Premio Tenco, la scomunica della famiglia tra Sanremo e Achille Lauro

La famiglia Tenco si dissocia dal Premio Tenco 2019 parlando di «circo-spettacolo»: una riflessione, oltre al tifo

Premio Tenco - famiglia Tenco - achille Lauro
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Non c’è pace per il Premio Tenco: le polemiche di un paio di anni fa, con le dimissioni in blocco dal Club Tenco di un gruppo di “dissidenti” contro le scelte dell’attuale direzione sembravano appena essersi raffreddate, quando arriva la notizia che la famiglia Tenco si dissocia dal Tenco 2019.

Il programma del Premio Tenco 2019

Riportiamo per intero il comunicato, diffuso attraverso i social network e già rilanciato da molti, con la prevedibile messe di commenti pro o contro.

In riferimento alle segnalazioni ricevute nei giorni passati e alle informazioni raccolte, a malincuore ci troviamo a dover esternare il nostro dissenso su parte dei significati della prossima edizione del Premio Tenco che ci obbligano a dissociarci dall'organizzazione del "Tenco 2019". 

L'accostamento del Premio Tenco, anche attraverso il titolo di questa edizione “Dove vola la colomba bianca”, ad altri festival musicali che nella maggior parte dei casi hanno interessi commerciali rappresenta uno snaturamento inconcepibile ed in contrasto con le ragioni per le quali fu istituito. La distorsione della storia del “cantautorato” diffusa addirittura da chi dovrebbe rappresentare il “Tenco 2019” evidenzia interessi ben lontani da quelli perseguiti per decenni dal Premio Tenco. La partecipazione di artisti ospiti che “non conoscono il mondo dei Cantautori”, specialmente qualora venissero incaricati di interpretare la sigla di apertura della rassegna, appare come una forma di pubblicità per costoro e fa perdere la storica funzione di riconoscimento culturale per coloro che invece creano canzoni di spessore. L'organizzazione degli eventi collaterali che nulla hanno a che fare con il mondo della canzone d'autore, ma che sfruttano il nome Tenco per dare risalto a momenti dedicati all’ “AperiTenco” o alla “MovidaTenco”, tende a trasformare l'importante significato del Premio Tenco in un banale circo-spettacolo in cui tentano di trovare visibilità quelle persone e quelle aziende appartenenti a mondi piuttosto lontani da quello della canzone. 

Sorvolando per ora su altri dettagli che intossicano la bontà del Premio Tenco, riteniamo che questa edizione, così come è stata presentata, non possa rappresentare pienamente i sani valori e gli importanti obiettivi per cui fu creato e poiché tutto ciò sta accadendo in un momento di transizione per questo Club, che sta operando in un periodo di non autorizzato utilizzo del nome Tenco per avvenuto decadimento dell'atto di delega, non possiamo nascondere il nostro grande dispiacere ma soprattutto la nostra enorme preoccupazione per l’indirizzo commerciale e pubblicitario, a discapito dei valori storici, che questo “Tenco 2019” sta inseguendo. 

Crediamo quindi assolutamente necessario che venga immediatamente ritrovata l’identità culturale che in passato ha contraddistinto il Premio Tenco da tutte le altre manifestazioni musicali e auspichiamo che venga recuperata la funzione originale di ricerca e scoperta di talentuosi cantautori, filosofia abbracciata da numerosi prestigiosi artisti alcuni dei quali sono presenti anche in questa edizione, in rispetto dei sacrifici di tutte quelle persone che hanno capito e poi diffuso gli alti valori umani e sociali per cui si batteva Luigi Tenco. 

Famiglia Tenco

È un comunicato aspro, soprattutto in quel riferimento al «circo-spettacolo», e che non ha precedenti nella storia del Club Tenco. Da studioso di popular music, mi sembra possa essere interessante analizzarlo con attenzione, evitando le reazioni di pancia e andando nel profondo di alcune argomentazioni; soprattutto perché tali argomentazioni rispecchiano in pieno quelle che molti usano per parlare del Tenco e della canzone d’autore in generale, e dunque riguardano – più in generale – come pensiamo e valutiamo la nostra canzone.

È necessario fare due premesse, per sgombrare il campo da equivoci. 

La prima è che la famiglia Tenco ha il diritto assoluto di fare ciò che ritiene giusto, soprattutto contestare o disconoscere un Club che fa un uso commerciale del proprio nome (e, ci tengo a precisarlo, l’uso “commerciale” del nome Tenco è tale da quanto esiste un organismo che organizza eventi in nome di Tenco – il resto è una questione di quali eventi si organizzano e come, e su questo si è generata la rottura). 

