Le Nozze di Figaro con Tjeknavorian e Guth all’Opera di Roma

Ottimo il cast: Guida, Russomanno, Hasan, Schrott e Olvera

MM

19 settembre 2026 • 6 minuti di lettura

Le nozze di Figaro (Fabrizio Sansoni-Teatro dell'Opera di Roma)
Le nozze di Figaro (Fabrizio Sansoni-Teatro dell'Opera di Roma)

Teatro dell'Opera, Roma

Le Nozze di Figaro

15/09/2026 - 23/09/2026

Il Teatro dell’Opera di Roma ha riaperto i battenti dopo la pausa estiva con una bella edizione de Le nozze di Figaro, che promette bene per il prosieguo della stagione. Per quel che riguarda la parte scenica, si è ripreso lo spettacolo con la regia di Claus Guth e le scene e i costumi di Christian Schmidt, andato in scena nel 2006 al Festival di Salisburgo e ripreso varie volte nella stessa Salisburgo nonché a Toronto e Madrid.

La scena è pressoché unica per i quattro atti: l’interno di un palazzo nobiliare settecentesco, che con lo spostamento di pochi elementi si trasforma nei diversi ambienti in cui si svolgono i vari atti. Nel primo e nel terzo atto una grande scala indica che l’azione si svolge in un ambiente di passaggio (l’andirivieni dei personaggi giustifica pienamente quest’ambientazione) mentre nel secondo atto non ci sono che le tre porte e la finestra necessarie al gioco delle tre porte (appunto) inscenato da Contessa, Susanna e Cherubino ai danni del Conte.

Qualcosa si perde invece nel quarto atto, perché il libretto prevede una serie di scambi di persona, resi possibili dagli alberi e dalle siepi di un giardino e soprattutto dal buio della notte: si può rinunciare al giardino ma non si può fare a meno del buio senza che l’atmosfera perda il suo fascino.

Non ci sono leziosità rococò nelle scene né merletti, crinoline e parrucche settecenteschi nei costumi e tutto si svolge in un’epoca non esattamente determinata. Guth afferma che “la cosa meravigliosa di quest’opera è l’enorme libertà, quasi selvaggia, di Mozart e la sua capacità di prendere continuamente direzioni imprevedibili”. E mette in pratica quel che dice: la recitazione è molto libera, mossa, sorprendente e, appunto, imprevedibile. Non è esattamente selvaggia ma “quasi selvaggia”, cioè molto energica, veloce a tratti quasi caotica, ma è un caos perfettamente organizzato. C’è una certa sottolineatura delle ondivaghe attrazioni erotiche tra i vari personaggi, che si spinge fino a un paio di situazioni in cui finiscono sul pavimento sdraiati l’uno sull’altra: nulla di scandaloso.

Non c’è nessun konzept astruso ma assistiamo proprio a quel che Mozart e Da Ponte fanno dire ai personaggi stessi nel ‘tutti’ finale: “questo giorno di tormenti, di capricci e di follia”. Ma forse è superflua la trovata di inserire un personaggio muto, una sorta di Cherubino, giovanissimo come il paggio e vestito come lui, ma con un paio di alucce sulla schiena: dunque un cherubino non solo di nome ma di fatto. Questo angioletto compare più volte a ispirare l’azione dei personaggi e a fare emergere i loro pensieri nascosti e desideri inconsci, perché - sono ancora parole di Guth - quest’operaparla dell’essere umano che pensa una cosa e poi ne fa un’altra. È quindi un’opera sul contrasto tra la mente razionale e il comportamento irrazionale”.

Sul podio stava il trentunenne Emmanuel Tjeknavorian, nato a Vienna da una famiglia armena, che ha un brillante curriculum in campo sinfonico ma è appena alla sua seconda esperienza in campo operistico (la prima è stata Un ballo in maschera al Maggio fiorentino di quest’anno). Questa sua formazione sinfonica si notava fin dalla Sinfonia d’apertura e dalla precisione e leggerezza del velocissimo scorrere delle crome degli archi, a cui poi si aggiungono i legni, sempre in ‘pianissimo’. Ma presto entrano i timpani ‘forte’: a questo punto Mozart indica per gli archi ‘fortissimo’, a significare che dovrebbero continuare ad emergere sul ‘forte’ del resto dell’orchestra, invece Tjeknavorian fa percuotere i timpani con una violenza mahleriana .

