Anna Leonardi racconta il suo Ravenna Festival
Intervista alla direttrice artistica che da quest’anno affianca Angelo Nicastro alla guida del festival al via il 21 maggio con Anne-Sophie Mutter
05 maggio 2026 • 6 minuti di lettura
Dopo le anteprime annunciate alla fine dello scorso anno e la presentazione del cartellone completo ideato per questo 2026, Ravenna Festival si appresta ad avviare ufficialmente la sua 37a edizione il prossimo 21 maggio con un concerto che vede come solista Anne-Sophie Mutter diretta da Vasily Petrenko alla guida della Royal Philharmonic Orchestra.
Per un approfondimento del programma che si snoda fino all’11 luglio con oltre 100 alzate di sipario e più di mille artisti coinvolti abbiamo rivolto qualche domanda ad Anna Leonardi, musicista e manager culturale – tra le altre cose, nel 2022 e 2023 ha collaborato con il Festival Milano Musica e sempre nel 2023 è stata scelta come direttrice editoriale di SZ Sugar – da quest’anno nuova direttrice artistica di Ravenna Festival al fianco di Angelo Nicastro.
Ravenna Festival 2026 si aprirà il 21 maggio con il ritorno di una grande artista come Anne-Sophie Mutter, primo di oltre 100 appuntamenti che accompagneranno il pubblico fino a luglio: qual è il filo conduttore di questa edizione?
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«La figura umana e universale di Francesco, che quest’anno rappresenta l’immagine guida della programmazione del festival, ha aperto la strada a infinite tematiche e percorsi di riflessione. A partire dall’approfondimento sonoro e culturale del lavoro umano, sia nella sua dimensione artigianale che intellettuale, fino al dialogo con la natura che ci aiuta a indagare il rapporto tra l’uomo e l’universo a cui appartiene. Da maggio a luglio, con il ritorno della Mutter e l’arrivo di tanti altri grandi protagonisti, Ravenna sarà il crocevia in cui si intrecceranno percorsi di artisti di ogni provenienza. Vivremo spettacoli sulla confluenza e la convivenza di culture diverse, progetti di residenza artistica e in generale una programmazione in cui la musica e le arti sono intese innanzitutto come strumento di incontro tra le persone. È vero, ci saranno più di 100 spettacoli, momenti di incontro e percorsi pensati con la speranza che, al termine di una programmazione così corposa, chi ci ha seguito possa aver ricevuto una visione multiforme, ampia e coerente della cultura e delle sensibilità che animano il nostro presente».
Un'iniziativa che porta fin dall'inizio la sua firma è Cantare amantis est, previsto per i prossimi 1 e 2 giugno e che per il secondo anno vede protagonista Riccardo Muti richiamando a Ravenna cori e coristi da tutt’Italia. Qual è il valore artistico e culturale di questa iniziativa? E come trova quest'anno una declinazione nuova rispetto ad un evento che, per il riscontro che ha avuto, poteva apparire unico e irripetibile?
«Cantare Amantis Est è stata una vera rivelazione per tutti noi. La possibilità di assistere e partecipare all’incontro di migliaia di persone con età, provenienze, professioni, prospettive diverse, tutte unite dalla voglia di cantare Giuseppe Verdi insieme a Riccardo Muti. La concretizzazione dell’accordarsi, come aspirazione a un’unità più alta che ci accomuna tutti quanti nella musica, è stata un’esperienza indimenticabile. Replicare questa situazione, dimostrare che si è trattato di un evento straordinario ma non irripetibile, significa proprio dire che l’armonia tra le persone, l’incontro e l’unità tra le differenze, non è un miraggio, un’isola irraggiungibile o un’utopia irrealizzabile. Ma è, al contrario, una dimensione raggiungibile, vera. È un’aspirazione che l’essere umano porta dentro di sé ma per la quale è necessario creare i presupposti, le condizioni. Cantare Amantis Est è il messaggio che tutti insieme lanciamo al mondo per dire che la pace, la convivenza armoniosa, sono possibili. E la musica ci suggerisce questa strada. Sta a noi percorrerla».
