Cardillac nel tempio del consumo
A Zurigo l’opera di Hindemith torna nella versione originale con l’incisiva direzione di Fabio Luisi
09 marzo 2026 • 3 minuti di lettura
Zurigo, Opernhaus
Cardillac
23/03/2026 - 11/04/2026La messa in scena di Cardillac di Paul Hindemith all’Opernhaus di Zurigo riporta l’attenzione sulla versione originale dell’opera, presentata a Dresda nel 1926, dunque esattamente cento anni fa. Una versione che non soddisfece il compositore, il quale la giudicava poco raffinata. La nuova versione rivista — definitiva secondo Hindemith — vide la luce nel 1952 proprio all’Opernhaus di Zurigo. In questa nuova produzione il teatro preferisce però la più spigolosa versione originale, in linea con una tendenza oggi piuttosto diffusa, nonostante l’opera resti merce rara sulle nostre scene liriche.
Il regista Kornél Mundruczó sposta la vicenda dell’orafo omicida Cardillac ispirata al racconto La signorina Scudéry di E.T.A. Hoffmann dalla Parigi degli anni di Luigi XIV (personaggio che compare anche brevemente nell’opera) a un grande centro commerciale contemporaneo. La scenografa Monika Korpa contribuisce con un impianto minuzioso e ricco di dettagli, di ambizione quasi cinematografica. Come i nostri centri commerciali, quello spazio è continuamente attraversato da personaggi, coro e figuranti, freneticamente dediti ad acquisti di ogni sorta. La bottega dell’orafo Cardillac, trasformata qui in una lussuosa gioielleria, è parte di questo paesaggio commerciale. La regia stessa tenta di imprimere alla narrazione il carattere di un thriller, nel quale il serial killer Cardillac, vestito con camice bianco e una maschera che ricorda quella indossata da Jean Marais in Fantômas, compie i suoi efferati delitti per tornare in possesso delle proprie preziose creazioni.
Nella trasposizione a un paesaggio contemporaneo, il classico non-luogo del consumo diventa così luogo simbolo di una comunità che riduce l’arte a puro oggetto di scambio. E in questa rilettura di Mundruczó in chiave economicistica, Cardillac non è più l’artista isolato e incompreso, ma la vittima di uno spersonalizzante meccanismo di mercato, sottolineato anche nel finale, dopo il linciaggio dell’orafo, dalla (s)vendita del tesoro agli assatanati clienti dello shopping mall da parte della figlia del protagonista e dell’Ufficiale suo amante. L’iperrealismo dell’impianto scenico e della regia degli attori — piuttosto curata nei dettagli e di ambizione quasi cinematografica — finisce tuttavia per neutralizzare quella dimensione simbolica che non è affatto estranea alla vicenda dell’opera di Hindemith, riducendo il dramma a un piuttosto generico apologo sui mali della società dei consumi.
Sul piano musicale, la direzione di Fabio Luisi si impone come il vero elemento di forza di questa nuova produzione. In questa composizione compatta ma musicalmente densissima, nella quale l’orchestra gioca un ruolo fondamentale, Luisi segue un approccio rigoroso e di precisione chirurgica per districare i fili della complessa scrittura contrappuntistica di Hindemith, percorsa da frequenti clangori espressionisti. L’Orchestra dell’Opera di Zurigo risponde con grande precisione, affrontando con sicurezza il tessuto sonoro, fatto di blocchi omoritmici, intricati contrappunti e sonorità taglienti dominate dalle percussioni e dalla presenza inquietante degli ottoni gravi. Luisi esalta tutta l’aggressività della trama orchestrale sbilanciata sui fiati rispetto agli archi presenti con organico quasi cameristico, mantenendo sempre elevata la tensione drammatica. In questo paesaggio sonoro disturbante non vengono sacrificate le oasi più liriche, che suonano quasi come inquietanti presagi, come l’aria della Dama che precede il primo omicidio dell’orafo.
Protagonista di una distribuzione vocale molto equilibrata è Gábor Bretz, che rende efficacemente l’inquietudine sotterranea e la dissociazione di Cardillac tra slanci nobili ed esaltazione omicida. La figlia è Anett Fritsch, voce chiara e luminosa, più creatura innocente che donna lacerata fra il forte legame con il padre (che il regista suggerisce incestuoso) e il desiderio di fuga con un quasi sconosciuto amante, l’Ufficiale di Michael Laurenz, piuttosto monocorde nell’espressione. Fra i ruoli minori, lasciano il segno la sensuale dama di Dorottya Láng, piuttosto efficace nell’abbandono erotico della sua aria nel primo atto, e Sebastian Kohlhepp, un Cavaliere reso con un timbro luminoso e morbido fraseggio. Autentico personaggio collettivo è il Coro dell’Opera di Zurigo, ben preparato da Klaas-Jan de Groot, capace di passare con precisione tagliente da esplosioni tumultuose a momenti di spettrale sospensione.
Qualche vuoto in sala all’ultima recita zurighese, ma successo sincero.