La seconda è che – proprio perché la famiglia Tenco ha il sacrosanto diritto di agire come meglio ritiene – non intendo schierarmi né a favore né contro la sua presa di posizione. In faccende di questo genere dati personali e narrazioni storiche si intersecano inscindibilmente; i conflitti di interesse sono incrociati, e spesso irrisolvibili: chi mi conosce (e gli altri lettori perdoneranno la parentesi biografica, funzionale alla riflessione) sa che ho partecipato al Premio Tenco come musicista, come giornalista e come studioso, pur – come è naturale – non condividendone spesso le scelte. Dunque, non mi sembra intellettualmente onesto iscriversi nel partito dei favorevoli o dei contrari. Se i social ci hanno disabituato a un vero dibattito fatto di posizioni sfumate e non di opposizioni bianco/nero, forse è il caso di cominciare a riabituarsi e prendersi la responsabilità di argomentare a fondo.

Se i social ci hanno disabituato a un vero dibattito fatto di posizioni sfumate e non di opposizioni bianco/nero, forse è il caso di cominciare a riabituarsi e prendersi la responsabilità di argomentare a fondo.

Le ragioni dietro la “scomunica” della famiglia Tenco, a voler riassumere, sono sostanzialmente tre.

1. «L'accostamento del Premio Tenco, anche attraverso il titolo di questa edizione “Dove vola la colomba bianca”, ad altri festival musicali che nella maggior parte dei casi hanno interessi commerciali» e che rappresenterebbe una «distorsione della storia del “cantautorato”». Ovvero, il timore che il Premio Tenco si stia “sanremizzando”, inseguendo il più noto e ricco fratello sul suo stesso terreno.

2. «La partecipazione di artisti ospiti che “non conoscono il mondo dei Cantautori”, specialmente qualora venissero incaricati di interpretare la sigla di apertura della rassegna». Ovvero, l’invito ad Achille Lauro, che dovrebbe cantare proprio “Lontano lontano”, sigla del Tenco da sempre.

3. «L'organizzazione degli eventi collaterali che nulla hanno a che fare con il mondo della canzone d'autore, ma che sfruttano il nome Tenco per dare risalto a momenti dedicati all’“AperiTenco” o alla “MovidaTenco”». Ovvero, un certo stile di comunicazione e di mercificazione.

Possiamo sorvolare sul terzo punto. Anche io – se esistesse un Premio Tomatis – mi indignerei a leggere di un AperiTomatis. Ed è tra l'altro un modo, mi sembra, non troppo furbo di fare politiche culturali proprio perché vuole essere smart a tutti i costi, oltretutto non comprendendo bene qual è il target del brand Tenco, a voler usare le orride categorie del marketing.

Premio Tenco - famiglia Tenco - achille Lauro
Una foto iconica del "Tenco di una volta"

Il primo e il secondo punto sono più complessi, e meritano una riflessione più approfondita. 

Le accuse di “vendersi” per inseguire il mercato e Sanremo toccano da anni il Tenco. Si sono riproposte nelle ultime edizioni ad esempio in occasione dell’assegnazione del Premio Tenco a Luciano Ligabue nel 2011, o a Zucchero nel 2018, o della partecipazione di musicisti ritenuti non in linea con il carattere “artistico” della manifestazione – ad esempio, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro nel 2017.

La storia del Tenco ci insegna che la prima idea di un Premio Tenco fu concepita da Amilcare Rambaldi come serata nell’ambito del Festival di Sanremo. Operazione che non fu possibile portare a termine per ragioni contingenti, e che di lì a poco sarebbe diventata impraticabile, anche per le posizioni ideologiche che la neonata categoria di canzone d’autore stava assumendo in quel momento (siamo nei primi anni Settanta). È solo una delle molte sliding doors nella vicenda del Club. La Rassegna del Club Tenco, fin dalla prima edizione del 1974, finì così per essere uno spazio costruito in aperta opposizione al Festival, a partire dal regolamento e dalle modalità di messa in scena: più tempo ai musicisti in luogo del singolo brano, nessuna gara invece del concorso… Uno spazio alternativo, insomma.

La storia del Tenco ci insegna anche che l’accusa di essersi (s)venduti alla musica commerciale ha portato negli anni all’esclusione di musicisti che – con il senno di poi – sono stati reincorporati in un canone “alto” della canzone italiana, su tutti Lucio Battisti. In realtà, l’intera idea del Tenco come spazio anticommerciale andrebbe ripensata e superata. I cantautori italiani che hanno fatto la storia del Tenco non autoproducevano i loro dischi per oscure etichette underground, ma pubblicavano (e in parte pubblicano) con le maggiori etichette italiane e multinazionali. Spesso la loro partecipazione alla Rassegna era concordata dall’organizzazione direttamente con gli uffici stampa di tali etichette, come parte – talvolta – di più ampi tour promozionali. Tutta la popular music è prodotta e fruita all’interno del sistema di mercato, e non c’è da indignarsi per questo (a meno che non ci si voglia indignare per come funziona il capitalismo – cosa che sarebbe certo legittima, ma che ci porterebbe a divagare). 