Un nuovo tratto distintivo del Festival sono le residenze…
«Sì, nella convinzione che un artista che viene al Festival non rappresenti solo un passaggio occasionale, e che a sua volta il festival non significhi solamente un palco su cui esibirsi. Un artista porta con sé tutto il proprio bagaglio umano e artistico. Al tempo stesso il Ravenna Festival rappresenta un’eredità culturale profonda e un territorio pieno di storia e sfaccettature artistiche. Le residenze permettono a territorio e artisti di incontrarsi con una capillarità e un dialogo molto più radicali e interessanti. Il Festival deve essere lo strumento per questo incontro, l’occasione per chi arriva e per chi ospita di intrecciare le proprie storie e di tracciare insieme una idea sempre nuova e attuale di comunità. Il pianista Filippo Gorini ha fatto dei progetti di residenza una delle sue caratteristiche fondamentali, attraverso concerti su palcoscenici e in RSA, incontri con i ragazzi delle scuole e masterclass; Vikra è un giovane coro italo/sloveno diretto da Petra Grassi che si alternerà tra esecuzioni concertistiche con prime assolute e liturgie sacre; la residenza di Giovanna Baviera, gambista e cantante, sarà l’occasione di incontro tra artisti e generi diversi: la narrativa di Matteo Cavezzali e la sfera giuridica legata ai diritti civili e sociali dell’Avvocata Cathy La Torre. Si tratta di residenze differenti, ognuna con caratteristiche e peculiarità proprie, attraverso le quali vogliamo raggiungere il territorio al di fuori delle sale da concerto e alimentare dibattiti, riflessioni e condivisione».
Come ormai tradizione rispetto alla lunga storia di Ravenna Festival, anche il cartellone 2026 appare stilisticamente plurale, mischiando generei e stili musicali: quali sono quest'anno gli appuntamenti più significativi in ambito jazz e popular?
«Ravenna Festival 2026 sarà l’occasione per assistere ad eventi straordinari anche nell’ambito del Jazz, della Techno, del Fado, dello Swing, del Pop, del Rap, con appuntamenti che includono artisti internazionali e artisti emergenti. Alcuni tra i nomi più importanti in programma sono la star della Techno Jeff Mills, Stefano Bollani in una serata di All Stars del Jazz, Dulce Pontes in prima italiana, Paolo Fresu in un programma condiviso con la poetessa Mariangela Gualtieri, insieme a serate interamente dedicate allo Swing con Big Band internazionali, al Rap e al Pop con Emma Nolde. Il dialogo tra i generi resta la caratteristica fondante del Festival, e il ventaglio così ampio di proposte è parte del tentativo di raggiungere e far avvicinare quanti più linguaggi possibili tra quelli che animano il nostro tempo».
Un altro elemento constante di Ravenna Festival è la danza: come viene declinata quest'anno questa parte di programma?
«Il percorso nella danza di quest’anno sarà incentrato sul corpo come rappresentazione concreta, tangibile e “umana“ dello stare al mondo. Il corpo che, in questo periodo storico, viene brutalizzato da guerre, fame, carestie, da accoglienze negate, viaggi di disperazione, da bombe e da prevaricazioni. Cosa vuole dirci oggi il nostro corpo? Quanto esso è ancora parte della natura e quanto conserva della sua appartenenza originaria? Nel progetto Murmuration i corpi diventano sciami, stormi che tracciano figure unitarie, nell’impossibilità di scindere il singolo dalla collettività; nello spettacolo di Joann Bourgeois, il circo del corpo sospende i danzatori in un tempo e uno spazio indefiniti, alla ricerca di un equilibrio con se stessi e con il mondo; Sergio Bernal porterà invece una visione classica del corpo, con le sue definizioni, le sue linee e il rigore che aspira a un Bello ideale».
Lei condivide la direzione artistica con Angelo Nicastro che rappresenta, in un certo senso, la memoria storica del festival: come si è sviluppato il vostro lavoro "a quattro mani" e come descrive la sua personale visione del futuro di Ravenna Festival?
«L’incontro con Angelo è stato felice e gratificante, tanto dal punto di vista culturale quanto da quello umano. Confrontarsi con la sua idea di musica e di spiritualità è sempre l’occasione di un vero approfondimento personale. Insieme abbiamo proposto letture diverse per esempio della figura di Francesco, scambiandoci opinioni e visioni. Il programma che ne è scaturito vuole proprio rappresentare la ricchezza di questa molteplicità di punti di osservazione, da parte di due persone che portano con sé esperienze e prospettive diverse e complementari. Il mio punto di vista sul futuro del Festival è in linea con la molteplicità culturale che da sempre ne è stata la caratteristica più evidente. “La molteplicità nell’unità”, con questo motto Cristina Mazzavillani mi ha da sempre indicato le origini più profonde del Festival. E credo che nelle sue origini ci sia la chiave del futuro del Festival: intercettare i linguaggi che cambiano; fiutare le trasformazioni, anticiparle quando si riesce, rappresentarle il più possibile; ascoltare le necessità dei giovani, accogliere le loro criticità, creare spazi per le loro espressioni; essere il punto di incontro tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. È una missione culturale ampia e ardua che è quasi impossibile realizzare da soli. Per questo esiste Ravenna Festival».
Tutte le informazioni sul Ravenna Festival 2026 si possono trovare qui.