflessione costante è su come aprire quel mondo rappresentato da una certa opera».

«Non è un lavoro facile perché si deve comunque essere specifici e fare delle scelte, e quando fai delle scelte elimini ovviamente molte possibilità. La sfida per un regista è essere più preciso possibile e allo stesso tempo lasciare spazio all’immaginazione e alla capacità dello spettatore di penetrare con la sua razionalità e la sua sensibilità nell’opera rappresentata».

Su un livello più pratico, come organizzi il tuo lavoro di regista?

«Direi in tre momenti: il primo è concettuale e consiste nel decidere il taglio che vuoi dare a una certa produzione. Più o meno come decidere il “brand”, il marchio di fabbrica, del tuo prodotto. C’è poi il momento pratico su chi coinvolgere e per cosa, ossia devi scegliere i collaboratori, devi decidere come organizzare il tempo destinato alle prove e così via. È un momento meno eccitante ma cruciale perché puoi avere il miglior concetto del mondo ma se non sei in grado di metterlo in pratica non vai da nessuna parte. Il terzo passaggio è rendere ogni collaboratore partecipe del progetto. Creare un flusso collaborativo lo considero l’aspetto più importante del mio lavoro di regista. Talvolta capita di dover rinunciare a certe idee, anche buone, perché quello del teatro è un mestiere basato sulla collaborazione di diverse componenti».

Fino a che punto sei disponibile a accettare il compromesso?

«Tendiamo sempre a pensare che un compromesso sia qualcosa di negativo o un sintomo di debolezza. Il teatro non è un romanzo o un quadro, dove l’unico limite è la capacità creativa dell’autore. Il teatro è fatto del lavoro di molte persone. I risultati dipendono dal punto di intersezione di una dimensione ideale e della realtà. Tutti vorremmo ispirare pensieri che vanno oltre le nostre vite ma è fondamentale restare agganciati al reale o tutto rischia di restare un’idea o di diventare opaco e di non arrivare al pubblico, fermandosi nelle intenzioni del creatore. La sfida per il regista è riuscire trovare un punto di equilibrio in elementi così instabili. Questo spiega perché l’opera è descritta spesso come genere sublime o ridicolo».

Da molti anni lavori fra America ed Europa. Ci sono differenze nel ruolo che si assegna all’opera in queste due realtà?

«Credo di sì. In America l’opera deve sempre lottare per la sua esistenza e il motivo è profondo, culturale: non è qualcosa di radicato nell’identità culturale com’è in Europa. Ovviamente trovare finanziamenti soprattutto attraverso canali istituzionali è molto complicato, ma l’aspetto positivo è che tali difficoltà hanno sviluppato un certo spirito imprenditoriale. Questo è possibile in America, mentre ho l’impressione che sia un po’ più complesso in Europa e paradossalmente perché l’opera è molto radicata: l’esistenza di molti teatri, molte strutture e molti finanziamenti pubblici finiscono per togliere spazio a iniziative private. Entrambi i sistemi hanno svantaggi e vantaggi ma mi sembra che America e Europa siano riluttanti a scambiarsi idee e condividere le esperienze migliori. Io stesso ho fondato una mia società per poter realizzare i miei progetti di teatro musicale contemporaneo».

La società di cui parli è The Industry, con cui hai a Los Angeles hai sviluppato progetti fortemente innovatori. Quali sono state le principali difficoltà a far partire questa iniziativa?

«L’aspetto più complesso è stato ovviamente quello di trovare dei finanziamenti ma anche capire di quante risorse avremmo avuto ragionevolmente bisogno. C’è voluto un gran lavoro sui finanziatori ma anche sugli artisti a fidarsi del progetto. La difficoltà ovviamente era anche maggiore perché proponevamo un progetto assolutamente innovativo. Ma il pubblico è arrivato immediatamente e abbiamo avuto il tutto esaurito da subito, fin dal nostro primissimo progetto».

Pensi che Los Angeles sia un posto speciale per questo tipo di proposte?

«È un posto molto speciale perché, rispetto a New York, c’è un’autentica fame per cose che siano davvero diverse e non tradizionali. C’è forte il senso dell’esplorazione e della scoperta. La scena artistica si sta sviluppando rapidamente. Inoltre a Los Angeles c’è un certo numero di università che formano cantanti: fino a poco tempo fa tutti pensavano di studiare a Los Angeles ma poi di andare a cercarsi lavoro a New York. Ora le cose stanno cambiando e si comincia a restare a Los Angeles anche dopo aver completato la formazione. Ora ci sono talenti, c’è entusiasmo, c’è il senso che si possa davvero realizzare qualcosa».

