A Ravello il Crepuscolo degli dei di Wagner con gli “strumenti originali”

Kent Nagano ha diretto il prologo e il primo atto dell’ultima giornata della Tetralogia

MM

05 agosto 2026 • 5 minuti di lettura

CREPUSCOLO DEGLI DEI (FOTO FEDERICO TROCINO FONDAZIONE RAVELLO)
CREPUSCOLO DEGLI DEI (FOTO FEDERICO TROCINO FONDAZIONE RAVELLO)

Belvedere di Villa Rufolo, Ravello

Die Götterdämmerung

31/07/2026 - 31/07/2026

Il Ravello Festival non dimentica mai il suo nume tutelare, Richard Wagner, che, quando vide Villa Rufolo, pronunciò la celebre frase: “Il magico giardino di Klingsor è trovato”. Proprio quel giardino ospita da settantaquattro anni la maggior parte dei concerti del festival. Quest’anno l’omaggio a Wagner era particolarmente importante: l’esecuzione in forma di concerto del prologo e del primo atto della Götterdämmerung, che fa parte di un progetto del Dresdner Musikfestspiele consistente nell’esecuzione dell’intera Tetralogia wagneriana con un’orchestra riportata alle dimensioni originali, che suona gli strumenti dell’epoca. Questo progetto, che sta facendo il giro dei principali festival europei, aveva già fatto tappa a Ravello nel 2023 con il Rheingold e vi tornerà ancora l’anno prossimo con gli ultimi due atti della Götterdämmerung: l’ultima “giornata” del Ring des Nibelungen è stata divisa in due per non mettere a dura prova la resistenza del pubblico di una serata estiva ai bordi del Mediterraneo.

L’esecuzione con “strumenti originali”, partita dal barocco, allargatasi poi a tutto il Settecento e più recentemente ai compositori del primo Ottocento, quali Beethoven, Schubert, Mendelssohn e Schumann, è ora giunta fino a Wagner, con risultati particolarmente stimolanti. Sapevamo da sempre che Bach e Vivaldi ascoltavano le loro composizioni in esecuzioni molto diverse da quelle che si ascoltavano prima che si diffondessero le esecuzioni “storicamente informate”, ma credevamo o fingevamo di credere che le esecuzioni di Wagner fossero filologicamente corrette. Ci sembravano una garanzia il festival di Bayreuth, erede ufficiale del patrimonio artistico wagneriano, e le testimonianze lasciateci da grandi direttori del passato come Furtwängler e Knappertsbusch ma anche la tradizione preservata da tanti kapellmeister tedeschi.

Sbagliavamo. L’orchestra di Wagner usava strumenti diversi da quelli odierni. Gli strumenti ad arco sono rimasti sostanzialmente gli stessi dell’epoca di Wagner, ma sono cambiati archetti, corde e ponticelli. Molto diversi sono invece gli strumenti a fiato, che proprio nei decenni in cui Wagner componeva i suoi drammi musicali si andavano trasformando, in particolare i flauti, che cominciavano ad essere costruiti non più in legno ma in metallo. In quel periodo i costruttori non solo di flauti ma anche di oboi, clarinetti, fagotti e altri strumenti della famiglia cominciarono a praticare fori più ampi, che aumentavano la sonorità, e a sviluppare sistemi di chiavi sempre più complessi e funzionali, che permettevano di migliorare l’intonazione degli acuti fino ad allora piuttosto flebili e traballanti. Cambiavano anche gli ottoni, in particolare i corni. Lo stesso Wagner inventò un nuovo strumento, la tuba wagneriana, che in realtà non è una tuba ma piuttosto un corno dal registro più basso.

Dunque è semplice rispondere a questa domanda: le esecuzioni con strumenti moderni sono uguali a quelle che Wagner ascoltava ai suoi tempi? Certamente no. E l’esecuzione ascoltata a Ravello rispecchiava i desiderata di Wagner? Forse. È più che probabile che Wagner per certi aspetti fosse soddisfatto delle esecuzioni della sua musica da parte delle orchestre della sua epoca ma che per altri aspetti le trovasse inadeguate alla sua utopia, per la cui realizzazione aspirava ad orchestre che al suo tempo non ancora esistevano e a voci - le famose voci d’acciaio wagneriane - diverse da quelle dell’epoca educate al “bel canto” e perfino ad un teatro diverso che allora era un sogno, che si sarebbe realizzato soltanto negli ultimi anni della sua vita con la costruzione del Festspielehaus di Bayreuth.

