Sotto palco con i C’Mon Tigre

Intervista alla (misteriosa) band, in attesa di vederla dal vivo a Jazz Is Dead 2023, a Torino

C’Mon Tigre
Articolo
pop

Quando si sentì la prima volta parlare dei C’Mon Tigre (era la fine del 2014 quando usciva l’album di debutto) il gruppo era avvolto da una nube di mistero. La cartella stampa era poverissima; e non citava, volutamente, né i nomi dei componenti del gruppo, né il loro numero, e tanto meno la loro provenienza.

La musica – stupenda – che si sentiva in quell’esordio omonimo aveva poi tanti di quei riferimenti culturali da rendere impossibile identificarne con certezza l’origine: c’era una componente mediterranea evidente, ma mischiata con influenze arabeggianti, balcaniche e orientali, per cui aiutava fino a un certo punto.

Non parliamo poi delle altre correnti stilistiche del disco (il funk, l’afrobeat, l’indie, il jazz o addirittura la musica contemporanea, e un gusto particolare per le ritmiche intricate), che lo rendevano tanto indecifrabile quanto straordinariamente affascinante, nell’essere simile a tutto ma uguale solo a se stesso.

Nel 2023, i C’Mon Tigre hanno alle spalle altri due album: Racines (2019), che introduceva nel loro sound un mood più clubbista con un aumento della componente elettronica e un beat più dritto, e Scenario (2022), di cui vi abbiamo già parlato su queste pagine, e che espandeva ulteriormente il loro spettro sonoro. Col tempo, si è capito che le menti dietro a questo progetto sono due italiani di Ancona che vivono a Bologna (ma dei quali non riveleremo l’identità, in continuità con la riservatezza della band), che si circondano di volta in volta di musicisti eccelsi e funzionali alla musica.

Uno degli aspetti cruciali della band è che le incisioni musicali sono solo una componente della loro cifra artistica. Un aspetto altrettanto decisivo per i C’Mon Tigre è ad esempio la componente grafica, e basta dare un’occhiata alle edizioni in vinile dei loro album per rendersene conto: sono un vero spettacolo per gli occhi, che si integra peraltro perfettamente con la musica (e questo è un reale motivo per mettere le mani sul formato fisico di questi dischi).

C'Mon Tigre Scenario

Un altro aspetto importante è poi il live: in questi dieci anni il gruppo ha avuto modo di farsi conoscere in diversi tour, e anche dal vivo sono qualcosa di eccezionale (garantito: chi scrive li ha visti quattro volte!).

A fine mese la band riparte per una serie di concerti, il primo dei quali sarà a Torino nell’ambito di quella meraviglia che è il festival Jazz Is Dead, e pertanto il consiglio è di cercare di non perderli per nessun motivo.

Proprio per introdurre il lettore all’esperienza del concerto, abbiamo svolto questa breve intervista soprattutto in funzione dell’evento live…

– Leggi anche: Jazz Is Dead 2023. Chi sei?

Quando è nato il progetto C’Mon Tigre, pensavate di più a un modo per realizzare e far conoscere la vostra musica, o a un veicolo per la performance live?

«Ci chiedi una cosa a cui non riusciamo a rispondere, credo nessuna delle due. Ci trovavamo a vivere un periodo in cui la musica aveva un ricordo faticoso, in qualche modo nessuno voleva rimettersi a fare chilometri in strada».

«Avevamo delle idee, avevamo voglia di scrivere musica di nuovo, ma solo per il gusto di farlo. È stato solo quando abbiamo percepito che era giusto rendere pubblico quello che avevamo fatto che abbiamo cominciato a pensare al resto».

Cmon tigre

Il vostro sound è molto articolato e soggetto a influenze di varia provenienza; il processo creativo è più complesso quando componete, o quando dovete trasferire le canzoni nella dimensione del concerto?

«Entrambe le cose non sono una passeggiata, dedichiamo alla scrittura dei brani molto tempo, tutto il tempo che abbiamo a disposizione, dipende dalla fortuna di riuscire a tradurre in musica i pensieri, a volte è tutto molto diretto, a volte non ci si avvicina neanche un po’ e si ricomincia da capo. Può essere elettrizzante ma anche avvilente. La trasposizione performativa da palco dura meno, è sicuramente più leggero come momento». 

Ho sentito dire, da persone che (evidentemente) non vi hanno mai visti suonare, che pensavano che il vostro fosse fondamentalmente un set elettronico. Invece non so neanche se ne fate uso o meno… forse una minima parte?

«Ne usiamo, sì, ma in minima parte, più in studio che sul palco. Ci piace come contaminazione, alcuni brani si fondano sull’elettronica come quello in cui ha suonato Colin Stetson [il pezzo “Sleeping Beauties” che chiude Scenario], che appunto non abbiamo ancora mai portato dal vivo, per una scelta di mantenere il set più umano possibile».

L’ultimo vostro live che ho visto è stato quasi un anno fa a Paestum, in cui eravate molto numerosi e c’era una quantità impressionante di strumenti sul palco (che però era grandissimo). Avete la flessibilità di organizzare il live a seconda della venue e dello spazio a disposizione?

«La flessibilità non è esattamente una delle nostre qualità più spiccate… siamo sempre propensi a complicarci la vita. Ci prendiamo tutto lo spazio possibile per riempirlo di strumenti ingombranti, una scelta anacronistica senza dubbio. Ci è capitato di suonare anche in trio, in quartetto, in quintetto, riducendo il numero di elementi, ma era sempre finalizzato al tipo di concerto e non allo spazio a disposizione».

Come selezionate il repertorio da suonare dal vivo? Ci dobbiamo aspettare un focus sull’ultimo disco, o sarà una carrellata su tutta la vostra produzione? La scaletta cambia molto da un live all’altro?

«Sarà un concerto focalizzato sull’ultimo album, con una manciata di vecchi brani». 

Vi cimentate mai con delle cover?

«Ci abbiamo provato, senza arrivare da nessuna parte… ma ci sono diversi brani di altri che ci piacerebbe suonare, chissà se in futuro riusciremo a farlo».

«Cerchiamo di concentrarci sulle nostre cose, ci diverte molto di più».

Considerando i featuring molto illustri dell’ultimo disco, come sopperite alla loro inevitabile assenza dalle vostre performance?

«Nessun problema insormontabile, si riscrivono le parti che mancano trasponendole per altri strumenti, e inevitabilmente affidandoci alla sensibilità di chi le suona dal vivo. Per le voci è più complicato, a volte si riesce, a volte si tolgono alcune parti».

Avete un modello di esibizione live che usate come riferimento, o non ci pensate e vi concentrate sul vostro stile?

«Cerchiamo di concentrarci sulle nostre cose, ci diverte molto di più».

E allora tutti sotto il palco, a breve: divertimento garantito!

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