È un tuono, che scoppia più volte a interrompere lo scorrere rapido della Sinfonia di questa “folle giornata”, forse in linea con il carattere imprevedibile e quasi selvaggio che Guth riscontra nelle Nozze, che però non si può trasportare letteralmente nella musica. Ma è un dettaglio all’interno di un’esecuzione limpidissima, calibratissima, precisissima (ottima la prestazione dell’orchestra dell’Opera), che dialoga sempre con le voci, le sostiene e le stimola, offrendo all’ascoltatore un’interpretazione eccellente.

Un momento magico è “Dove sono i bei momenti”, l’aria della Contessa nel terzo atto, diretta da Tjeknavorian in totale sintonia con Federica Guida, che faceva parte del secondo cast ma è intervenuta (ci riferiamo alla recita del 17 settembre) a sostituire l’indisposta Roberta Mantegna: nella sua cavatina d’entrata “Porgi amor qualche ristoro” era forse un po’ tesa per quest’imprevisto ma poi è andata in crescendo. Martina Russomanno qualche mese fa aveva sorpreso favorevolmente al suo debutto romano come Amenaide nel Tancredi. Ora non si è limitata a mantenere quelle promesse ma è andata oltre, regalandoci momenti di intima gioia: pensiamo in particolare all’aria del quarto atto “Deh vieni, non tardar” ma dovremmo citare tutti i suoi interventi, perché è stata meravigliosa dall’inizio alla fine. Altra gemma di questo cast era il Cherubino dell’azera Elmina Hasan.

Passando alle voci maschili, Figaro è stato brillantemente interpretato dall’uruguaiano Erwin Schrott, che con il canto e la recitazione ne ha dato un ritratto molto ricco e vario, dimostrando quel che può fare quando mette da parte il gigionismo e l’approssimazione cui talvolta indulge, ma non in questo caso. Non per nulla Figaro è uno dei suoi ruoli iconici. Sarebbe mera pignoleria notare che la voce nel registro grave comincia ad assottigliarsi. Il Conte di Almaviva era il messicano Germán Olvera. Di primo acchito la sua interpretazione non colpiva particolarmente, perché era perfettamente in stile ma non s’imponeva per autorevolezza di timbro e volume. Però si adattava perfettamente al personaggio inscenato da Guth, che ha perso la sua autorità ed è un po’ in balia degli altri, che lo aggirano come e quando vogliono. Promosso cum laude anche lui.

Nel ricco elenco dei personaggi di contorno spiccavano i nomi di Monica Bacelli e Roberto Scandiuzzi, due illustri cantanti che in questa fase avanzata della loro carriera accettano simpaticamente anche ruoli non protagonistici. La Bacelli si è fatta valere come Marcellina, che rientra  nel genere di personaggi che ha sempre interpretato ma è meno esigente sotto il profilo vocale: ottima.

Scandiuzzi interpretava Don Bartolo, molto lontano dai personaggi drammatici che questo illustre basso cantava fino a pochi anni fa. Nella prima metà della sua aria riesce benissimo a fraseggiare con varietà di colori e d’accenti, ma nella parte centrale deve fare i conti con un velocissimo sillabato, che non è nelle sue corde di basso nobile: infatti qui è un po’ a disagio e giunge alla fine con un filo appena percettibile di voce e un po’ in ritardo sull’orchestra. Si avverte qui - e non solo qui - la poca esperienza operistica di Tjeknavorian che avrebbe potuto e dovuto prendere un tempo più agevole per il cantante.

Bene Marcello Nardis come Basilio e Blagoj Nacoski come Don Curzio. Molto bene Jessica Ricci e l’argentino Alejo Alvarez Castillo, due giovani del “Progetto Fabrica” del Teatro dell’Opera di Roma. Lei, come abbiamo già detto altre volte, è molto promettente e aspettiamo di ascoltarla in ruoli più impegnativi, ma intanto ha cantato benissimo l’aria di Barbarina, breve, semplice e delicata. Lui è stato un Antonio non stordito, quasi ridicolo e inoffensivo ma malvagio e quasi demoniaco, come voleva la regia.

Teatro pieno e grande successo di pubblico, con molti applausi dopo i vari ‘numeri chiusi’, come ormai avviene raramente, e un tripudio finale.