Il suono delle orchestre su cui poteva contare allora era probabilmente simile, se non proprio identico, a quello ascoltato ora a Ravello da un’orchestra costituita in realtà da due orchestre riunite: il Concerto Köln, prestigioso gruppo cameristico specializzato nelle esecuzioni con “strumenti originali”, e la Dresdner Festspielorchester, un’orchestra dalle dimensioni mozartiane. La loro somma dava un’orchestra di dimensioni comunque inferiori a quelle che oggi solitamente si usano per Wagner. Le varie sezioni degli strumenti ad arco erano infatti numericamente inferiori a quelle indicate in partitura e andavano da dieci elementi (i violini primi) a quattro (i contrabbassi). Le sezioni degli strumenti a fiato corrispondevano quasi esattamente alle richieste di Wagner. Le arpe invece erano drasticamente ridotte da sei a due. Difficilmente Wagner ottenne di più dai teatri d’opera del suo tempo. Il suono che ne risultava era nitido e chiaro, i colori dei vari strumenti - soprattutto i fiati - si distinguevano distintamente e non erano amalgamati come Wagner avrebbe desiderato, tanto da ideare il “golfo mistico”, nelle cui profondità i timbri dei vari strumenti si sarebbero fusi in un tutto unico e compatto.

L’introduzione, che si svolge sulla rupe delle Walkirie, era meno oscura e cupa che nelle esecuzioni correnti. Il canto delle tre Norne era teso e angosciato come può esserlo il canto di tre esseri umani, non immerso nell’aura sovrannaturale e fatidica della loro profezia sulla fine del mondo degli dei. Similmente il seguente duetto di Brünnhilde e Siegfried ricordava per alcuni aspetti un acceso duetto romantico. Ma non è questo il luogo per continuare con il necessario approfondimento un raffronto tra questa interpretazione wagneriana e quelle a cui siamo abituati. Sintetizzando, l’ascolto di Wagner suonato con gli “strumenti originali” è stato molto interessante. Proprio scoprendo alcune inevitabili derivazioni dalla musica dell’epoca immediatamente anteriore, si trovava la conferma di tutto quel che di genialmente nuovo Wagner ha scritto, che fa pensare che egli vivesse in un mondo totalmente diverso da quello degli altri operisti del tempo.

Il direttore nippo-americano Kent Nagano ha dimostrato di essere convinto di questo ritorno agli “strumenti originali” ed ha adottato l’alleggerimento delle sonorità eroiche e dell’aura fatale e profetica che sono considerate la cifra del Ring des Nibelungen. La sua direzione è stata accurata, limpida, sanamente vigorosa ma un po’ povera di drammaticità.

In coerenza con questo tipo di orchestra, i cantanti non sono stati scelti tra le wagneriane voci d’acciaio, considerate fino a pochi anni fa le uniche adatte a interpretare gli eroi e gli dei della Tetralogia. Tutti hanno dato un buon contributo a questa interpretazione di Wagner meno eroica e più umana e drammatica, a cominciare dalla prima scena del prologo, con le tre ottime Norne interpretate da Jasmin Etminan, Marie Luise Dressen e Ania Vergy. Seguiva il duetto del congedo tra Brünnhilde e Sigfried, ben interpretati da Asa Jäger e Young Woo Kim. Uno dei momenti migliori era la prima scena del primo atto, quando l’eroe Siegfried viene a contatto col mondo umano di Gutrune, Gunther e Hagen (ognuno con un carattere diverso, ben delineato dagli interpreti, che erano rispettivamente Ania Vegry, Johannes Kammler e Patrick Zielke) e i tre umani facilmente raggirano l’eroe. La successiva scena tra le due Walkirie vedeva accanto a Brünnhilde la Waltraute di Jasmin Etminan, che dimostrava ottime intenzioni interpretative, non sempre adeguatamente supportate della sua voce. Un altro grande duetto tra Sigfried e Brünnhilde portava all’apice drammatico, che conclude il primo atto. La Götterdämerung s‘interrompeva qui, a metà. L’appuntamento è alla prossima edizione del Ravello Festival per ascoltare il secondo e il terzo atto: da non mancare.