Myung-Whun Chung e la Messa da Requiem di Verdi
Il direttore coreane ne dà un’interpretazione che alterna pagine potentemente grandiose a momenti delicatamente raccolti
28 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, Roma
Messa da Requiem
23/04/2026 - 26/04/2026Myung-Whun Chung ha esordito a Roma esattamente quaranta anni fa, nel maggio del 1986. Dal 1997 al 2005 è stato Direttore principale dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e in tal veste ha inaugurato nel gennaio del 2003 la grande sala del Parco della Musica, dirigendo la Sinfonia “dei Mille” di Gustav Mahler. Adesso torna ogni anno sul podio dell’orchestra romana. In totale l’ha diretta oltre cinquecento volte a Roma e in tournée. Questo per dire che con quest’orchestra ha un lungo rapporto, iniziato quand’era un giovane trentenne e proseguito e cresciuto fino ad oggi, che ha superato i settanta.
È interessante che, quando ne era direttore musicale, Chung abbia diretto a Santa Cecilia numerosi concerti il cui programma consisteva in tutto o in parte di pezzi staccati delle opere di Verdi, sinfonie, ballabili e arie. Evidentemente era attratto da Verdi ma voleva prendere maggior confidenza con la sua musica prima di dirigere una sua opera completa. Questo prudente e graduale avvicinamento, denota la consapevolezza che Verdi non è un compositore da affrontare a cuor leggero: il risultato è che Chung è diventato un ottimo direttore verdiano, tanto da guadagnarsi anche per questo motivo l’incarico di direttore musicale del Teatro alla Scala.
Questa premessa sulla serietà del suo approccio a Verdi si riscontra anche nell’esecuzione della Messa da Requiem in questi giorni al Parco della Musica, che tuttavia lascia qualche perplessità. Splendido l’inizio, con i violoncelli che scendono verso il registro grave e il coro che alla settima battuta entra ‘sotto voce’: normalmente i direttori collegano strettamente queste due parti, mentre Chung le contrappone sottilmente, facendo suonare i violoncelli ‘pianissimo’ e con la sordina (come indica Verdi) ma dandogli un sonorità un po’ aspra e terragna, che si contrappone al suono etereo e celestiale delle voci, così come le tenebre si contrappongono alla luce. Già a partire da queste poche battute iniziali Chung mette in contrapposizione terra e cielo, il terrore dell’inferno e la speranza del paradiso. Ma andando avanti cede spesso alla tentazione di dinamiche eccessive, come avviene poco dopo con l'attacco del coro a cappella “Te decet Hymnus”, non ‘forte’ come indica Verdi, ma ‘fortissimo’. Nel “Dies irae” il ‘fortissimo’ è di rigore, ma non ricordiamo di averlo mai sentito così ‘fortissimo’: però è un ‘fortissimo’ freddo, che si fa ammirare per la sua forza muscolare mentre dovrebbe penetrare nelle viscere dell’ascoltatore ponendolo davanti all’immensità della collera divina. D’altronde il direttore coreano non è certamente il solo a fare dell’attacco del “Dies irae” un’esibizione di potenza non della divinità bensì del coro e dell’orchestra, che indubbiamente fa un grande effetto su molti ascoltatori.
Chung, nonostante la sua propensione per le sonorità grandiose e spettacolari, si fa ammirare soprattutto nei momenti di preghiera, di dubbio, di speranza. Citiamo alcune delle pagine in cui il direttore, l'orchestra, il coro e last but not least i solisti hanno raggiunto livelli di superiore bellezza. In “Mors stupebit” Roberto Tagliavini ci riconduce a pensieri ultraterreni e metafisici, con una linea di canto purissima, senza mai cedere alla tentazione - qui come più avanti in “Confutatis maledctis” - di scurire artificiosamente la sua bella voce di basso limpida, salda, sicura e ben timbrata. In “Recordare, Jesu pie” Ailyn Pérez (un soprano lirico leggero dalla voce limpida ma un po’ tenue) e Ekaterina Semenchuk (un mezzosoprano dalla voce possente, che eccelle nei momenti drammatici ma presenta alcune disuguaglianze tra i registri) sono riuscite a fondere benissimo le loro voci dal colore molto diverso, grazie all’intensità dell’interpretazione loro e dell’orchestra. Invece nell’ “Ingemisco” René Barbera tenoreggia troppo, come se fosse il protagonista di un’opera, e apre il suono quando deve salire all’acuto: Verdi è un autore che non gli si addice troppo.
Nonostante il quartetto vocale fosse alquanto disomogeneo, nel “Lux aeterna” le voci di mezzosoprano, tenore e basso si sono fuse benissimo, o più esattamente hanno saputo mettere a frutto le loro differenze, indubbiamente anche per merito di Chung, che dà il meglio di sé in queste pagine più spirituali, allorché ottiene un attento controllo degli equilibri, mettendo da parte la foga eccessiva che imprime alle pagine in cui affiora il Verdi compositore di melodrammi. Dopo “Lux aeterna” le tre voci soliste passano il testimone al soprano solista e al coro per l’ultima parte della Messa da requiem, il sublime “Libera me”: questa pagina delicata ma ardua impegna al massimo la Pérez, che riesce a far dimenticare i suoi limiti, anche col determinante aiuto del coro.
La grande sala Santa Cecilia del Parco della Musica era esaurita per tutte e tre le repliche, per un totale di oltre ottomila spettatori. Il pubblico evidentemente era molto soddisfatto, tanto che gli applausi sono esplosi fragorosamente mentre Chung non aveva ancora abbassato le braccia e chiedeva un attimo di raccoglimento e di silenzio.