Con Zandonai nelle fucine dell’anima

Al Teatro Zandonai di Rovereto il Progetto Opera Rovereto riporta in scena I cavalieri di Ekebù in una lettura simbolica ed estetica industriale

SN

28 aprile 2026 • 4 minuti di lettura

I cavalieri di Ekebù (Foto Gianluca Rovro)
I cavalieri di Ekebù (Foto Gianluca Rovro)

Teatro Zandonai Rovereto

Zandonai, I cavalieri di Ekebù

24/04/2026 - 26/04/2026

La recente produzione de I cavalieri di Ekebù di Riccardo Zandonai nel teatro che porta il suo nome nella natia Rovereto si inserisce in un contesto celebrativo e progettuale di particolare significato. L’allestimento, promosso dall’Associazione Euritmus nell’ambito del Progetto Opera Rovereto, ha voluto rendere omaggio – seppur con un anno di scarto – al centenario del debutto dell’opera, avvenuto al Teatro alla Scala il 7 marzo 1925. Euritmus, realtà attiva nella promozione culturale e musicale del territorio, si distingue per l’impegno nella valorizzazione del repertorio operistico meno frequentato e nella creazione di occasioni di crescita artistica per giovani interpreti, con un’attenzione particolare alla dimensione formativa e produttiva.

Assai minore, nel corso del tempo, è stata l’attenzione riservata proprio ai Cavalieri di Ekebù, il cui valore supera forse quello della più celebre Francesca da Rimini. Eppure si tratta di un titolo che richiede un impegno esecutivo imponente: numerosi personaggi, ruoli vocali di grande difficoltà, una scrittura orchestrale preminente (con tanto di banda in palcoscenico) e un uso significativo delle masse corali. Non stupisce dunque che, nonostante l’ottimo esito del debutto scaligero del marzo 1925 – diretto da Arturo Toscanini, con la regia di Giovacchino Forzano e un cast di livello – l’opera sia rimasta ai margini del repertorio.

Opera tra le più complesse e affascinanti del catalogo di Zandonai, I cavalieri di Ekebù si caratterizza per una scrittura orchestrale densa e cangiante, intrisa di suggestioni nordiche e di una tensione drammatica costante. Come già il film Gösta Berlings saga di Mauritz Stiller del 1924 con una giovanissima Greta Garbo, la vicenda è tratta da La saga di Gösta Berling della svedese Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il Nobel per la letteratura. L’opera si svolge fra le nevi del nord Europa in una comunità sospesa tra realtà e simbolo, dove un gruppo di uomini segnati dal destino trova rifugio sotto la guida di una figura femminile carismatica, la Comandante. Al centro si colloca Giosta, pastore protestante caduto in disgrazia a causa dell’alcolismo, il cui percorso oscilla tra redenzione e perdizione. Mettere in scena oggi quest’opera significa confrontarsi con una drammaturgia complessa, spesso frammentaria, e con una scrittura vocale impervia, che richiede interpreti capaci di sostenere tanto l’impeto lirico quanto le accensioni più declamatorie.

I cavalieri di Ekebù (Foto Gianluca Rovro)
I cavalieri di Ekebù (Foto Gianluca Rovro)

La regia di Daniele Piscopo, anche scenografo e costumista, legge Ekebù come uno spazio simbolico prima ancora che geografico: una “condizione dell’anima” plasmata dal lavoro e dalla fatica. L’impianto visivo, ispirato alla pittura nordica tra Otto e Novecento, richiama atmosfere sospese, dove la luce scolpisce i corpi e ne rivela le tensioni interiori. A questa dimensione si sovrappone un’estetica industriale, dominata da metallo, superfici ossidate e ritmi di fucina, che diventano metafora di trasformazione e riscatto. Particolarmente efficace l’idea delle catene, elemento scenico centrale, che sintetizza l’ambivalenza tra vincolo e appartenenza: non solo simbolo di costrizione, ma anche legame necessario che tiene insieme la comunità.

La narrazione si sviluppa attorno al fragile equilibrio costruito dalla Comandante, figura salvifica e al tempo stesso ambigua, e alla crisi innescata da Sintram, ferocemente ostile al legame fra la figlia Anna e Giosta, presenza oscura che ne smaschera il potere. Il crollo di Ekebù – con le fucine che si spengono e il lavoro che si arresta – è reso con immagini di forte impatto, mentre il finale, segnato dal ritorno della Comandante ormai priva di autorità, assume il valore di una rinascita non priva di inquietudini. Le figure femminili emergono con chiarezza come motore drammatico, in particolare Anna, forza destabilizzante che riapre nel protagonista la frattura tra dimensione spirituale e vita concreta.

Sul piano musicale, la direzione di Francesco Rosa si distingue per un approccio sanguigno e partecipe, capace di restituire la ricchezza timbrica della partitura senza smarrirne la coesione. L’Orchestra Sinfonica delle Alpi (con il rinforzo della Rovereto Wind Orchestra in palcoscenico) offre una prova solida, con una buona tenuta complessiva e momenti di particolare efficacia nei passaggi più lirici e nelle accensioni drammatiche; agli strumentisti si affianca la Corale Lirica Ambrosiana di Milano, che contribuisce con compattezza ai corposi interventi corali previsti dalla partitura.

I cavalieri di Ekebù (foto Gianluca Rovro)
I cavalieri di Ekebù (foto Gianluca Rovro)

Il cast, selezionato attraverso il concorso intitolato a Franco Bonisolli, il tenore roveretano scomparso nel 2003, affronta con impegno una scrittura vocale notoriamente ardua. Ottime soprattutto le prove delle due protagoniste femminili: Maria Ermolaeva conferisce alla Comandante autorevolezza e sfumature ambigue, mentre Viktoriia Balan presta ad Anna un timbro luminoso e incisivo. David Baños disegna un Giosta intenso e generoso, sostenuto da una voce potente, ben proiettata, alle prese con un ruolo che richiede qualità canore non comuni. Completano dignitosamente la locandina Andrea Tabili (Sintram), Daniel Ihn Kyu Lee (Cristiano), Maria Salvini (ostessa) e Lee Eunchan (Liecrona), tutti impegnati in parti di notevole impegno.

Il pubblico, piuttosto numeroso anche nella seconda recita, ha dimostrato un calore sincero, tributando applausi convinti a tutti gli interpreti e confermando l’interesse per un titolo raro, ma di indubbio fascino.