Molti discorsi sulla canzone dagli anni Settanta fino a oggi si costruiscono su due idee forti, quasi dei dogmi.

Per allargare ulteriormente lo sguardo, il problema – mi sembra – è che molti discorsi sulla canzone dagli anni Settanta fino a oggi si costruiscono su almeno tre idee forti strettamente connesse tra loro, quasi dei dogmi – ovvero delle regole talmente assodate da non poter quasi essere messe in discussione.

La prima è – appunto – l'idea dell'anticommercialità. La seconda è che la canzone dei cantautori – di chi interpreta e porta in scena se stesso – sia necessariamente migliore di quella fatta dagli autori e dai cantanti di professione. La terza è che le canzoni debbano per forza veicolare un certo tipo di contenuti – essere «di spessore» – per essere belle. “Vola colomba” è un pezzo bellissimo, scritto benissimo, cantato benissimo (almeno nella versione di Nilla Pizzi) che ha emozionato milioni di italiani e che è sopravvissuto al giudizio del tempo molto meglio di tanti brani dei cantautori. Abbiamo – oggi, nel 2019 – il coraggio di dirlo? O dobbiamo continuare a rispondere a estetiche della canzone che avevano senso in un certo contesto politico e culturale?

Achille Lauro forse non conosce il mondo dei cantautori ma è probabilmente uno degli autori più interessanti usciti in Italia negli ultimi anni.

E si arriva al secondo punto. Achille Lauro forse non conosce il mondo dei cantautori (ma ne dubito, ad ascoltare con attenzione i suoi pezzi) ma è probabilmente – piaccia o meno – uno degli autori più interessanti usciti in Italia negli ultimi anni. Veicola un immaginario potente, racconta storie personali con uno stile altrettanto personale e non derivativo (e non è forse questa la definizione di autore?). Propone persino storie venate di un realismo perturbante, problematico, a tratti malinconico, come molti cantautori facevano e fanno. Solo che lo fa con un linguaggio verbale e musicale diverso, legato tanto agli stilemi del rap e della trap quanto (nell’ultimo disco) a una rilettura nostalgica e ironica del rock più classico. Ma perché il realismo deve andare bene solo se a farlo sono dei tizi con la chitarra acustica e senza tatuaggi in faccia? 

Achille Lauro al Tenco
Achille Lauro

Le canzoni di Achille Lauro sono perturbanti, ok, perché fanno a pugni con quella che è l’estetica della canzone d’autore intesa in senso più classico, e perché sembrano promuovere modelli incompatibili con una certa idea del cantautore. Ma perché questo dev’essere un male? Possiamo accettare che esistono l’una e l’altra cosa, e decidere serenamente che cosa vogliamo ascoltare senza sostenere che una va bene e l’altra no?

La domanda non è retorica, e purtroppo non si risolve dicendo «Ok, ma non al Tenco».

Il Club Tenco è da sempre diviso tra due interpretazioni differenti su che cosa sia la “canzone d’autore” e che cosa debba fare il Premio per promuoverla.

Il Club Tenco è da sempre diviso tra due interpretazioni differenti su che cosa sia la “canzone d’autore” e che cosa debba fare il Premio per promuoverla. Lasciamo da parte le argomentazioni sul fronte più strettamente di marketing e di politiche "culturali" (il terzo punto di cui sopra). Sul fronte delle interpretazioni della canzone d'autore, le posizioni – anche per rapporti interni complessi, difficili da decifrare da fuori – sembrano polarizzarsi in un modo eccessivo e sbagliato. 

Da un lato c’è l’idea di un «cantautorato» storico che fornisce il modello ineludibile e che deve essere preservato e promosso. D’altro canto, quella stessa idea di canzone d’autore fu importante, e ha creato una storia e una tradizione, proprio perché ha saputo rompere con le convenzioni della canzone italiana precedente, spesso in modo aspro e per nulla accomodante. Non dovrebbe un Premio che si occupa di questo riservare attenzione a fenomeni che evidentemente stanno facendo la stessa cosa, pur in diverso momento storico e culturale?

Ancora, la domanda non è retorica. E – soprattutto – non è un aut aut. La scelta non è più – se mai lo è stata – tra apocalittici e integrati, tra bene e male, tra giusto e sbagliato. E l’errore più grande che possiamo fare, e il torto più grande alla storia di un’istituzione come il Club Tenco, è pensare che sia così.

La scelta non è più – se mai lo è stata – tra apocalittici e integrati, tra bene e male, tra giusto e sbagliato. E l’errore più grande che possiamo fare, e il torto più grande alla storia di un’istituzione come il Club Tenco, è pensare che sia così.

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