Vanessa di Samuel Barber inaugura il Festival dei Due Mondi

Il festival spoletino torna alle sue radici riportando sul palcoscenico quest’opera dopo sessantacinque anni

MM

01 luglio 2026 • 4 minuti di lettura

BARBER, VANESSA (@OPERA STUDIO FABRIZIO SANSONI)
BARBER, VANESSA (@OPERA STUDIO FABRIZIO SANSONI)

Teatro Nuovo, Spoleto

Vanessa

26/06/2026 - 28/06/2026

Il Festival dei Due Mondi si è inaugurato ritornando alle sue sue radici, come suggerisce anche il titolo di questa sua sessantanovesima edizione, che è appunto “Radici”. È stata infatti rappresentata Vanessa, che aveva avuto la sua prima italiana a Spoleto nel 1961, nell’ambito della quarta edizione del festival. Che il libretto fosse di Giancarlo Menotti, fondatore e direttore del festival spoletino, e la musica del suo compagno di vita Samuel Barber non significa assolutamente che fosse un’indebita irruzione di interessi personali nel programma del festival. Infatti Vanessa, nata dalla collaborazione di un italiano e di uno statunitense, era perfetta per un festival che era nato con la finalità di gettare un ponte tra vecchio e nuovo mondo. La sua prima esecuzione assoluta, al Metropolitan di New York nel 1958, era stata un grande successo, che gli valse una serie di riprese in altri teatri statunitensi nonché al Festival di Salisburgo (dove l’accoglienza fu invece tiepida) e in varie città europee.

Anche l’edizione spoletina fu un successo, ma vi fu una sola ripresa in Italia, a Palermo. Bene ha fatto il nuovo management del festival a ripresentare Vanessa, ora in inglese e non nell’adattamento italiano. Indubbiamente è un’opera di valore, che oggi paradossalmente suona più moderna che al momento della sua concezione, quando l’opera era stata dichiarata morta dalle avanguardie musicali dell’epoca, che disdegnavano quei compositori delle vecchie generazioni, che continuavano a comporre opere di successo, come Pizzetti, Poulenc, Britten e qualche altro. Che Barber non fosse un vegliardo ma un cinquantenne lo rendeva ancor più colpevole agli occhi dei rappresentanti della “nuova musica”.

Pur non condividendo le idee delle avanguardie musicali di quegli anni, Barber non era affatto un compositore retrivo. La sua orchestra è sempre presente e ha un ruolo protagonistico. Scava nelle psicologie contorte dei personaggi e con timbri aspri e taglienti e con armonie dissonanti e spesso al limite della tonalità commenta gli eventi assurdi e paradossali che si svolgono in quest’ambiente borghese. Barber mette a frutto la sua esperienza in campo concertistico e in particolare sinfonico per evitare che questo tessuto orchestrale sempre vario, mosso, frastagliato non diventi frammentario e resti fondamentalmente compatto.

Le voci sono trattate da Barber con grande varietà e libertà, muovendosi continuamente da un declamato a sorta di recitativo drammatico molto incisivo, che si modella sulle parole e mette il rilievo le varie situazioni create dal testo. Questa vocalità incisiva e frastagliata si apre a momenti più cantabili generalmente molti brevi, con appena poche oasi liriche che non possono essere definite vere e proprie arie ma semmai ariosi.

Barber non nasconde di aver assimilato qualcosa dai compositori delle generazioni precedenti. Per esempio sembra aver guardato a Richard Strauss e in particolare all’Elektra per il tessuto orchestrale ricco e violento, che in questo caso serve a esprimere non la sanguinosa epopea della mitologica famiglia degli Atridi ma la storia di una moderna famiglia borghese: Vanessa e sua nipote Erika si contendono lo stesso uomo, il giovane Anatol, che è un soggetto ambiguo, omonimo del defunto padre, che Vanessa aveva amato e di cui aveva aspettato per vent’anni il ritorno, come le spose degli eroi di Troia. C’è anche un fugace momento simil-wagneriano, quando in orchestra affiora per un istante la Cavalcate delle Walchirie. Ma c’è anche qualcosa che rimanda a Puccini: quando Barber fa la caricatura del “vecchio dottore”, si sente una rapida citazione quasi letterale del borbottio del Sagrestano nel primo atti di Tosca, sicuramente con un’intenzione ironica, che porta un momento di leggerezza in questa cupa storia.

Questi tre atti della durata complessiva di due ore di musica non tendono affatto a sedurre il pubblico con una musica lusinghiera e di facile presa, tanto che si poteva temere che, nonostante i suoi indiscutibili pregi, Vanessa sarebbe stata accolta da tiepidi applausi di cortesia. Niente di più sbagliato. Gli spettatori che affollavano il Teatro Nuovo si sono scatenati alla fine in un uragano di applausi, che senza dubbio premiava gli autori ma anche gli interpreti.

Lauren Fagan (Vanessa) e Kayleigh Decker (la giovane Erika) interpretano in modo impeccabile i loro ruoli, difficili e complessi sotto l’aspetto sia puramente vocale sia interpretativo. Accanto a loro stavano Helene Schneiderman, nelle vesti dell’anziana Baronessa, altera e distaccata, e Lulama Taifasi, che era il giovane Anatol, per il quale Barber ha scritto una parte in cui momenti luminosamente tenorili si alternano ad altri in cui il personaggio appare misterioso e sfuggente. A questi personaggi in preda a dubbi, speranze e tormenti si contrappone il Vecchio Dottore di Rod Gilfry, che ha sfumature sottilmente ironiche e anche un momento di aperta ma sempre raffinata comicità. Un’altra protagonista è l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che dà grande risalto alla raffinata scrittura orchestrale di Barber, sotto l’attenta e precisa direzione di Sora Elisabeth Lee, a cui si può fare l’unico appunto di non aver sempre valorizzato appieno il ruolo teatrale e drammatico dell’orchestra.

La regia di Leo Muscato esprime bene questo mondo in cui le passioni scorrono sotterraneamente, come congelate sotto sotto le regole dell’alta borghesia dell’Ottocento. I protagonisti vivono in un mondo che le scene di Andrea Belli esprimono icasticamente: una grande sala decorata con stucchi, grande lampadario di cristallo e porte architravate, aperta su un gelido paesaggio innevato, che man mano invade la casa.