Il tango come destino

Fra Weill, operetta mitteleuropea, cinema e memoria, GAMO inaugura la stagione 2026

SB

28 aprile 2026 • 3 minuti di lettura

GAMO TANGO (foto Laura Pederzoli)
GAMO TANGO (foto Laura Pederzoli)

Firenze, MAD Murate Art District

GAMO – Capricci del destino

19/04/2026 - 19/04/2026

Il programma della nuova stagione GAMO 2026 colpisce per varietà e densità delle proposte. La presentazione del cartellone, ospitata da Dischi La Fenice a Firenze - spazio prezioso per la comunità degli appassionati - ha delineato un percorso che dal tango conduce ai ritratti novecenteschi di Ligeti, Feldman, Reich, Henze, Haas, passando per Cardini e Lupi; spicca l’appuntamento al Festival del Maggio Musicale Fiorentino (6 maggio, Ottagoni e onde, con Roberto Fabbriciani e l’Ensemble GAMO diretto da Francesco Gesualdi). Un impegno notevole, che conferma il ruolo prezioso di questa compagine nella vivacità della scena contemporanea fiorentina.

Il concerto inaugurale, Capricci del destino. Racconti per voce e strumento al profumo di tango, al MAD Murate Art District, ha subito chiarito la cifra del progetto: un attraversamento del tango come forma culturale, più che come semplice genere musicale. Protagonisti il soprano Laura Catrani, il drammaturgo e narratore Luca Scarlini e il fisarmonicista Francesco Gesualdi.

Il tango entra nella Storia quando è già lingua stratificata: mito migrante, crocevia di eredità tedesche, ispaniche, popolari. Ma guardato da vicino non è abbandono istintivo: è architettura del movimento, sistema codificato di figure dove la sensualità nasce dal controllo. Non esplosione emotiva, ma scrittura coreografica.

Il percorso si muoveva tra cronaca e mito. Da Youkali di Kurt Weill a Guastavino, fino a Volver nella versione di Enrique ed Estrella Morente, che conduce il tango dentro la verticalità del flamenco. Echi straordinari, anticipati sapientemente dallo strepitoso Luca Scarlini, con parole forbite benché teatralmente accorte, a dirci come, nel flamenco, il rigore del gesto sia assai più importante dell’ammicco. Come nel cante andaluso il ritmo è disciplina, la tensione trattenuta.

Non banale la parentesi mitteleuropea: Paul Abraham con Tangolita e Tango innamorato, fino al Tango dei Mannequins di Carlo Lombardo da Madama di Tebe. Qui il tango si fa teatro, segno riconoscibile, modernità elegante filtrata attraverso la Berlino di Weimar o l’operetta italiana: esotismo consapevole, ironico, cosmopolita; cinematografico, diremmo.

GAMO TANGO (foto Laura Pederzoli)
GAMO TANGO (foto Laura Pederzoli)

E il cinema occupava un capitolo centrale dell’impaginato. La scena fra Stefania Sandrelli e Dominique Sanda ne Il conformista di Bertolucci svuota il tango di folclore per farne dispositivo drammaturgico: non sopraffazione, ma sospensione delle gerarchie. In Valentino di Ken Russell il tango danzato da Rudolf Nureyev e Peter Schaufuss diventa allegoria dell’identità, gesto simbolico più che realistico. E ancora il tango fondativo di Rudolph Valentino ne I quattro cavalieri dell’Apocalisse, fino alla stagione della diva italiana Francesca Bertini con Sangue blu di Nino Oxilia: il corpo come linguaggio drammatico.

Uno snodo contemporaneo ed espressamente dedicato era rappresentato da Racconto, tango-berceuse di Matteo Franceschini (classe 1979), pagina delicata e intensa, affidata all’intesa fra Catrani e Gesualdi.

Poi il punto più estremo: Der Tango fun Oshvientshim, nato ad Auschwitz nel 1943. Qui l’abbraccio si spezza e resta la memoria del gesto. Se il tango è musica migrante, figlia di attraversamenti, nel lager diventa soglia estrema: non seduzione ma testimonianza, frammento di ritmo che resiste alla distruzione.

Il finale ci riportava verso la luce con Amapola, la Canción al árbol del olvido di Ginastera e La Cumparsita, tutte ancora precedute dalle suggestioni letterarie sul loro concepimento e sul contesto culturale da cui nacquero. Di Luca Scarlini abbiamo detto, la voce di Laura Catrani si è mostrata duttile e stilisticamente consapevole, sostenuta dalla perfetta fisarmonica di Francesco Gesualdi, come un bandoneón, ‘respiro’ del gesto, capace di fraseggi e sospensioni sempre centrati.

Resta l’idea che ha attraversato l’intero concerto: le figure del tango non come ornamenti sensuali, ma come cellule sintattiche di un discorso corporeo. Non c’è slancio senza misura, non c’è abbandono senza controllo. La sensualità nasce dalla disciplina.

Capricci del destino si è rivelato così non solo un concerto tematico, ma un itinerario coerente dentro un linguaggio che attraversa continenti e tragedie, rimanendo fedele alla propria segreta grammatica. Il tango, più che danza di seduzione, è forma resistente della storia.