Una frizzante "Italiana in Algeri"
Per l’opera di Rossini efficace combinazione di colori tra la regia di Fabio Cherstich e la direzione di Alessandro Cadario
22 febbraio 2026 • 3 minuti di lettura
Reggio Emilia, Teatro Valli
L’italiana in Algeri
20/02/2026 - 22/02/2026Costruita su un brillante gioco di colori scenici e musicali, è stata proposta venerdì scorso al Teatro Valli di Reggio Emilia una nuova produzione de L’italiana in Algeri con la regia di Fabio Cherstich e la direzione musicale di Alessandro Cadario. Una serata che ha segnato il debutto del nuovo allestimento che la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia ha realizzato in coproduzione con le fondazioni Teatri di Piacenza, Teatro Comunale di Modena, Ravenna Manifestazioni-Teatro Alighieri, Haydn di Trento e Bolzano, oltre al circuito OperaLombardia.
Dopo Il barbiere di Siviglia di qualche anno fa, la squadra creativa guidata da Cherstich è quindi tornata a misurarsi con Rossini ideando per questo dramma giocoso in due atti, che il compositore pesarese ha musicato nel 1813 su libretto di Angelo Anelli, un frizzante meccanismo teatrale innestato su un sagace cortocircuito di rimandi contemporanei. Così il cantiere di una casa in costruzione – o lo scheletro di un ecomostro come se ne vedono tanti, di qua e di là del Mediterraneo – diviene l’ambiente ideale per un confronto tra personaggi generati da un immaginario che miscela alcuni luoghi comuni di ieri e di oggi. Mustafà, il Bey di un’Algeri di inizio Ottocento appare ora come il piccolo boss di una banda di improbabili malviventi, più credibili nei panni di una squadra di operai di un cantiere abusivo che in quelli di una vera e propria organizzazione a delinquere.
Un carattere, questo, che si rispecchia in una sorta di rimando tra certi angoli della provincia del Bel Paese e del Nordafrica, rilanciato dall’arrivo dei naufraghi italiani – tra i quali troviamo la bella Isabella e il babbeo Taddeo – giunti su un gommone che siamo ormai – e tristemente – abituati a riconoscere come il tipico mezzo utilizzato per i viaggi della speranza in senso inverso, vale a dire dalle coste dell’Africa alle nostre.
A tratteggiare questo affresco di buffa sciatteria postmoderna – tra tute e ciabatte di plastica, sedie a sdraio e salvagenti, attrezzi da cantiere edile e cartoni di merce di dubbia provenienza, fino al ridicolo rito di Pappataci – troviamo il mix efficiente e variopinto restituito dalle scene di Nicolas Bovey, dai costumi di Arthur Arbesser e dalle luci di Alessandro Pasqualini, il tutto animato dall’elegante misura comico-acrobatica degli interventi del mimo Julien Lambert.
Sull’altra sponda drammaturgica, vale a dire quella musicale, la direzione di Alessandro Cadario ha alimentato questa rappresentazione attraverso una tavolozza coloristica altrettanto variegata, nel complesso ben calibrata tra dinamiche vivaci ed efficaci impasti d’assieme. Un carattere plasmato grazie a un buon controllo del dipanarsi di una partitura tutt’altro che facile da imbrigliare e che il direttore – superato un fisiologico assestamento iniziale – è riuscito a gestire con efficacia da un lato governando un Coro Claudio Merulo adeguatamente preparato da Martino Faggiani e un’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini nel complesso funzionale, e dall’altro assecondando il versante vocale che animava il palcoscenico.
Qui la brillante interpretazione del ruolo di Isabella da parte di Laura Verrecchia ha assunto giustamente il centro di un’azione scenica fresca e divertente, che ha visto anche in primo piano il Taddeo ottimamente interpretato da Marco Filippo Romano, oltre al solido Mustafà di Giorgio Caoduro. Accanto a loro l’apprezzabile impegno di Ruzil Gatin nei panni di Lindoro e di Gloria Tronel in quelli di Elvira, affiancati da Barbara Skora (Zulma) e Giuseppe De Luca (Haly).
Alla serata inaugurale gli applausi convinti da parte del folto pubblico presente hanno meritoriamente salutato tutti gli artisti impegnati.