Pensi che i progetti che hai sviluppato con The Industry potrebbero funzionare anche altrove?

«Potrebbero, credo, ma per ora non è ancora successo. Per esempio, Invisible cities dal romanzo di Italo Calvino è nato alla Union Station ma si potrebbe realizzarlo anche in altre stazioni, magari in Italia per il legame con Calvino. Più complesso sarebbe rifare Hopscotch, un’opera “mobile” per 24 automobili, con il pubblico trasportato da limousine in diverse locations dal Bradbury Building, al Los Angeles River ai loft della Toy Factory. Temo però sia davvero molto specifica per Los Angeles e non sono sicuro funzionerebbe a Roma con pubblico e interpreti in Vespa, o magari a Venezia in gondole o barche in movimento! Il vero problema è che questi lavori non si possono rimontare in un altro teatro con poche prove come nelle coproduzioni. Qui si tratta di ripensare al progetto per un luogo diverso e di ripetere le diverse fasi per farlo funzionare nel nuovo sito. L’aspetto interessante è che tutti i nostri lavori con The Industry hanno attratto amanti dell’opera così come chi l’opera non sapeva cosa fosse. E questo significa che l’opera è ancora rilevante quando riesce a stabilire un dialogo con l’ambiente e con il tempo nel quale viviamo. Credo sia questa la lezione più interessante di The Industry».

Pensi anche a progetti più classici con The Industry?

«Tipo La traviata in una stazione ferroviaria? No, The Industry occupa un posto molto peculiare nel mondo dell’opera che non credo valga la pena fare qualcosa che già molti altri fanno. In Europa si tende a fare spesso questo tipo di operazione, cioè di attualizzare un soggetto classico creando un effetto shock nel pubblico. Malgrado la definizione di “opera’s disrupter”, non amo quel genere di operazione. A me piace piuttosto sedurre il pubblico lavorando su una certa opera, magari mettendo in evidenza aspetti nascosti. Personalmente trovo questo approccio più sovversivo. Lohengrin è un esempio di come un pezzo può essere una favola e una critica sociale allo stesso tempo».

Pensi che il Lohengrin che hai diretto a Bayreuth sia riuscito in questo senso?

«Diciamo che il mio obiettivo era quello ma le settimane di prove non sono state moltissime. Ci sono stati molti vincoli ma ho anche avuto molto sostegno. È stata un’esperienza davvero sorprendente! La cosa positiva di Bayreuth è che puoi tornare sulla tua produzione per molti anni successivi e cambiare quello che non ha funzionato».

E il risultato dopo il primo anno ti ha soddisfatto?

«Credo di essere riuscito a dare il senso di un viaggio nella transizione dal primo al terzo atto, quest’ultimo piuttosto diverso dall’inizio. E questo è molto wagneriano».

Cosa cambieresti?

«Renderei più chiari certi passaggi che forse risultavano oscuri al pubblico. Molti critici hanno sottolineato che il mio Lohengrin riguardava il processo di liberazione di Elsa e hanno definito questa produzione molto “femminista”. Bene, ma per me si trattava piuttosto di un processo di affermazione di un libero pensiero individuale, certamente di una donna che si libera dal peso oppressivo del suo ambiente autoritario o dalle convenzioni sociali, ma potrebbe essere lo stesso anche per un uomo o anche per chi sta in mezzo fra i due».

Nelle letture tradizionali Lohengrin è un simbolo di libertà e di purezza, mentre il tuo cavaliere è un debole e il ruolo del liberatore sembra piuttosto estraneo. Nel primo atto si direbbe quasi il personaggio di un fumetto.

«Davvero? Credo che il mio Lohengrin fosse invece un personaggio positivo. Va detto che Neo Rauch e Rosa Loy, che hanno sviluppato la parte visiva dello spettacolo, hanno insistito molto sulla dimensione irrazionale e favolistica. L’idea mi è piaciuta e l’ho sviluppata. Se ti piace, chiamala pure fumetto. Il breve combattimento “aereo” fra Lohengrin e Telramund, o delle loro versioni infantili, aveva esattamente il valore del sogno o dell’irrazionale. Anche l’uomo verde che accompagna Elsa alla fine dell’opera è un altro esempio dell’irrazionale che appare proprio quando tutto sembra essere stato risolto con mezzi razionali».

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