“Note to a friend”, il senso della vita per un suicida
Un’efficace nuova produzione dell’atto unico di David Lang proposta dalla Fondazione Haydn in prima europea
13 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Bolzano, Teatro Comunale Studio, Trento Teatro SanbàPolis
Note to a friend
07/03/2026 - 11/03/2026Andata in scena per la prima volta nel gennaio del 2023 al Lila Acheson Wallace Auditorium di New York su commissione della newyorkese Japan Society e del Tokyo Bunka Kaikan, Note to a friend di David Lang è stata presentata a Bolzano e a Trento in una nuova produzione proposta in pima italiana ed europea dalla Fondazione Haydn.
Ispirato a Memorandum per un vecchio amico di Ryunosuke Akutagawa, testo scritto dall’autore e poeta giapponese poco prima di togliersi la vita, questo lavoro (uscito in edizione discografica proprio in questi giorni con l'Attacca Quartet per l'etichetta Cantaloupe Music) rielabora una sorta di viaggio interiore, dove il testo e la musica di Lang restituiscono e, se vogliamo, documentano le riflessioni sul senso della propria vita e, soprattutto, delle assenze che l’hanno abitata, da parte di un suicida.
Un viaggio interiore lasciato ai posteri che David Lang plasma nella dimensione raccolta di un’opera da camera, dove la sola voce del protagonista, delineata attraverso uno stile che spazia tra la canzone d’autore, certo minimalismo popular – pensiamo, per esempio, a Songs from Liquid Days, raccolta di canzoni di Philip Glass con testi di Paul Simon, Suzanne Vega, David Byrne e Laurie Anderson – e il musical contemporaneo dialoga con un quartetto d’archi. Un impianto vocale e strumentale che il compositore ha saputo gestire con consapevole equilibrio, forte di un’esperienza che, dalla prima stagione vissuta come co-fondatore del collettivo Bang on a Can – avviato nel 1987 da Lang con Julia Wolfe e Michael Gordon e protagonista di rilevanti incisioni discografiche dedicate a lavori di Brian Eno, Terry Riley, oltre allo stesso Glass – arriva alla vittoria del Premio Pulitzer nel 2008 per The Little Match Girl Passion, al Grammy Award nel 2010 per la registrazione della stessa opera per Harmonia Mundi e a diverse collaborazioni con il cinema come autore di musiche per film, contribuendo, tra l’altro, anche alla colonna sonora di Youth- La Giovinezza, lavoro del 2015 di Paolo Sorrentino che gli è valso il David di Donatello come miglior musicista e migliore canzone originale.
Proprio al cinema sembra aver pensato per la sua lettura scenica Fabio Cherstich, artista in residenza della Fondazione Haydn che di questa produzione ha curato regia, scene e costumi coadiuvato da Veronica Varesi Monti (lighting design) e Francesco Sileo (video design). Diversamente da altri confronti con l’opera di repertorio ottocentesco, in questa occasione Cherstich si misura con un contesto temporale contemporaneo, che reiventa solo spostando la prospettiva del racconto del protagonista dalle pagine scritte prima del suicidio alle registrazioni rinvenute dopo il tragico evento da un «detective solitario, che è anche un possibile doppio del protagonista scomparso: la stessa voce, forse lo stesso volto. È lui a guidare l’indagine – o a esserne travolto. Il pubblico assiste così a un’indagine visiva e sensoriale in cui il confine tra passato e presente, realtà e ricordo, razionalità e sogno si fa sempre più incerto. Man mano che l’indagine procede, la figura del detective si frantuma: è ancora alla ricerca della soluzione o sta tentando di ricostruire sé stesso? La regia lavora per tenere lo spettatore sospeso, intrappolato in questo enigma».
Con queste parole il regista delinea la sua lettura dell’opera di Lang, messa in scena attraverso un contrappunto visivo intessuto tra i personaggi sulla scena – oltre al protagonista, “the dead man”, impersonato da Theo Bleckmann, troviamo l’attore David Thaler e i figuranti Santija Bieza, Franz Braun e Melanie Vulcan – e le proiezioni di frammenti di filmati in stile Super 8 alternati a riprese in diretta della scrivania del detective e di altri scorci e angolature del palcoscenico. Il risultato ha offerto una sostanziale funzionalità di fondo, capace di disegnare una cornice drammaturgica credibile e funzionale nella quale il protagonista ha avuto modo di percorrere il suo personale – e fatale – tragitto esistenziale.
In quest’ottica Theo Bleckmann è riuscito a restituire con grande intensità il ruolo pensato per lui dallo stesso compositore, nel quale la sua voce di baritono e la sua figura di attore si sono fusi in una presenza scenica al tempo stesso misurata e pregnante, capace di indagare con profonda efficacia il percorso che passa in rassegna le assenze che hanno abitato la vita del protagonista – dalla madre mentalmente instabile e pittrice seriale di volti di volpe, alla sorella scomparsa prematuramente prima della sua nascita, fino al padre distante e riavvicinato solo in occasione della morte dello stesso genitore – conducendolo alla decisione di lasciare la propria vita, di andarsene da questo consorzio umano che ormai non gli offriva nulla («Ero già andato via/ Avevo trovato quello che cercavo / E me ne ero andato»).
Un percorso contrassegnato da quella sorta di denso filo conduttore musicale interpretato con grande efficacia dai componenti del Quartetto Prometeo, precisi negli attacchi e negli scarti ritmici che alimentano una partitura che, all’impianto tonale e reiterativo tipicamente postminimalista, unisce una ricerca timbrica che varia, in ognuna delle nove parti che compongono l’opera, densità e caratteri espressivi, anche riservando alcuni significativi spazi strumentali solistici. Un elemento centrale, quello strumentale, che contribuisce in maniera fondamentale alla messa in scena di un’opera che non si limita a riproporre il pensiero di Akutagawa, ma lo rielabora con originalità, portando sul palcoscenico una riflessione sul senso della vita, della morte e della memoria. In questo modo, il lavoro di Lang si presenta non solo come un tributo letterario, ma anche come un’esperienza emotiva e intellettuale significativa, capace di lasciare un segno su chi la ascolta.
Un carattere che è stato condiviso anche dal folto pubblico presente nello spazio “studio” del Teatro Comunale di Bolzano in occasione della “prima” di questo allestimento, salutato dai convinti applausi rivolti a tutti gli artisti impegnati.