Uomini vuoti e musica lontana nell’Orfeo di Marthaler

L’Opernhaus di Zurigo presenta in streaming una nuova produzione dell’opera di Gluck con la direzione musicale di Stefano Montanari

Orphée et Eurydice (Foto Monika Ritterhaus)
Orphée et Eurydice (Foto Monika Ritterhaus)
Recensione
classica
Zurigo, Opernhaus
Orphée et Eurydice
16 Febbraio 2021

Francesca Nannini di Bormio festeggia i 75 anni di età ed ha sempre amato “Reigen seliger Geister” di Christoph Willibald Gluck, la danza degli spiriti beati, fin da quando era bambina. I nipoti Bruno, Luigi e Goffredo (Maderna, Nono e Petrassi?) le dedicano la “registrazione” eseguita – tante volte le coincidenze! – dalla Philharmonia di Zurigodiretta da Stefano Montanari. Lo annuncia al microfono una speaker, che poi è uno dei sette spiriti beati e dannati che abitano la scena per tutta la rappresentazione, come fosse un programma di una vecchia radio libera di molti anni fa. Christoph Marthaler è così: si diverte a smontare il mito con il suo lessico teatrale surreale e spigliatamente musicale. E non fa eccezione nemmeno questo suo nuovo Orfeo ed Euridice, terza produzione per l’Opernhaus di Zurigo dopo il pasticcio händeliano di Sale del 2012 e il non riuscitissimo Viaggio a Reims rossiniano del 2015.

A differenza del Simon Boccanegra andato in scena all’Opernhaus nello scorso dicembre davanti a un pubblico di 50 spettatori, questa nuova produzione è uno spettacolo fantasma perché eseguito per il pubblico invisibile dello streaming ma anche con orchestra e coro e direttore d’orchestra dislocati nella sala prove di Kreuzplatz, a poco meno di un chilometro di distanza dal teatro. E con quest’idea Marthaler gioca fin dall’inizio, facendo ascoltare l’ouverture in sala attraverso un diffusore audio acceso e sorretto da uno spirito (la performer Liliana Benini) davanti al sipario ancora chiuso, e poi ancora con la hit gluckiana dedicata alla Signora Nannini di Bormio. Paradossi dell’orchestra invisibile

Con la sua antica complice di scorribande teatrali lunghe più di trent’anni, la scenografa e costumista Anna Viebrock, Marthaler sceglie un ambiente quotidiano come l’interno di un caffè – che poi è il Caffè Centrale di Busseto, già utilizzato dal duo per ambientarci una verdianissima Luisa Miller prodotta all’Opera di Francoforte nel 1996 – sul quale incombe il cielo scurissimo di un ”Unterwelt” a rovescio. Colori a parte, fra l’aldilà e l’aldiquà non c’è poi una gran differenza, giacché gli spiriti beati e dannati (che sono tutti della famiglia di performer abituale negli spettacoli di Marthaler cioè Sebastian Zuber, Graham F. Valentine, Bérengère Bodin, Marc Bodnar, Liliana Benini, Raphael Clamer e Bernhard Landau), tutti in abiti molto quotidiani quando non impiegatizi, abitano entrambi gli spazi, muovendosi comodamente in ascensore, anche se poi si distinguono dai tre protagonisti dell’opera per quel loro muoversi in maniera scomposta o scompostamente collassare al suolo privi di sensi. Questa è la cornice ma Gluck resta intatto o quasi, incorniciato fra un breve dialogo filosofico mentre si celebra il funerale di Euridice, e una manciata versi “esistenzialisti” di T.S. Eliot da The Hollow Men (Gli uomini vuoti) quando Orfeo piange per la seconda volta la sua perduta Euridice. “This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper”, è così che il mondo finisce non già con uno schianto ma frignando, dicono quei versi amari ma pronunciati con sardonico distacco da Graham Valentine, presenza straniante nel contesto festoso del finale per l’Euridice ritrovata grazie agli dei pietosi.

Anche se più invisibile che, di norma, in una sala d’opera, la musica di Gluck è presentissima in questa produzione e vive grazie alla briosa e teatralissima direzione di Stefano Montanari che, complici i bravi musicisti della Philharmonia di Zurigo, non lesina nei colori – riveduti e corretti dal “restauratore” Hector Berlioz per la versione del 1859 sistemata per il mezzosoprano Pauline Viardot, dopo il castrato Gaetano Guadagni della prima viennese del 1762 e l’haute-contre Joseph Legros nella versione rifatta per l’Académie Royale de Musique di Parigi del 1774 – e nella varietà ritmica che rimanda all’opéra-ballet della tradizione francese. Quanto agli interpreti, Nadezhda Karyazina è un Orfeo androgino di marcante presenza scenica e duttilità vocale capace di rendere la ricca gamma espressiva del personaggio con indiscutibile autorevolezza. Ottima attrice e interprete accattivante è Chiara Skerath, un’Euridice fuori luogo fra i vivi e i morti nel suo esagerato abito di tulle ma tenerissima sposa. In trench nero e foulard Chanel è l’Amore di Alice Duport-Percier, creatura aliena e presenza quasi lunare nel frenetico movimento degli altri spiriti, calma le furie dell’Averno con la dolcezza dell’aria “Euridice, e dove, e dove sei?” (presa a prestito dall’Orfeodi Pergolesi). È lei che, ad occhi chiusi, dirige i cori festanti che celebrano la resurrezione di Euridice nel finale. La felicità ritrovata è suggellata dalla pizza in cartoni consegnati ad ognuno da un dimesso maestro di cerimonie, che è Bernhard Landau. Cartoni che sono vuoti per tutti.

 

 

 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Festival Verdi inaugurato dal Ballo in maschera di Spirei-Vick con l’efficace lettura musicale di Roberto Abbado

classica

La polifonia di Josquin Desprez protagonista della quinta edizione del festival FloReMus

classica

Il Leone d’oro alla carriera Kaija Saariaho a Venezia ha ripercorso la sua opera